Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 26385 del 20/12/2016


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Cassazione civile, sez. II, 20/12/2016, (ud. 17/11/2016, dep.20/12/2016),  n. 26385

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BUCCIANTE Ettore – Presidente –

Dott. BIANCHINI Bruno – Consigliere –

Dott. PARZIALE Ippolisto – rel. Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – Consigliere –

Dott. SCARPA Antonio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 24805-2012 proposto da:

P.A., (OMISSIS), elettivamente domiciliato in Roma, Via

E Q Visconti 99, presso lo studio dell’avvocato ANTONIO PALMA,

rappresentato e difeso dall’avvocato ANTONINO LATTUCA, come da

procura speciale a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

D.G.F., domiciliato ex lege in ROMA, Piazza Cavour,

presso la cancelleria della Corte di Cassazione, rappresentato e

difeso dall’avvocato ANNA MARIA SANGIORGIO, come da procura speciale

a margine del ricorso;

INA ASSITALIA SPA, in persona del suo procuratore avvocato

M.M., giusta procura speciale notarile, elettivamente domiciliata in

Roma, Via Stoppani 1 presso studio SCUDERI-MOTTA, rappresentata e

difesa dall’avvocato GASPARE MOLLICA, come da procura speciale in

calce al controricorso;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 1248/2012 della CORTE D’APPELLO di CATANIA,

depositata il 30/07/2012;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

17/11/2016 dal Consigliere Ippolisto Parziale;

udito l’Avvocato Lattuca, l’avvocato Vincenzo Alberto Pennisi delega

Mollica, che si riportano agli atti e alle conclusioni assunte;

udito il sostituto procuratore generale, SGROI Carmelo, che conclude

per il rigetto del ricorso.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. P.A. cita l’avvocato D.G.F., chiedendogli il risarcimento del danno subito per la negligente attività professionale svolta, quale suo difensore, in altro giudizio dinanzi alla corte d’appello di Catania, nel quale il ricorrente era rimasto soccombente, perchè l’avvocato D.G. aveva fatto decorrere il termine per la proposizione del ricorso per cassazione avverso la sentenza d’appello. Quantifica il danno subito in Euro 255.000.

2. Resiste il convenuto e si costituisce in giudizio la terza chiamata Assitalia s.p.a.

3. Il tribunale di Catania rigetta la domanda.

4. La Corte d’Appello di Catania rigetta il gravame del P. e lo condanna alle spese.

5. Impugna tale decisione P.A. con tre motivi.

Resistono con controricorso le parti intimate. Le parti hanno depositato memorie.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. I motivi del ricorso.

1.1 – Col primo motivo si deduce la violazione dell’art. 342 c.p.c.. La corte d’appello ha erroneamente reputato privo di specificità il motivo di gravame con cui si era censurato la decisione del primo giudice nella parte in cui aveva reputato non provato il danno.

1.2 – Col secondo motivo si deduce la violazione degli artt. 1176, 1218, 1226, 1453, 2232, 2236 e 2697 c.c. e dell’art. 116 c.p.c.. Ha errato la corte d’appello nel ritenere non provato l’inadempimento dell’avvocato D.G. ed il nesso di causalità.

1.3 – Col terzo motivo si deduce la violazione dell’art. 116 c.p.c.. la corte di merito non ha valutato prudentemente le prove documentali.

2. Il ricorso, ai limiti della ammissibilità, è infondato.

2.1 – Il ricorso, ai fini del formale rispetto del principio dell’autosufficienza, è confezionato con l’assemblaggio degli atti del giudizio, rendendo così complessa, senza però escluderla, la valutazione delle censure proposte.

2.2 – Il primo motivo, col quale si deduce la violazione DELL’ART. 342 c.p.c., è inammissibile per carenza di interesse. La Corte locale non ha dichiarato inammissibile il gravame per la mancanza di specificità dei motivi d’appello, essendosi solo limitata a rilevare che l’impugnazione era al limite di tale valutazione (vedi pagina 9 della sentenza). La Corte territoriale ha invece affrontato nel merito l’unico motivo di appello. La corte locale si è infatti soffermata sulla assenza del nesso di causalità sul piano probabilistico e sul danno da perdita di chance, tra l’altro indicandolo come questione nuova.

2.3 – Il secondo motivo è infondato. Si impernia sull’onere della prova a carico del professionista-debitore e su affermazioni apodittiche sul “danno” sussistente e sulla possibilità di liquidazione equitativa. Anche qui le argomentazioni svolte risultano eccentriche rispetto al punto centrale della decisione, che ha riguardato il difetto di nesso causale tra una eventuale difettosa diligenza del professionista (riferita al controllo sul tenore della procura e alla domiciliazione, ai fini della proposizione tempestiva del ricorso per cassazione) e la ragionevole probabilità di “successo” dell’impugnazione in sede di legittimità, aspetto questo che il ricorso trascura, limitandosi a richiamare il tema “probabilistico” senza peraltro un minimo addentellato alla fattispecie concreta. Si richiamano le possibilità transattive, la richiesta di liquidazione equitativa, la perdita di chance (senza idonea censura quanto al rilievo di novità) ma non è dato registrare un solo argomento di fondo circa la reale possibilità di accoglimento del ricorso per cassazione.

2.4 – Proprio quest’ultimo aspetto è interamente denunciato, inammissibilmente, alla Corte con il terzo motivo che si riduce ad un mero rinvio agli atti, affidando, inammissibilmente, a questa Corte il compito di individuare eventuali censure nei confronti della decisione del giudice di merito.

3. Le spese seguono la soccombenza.

PQM

La Corte rigetta il ricorso. Condanna la parte ricorrente alle spese di giudizio, liquidate in 6.000,00 (seimila) Euro per compensi e 200,00 (duecento) Euro per spese, oltre accessori di legge, in favore di ciascuno dei controricorrenti.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 17 novembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 20 dicembre 2016

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