Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2639 del 01/02/2017


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Cassazione civile, sez. VI, 01/02/2017, (ud. 17/11/2016, dep.01/02/2017),  n. 2639

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. AMENDOLA Adelaide – Presidente –

Dott. FRASCA Raffaele – Consigliere –

Dott. OLIVIERI Stefano – rel. Consigliere –

Dott. SCRIMA Antonietta – Consigliere –

Dott. VINCENTI Enzo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 19406/2015 proposto da:

A.C., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA UMBRIA 7

(STUDIO LEGALE ROSAUER), presso lo studio dell’avvocato FABIO DIANA,

rappresentata e difesa dall’avvocato LUIGI LIBERTI, in virtù di

mandato a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

DOMUS IMMOBILIARE S.R.L., P.IVA (OMISSIS), in persona

dell’Amministratore Unico, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

AURELIA 386, presso lo studio dell’avvocato SANDRO CAMPILONGO,

rappresentata e difesa dall’avvocato GIUSEPPE BARILE, giusta procura

speciale a margine del ricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 613/2015 della CORTE D’APPELLO di BARI, emessa

l’1/04/2015 e depositata il 16/04/2015;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

17/11/2016 dal Consigliere Relatore Dott. STEFANO OLIVIERI.

Fatto

FATTO E DIRITTO

Il consigliere relatore, nominato a norma dell’art. 377 c.p.c., ha depositato la relazione di cui all’art. 380 bis c.p.c., proponendo la dichiarazione di inammissibilità del ricorso ai sensi dell’art. 375 c.pc.., comma 1, n. 5).

Premesso:

Con sentenza 16.4.2015 n. 613 la Corte d’appello di Bari decidendo sulla impugnazione proposta da A.C., ha confermato la decisione di prime cure che aveva rigettato la opposizione – proposta dalla stessa A. – all’atto di precetto che era stato notificato da DOMUS Immobiliare s.r.l. – aggiudicataria dell’immobile sito in (OMISSIS) – unitamente al decreto di trasferimento della proprietà emesso dal Tribunale di Bari: il Giudice di secondo grado ha ritenuto insussistente il diritto di uso vantato sul bene dalla opponente in difetto di prova dell’acquisto, non risultando attribuito il preteso diritto reale dal verbale di separazione consensuale dei coniugi prodotto in giudizio, e non essendo ammissibile la prova orale di un contratto formale.

Con ricorso ritualmente notificato A.C. impugna per cassazione la sentenza di appello deducendo vizi di motivazione (apparente) e violazione di norme di diritto.

Resiste con controricorso Domus Immobiliare s.r.l..

Il collegio osserva:

– la produzione del certificato di morte di A.C. deceduta in data (OMISSIS) non assume alcun rilievo nel giudizio di cassazione, in considerazione della particolare struttura e della disciplina del procedimento di legittimità nel quale non è applicabile l’istituto dell’interruzione del processo, con la conseguenza che la morte di una delle parti, intervenuta dopo la rituale instaurazione del giudizio non impedisce la prosecuzione del giudizio (cfr. Corte Cass. Sez. 1, Sentenza n. 22624 del 31/10/2011; id. Sez. 3, Sentenza n. 24635 del 03/12/2015; id. Sez. L, Sentenza n. 1757 del 29/01/2016);

– occorre rilevare ex officio, in via pregiudiziale, che l’atto di appello avverso la sentenza di prime cure che aveva pronunciato, rigettandola, sulla opposizione alla esecuzione proposta ai sensi dell’art. 615 c.p.c., comma 2, non poteva essere proposto;

– risulta dagli atti che la opposizione a precetto ex art. 615 c.p.c., comma 2, è stato decisa sentenza del Tribunale Ordinario di Bari pubblicata in data 22.9.2008 n. 2117 (cfr. sentenza di appello in motivazione, nello “svolgimento del processo”, pag. 2): la disciplina della impugnazione delle sentenze in materia di opposizione alla esecuzione, pubblicate dopo la data del primo marzo 2006, va – pertanto – rinvenuta nell’art. 616 c.p.c., introdotto dalla L. 24 febbraio 2006, n. 52, che aveva espressamente dichiarato non impugnabili tali sentenze con la conseguenza dell’esclusiva ricorribilità per cassazione ai sensi dell’art. 111 Cost., non trovando invece applicazione, al caso di specie, la diversa disciplina prevista dall’art. 616 c.p.c., riformato ai sensi della L. 18 giugno 2009, n. 69, art. 49, che ha eliminato la previsione della non impugnabilità, con conseguente appellabilità delle pronunce di primo grado, ma soltanto con riferimento alle sentenze pubblicate successivamente alla data 4.7.2009 di entrata in vigore della L. 18 giugno 2009, n. 69, come previsto dall’art. 58, comma 2 di detta legge (cfr. Corte Cass. Sez. 2, Ordinanza n. 20324 del 27/09/2010; id. Sez. 3, Sentenza n. 1402 del 21/01/2011).

– trattandosi di questione rilevabile ex officio in qualsiasi stato e grado e dunque anche in sede di legittimità (cfr. Corte Cass. Sez. 3, Sentenza n. 15370 del 26/07/2016), questa Corte, pronunciando sul ricorso proposto da A.C., rilevata la inammissibilità dell’atto di appello, cassa senza rinvio la sentenza impugnata, ai sensi dell’art. 382 c.p.c., in quanto l’appello avverso la sentenza del Tribunale di Bari n. 9117/2008, pubblicata in data successiva all’1.3.2006 ma anteriore al 4.7.2009, non poteva essere proposto, essendosi in conseguenza formato il giudicato interno sulla statuizione del Giudice di prime cure;

– segue la condanna della ricorrente alla rifusione delle spese del grado di appello, nel medesimo importo liquidato nella sentenza cassata, e del giudizio di legittimità, liquidate in dispositivo;

– sussistono i presupposti per l’applicazione il D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, che dispone l’obbligo del versamento per il ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato nel caso in cui la sua impugnazione sia stata integralmente rigettata, essendo iniziato il procedimento in data successiva al 30 gennaio 2013 (cfr. Corte Cass. SU 8.2.2014 n. 3774).

PQM

La Corte:

– decidendo sul ricorso, cassa senza rinvio la sentenza impugnata in quanto l’atto di appello non poteva essere proposto;

– condanna la parte ricorrente alla rifusione delle spese del grado di appello liquidate in Euro 3.308,00 per compensi professionali oltre accessori di legge, nonchè delle spese relative al giudizio di legittimità, liquidate in Euro 3.000,00 per compensi, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre rimborso forfetario spese generali nella misura del 15% dei compensi ex art. 2, comma 2 Tariffa, ed accessori di legge;

– dichiara che sussistono i presupposti per il versamento della somma prevista dal D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 17 novembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 1 febbraio 2017

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