Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 26381 del 20/12/2016


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Cassazione civile, sez. II, 20/12/2016, (ud. 25/10/2016, dep.20/12/2016),  n. 26381

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MAZZACANE Vincenzo – Presidente –

Dott. ORICCHIO Antonio – Consigliere –

Dott. COSENTINO Antonello – rel. Consigliere –

Dott. FALASCHI Milena – Consigliere –

Dott. SCALISI Antonino – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 4771/2012 proposto da:

S.S., (OMISSIS), SC.AN.GI. (OMISSIS),

elettivamente domiciliati in ROMA, VIA ATTILIO REGOLO 19, presso lo

studio dell’avvocato GIUSEPPE LIPERA, rappresentati e difesi

dall’avvocato RENATO PENNA;

– ricorrenti –

contro

SG.VA.CL., elettivamente domiciliata in ROMA, CIRC.NE

CLODIA 82, presso lo studio dell’avvocato GIUSEPPE PENNISI,

rappresentata e difesa dall’avvocato FRANCESCO LOPEZ;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1187/2011 della CORTE D’APPELLO di CATANIA,

depositata il 24/09/2011;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

25/10/2016 dal Consigliere Dott. ANTONELLO COSENTINO;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

PEPE Alessandro, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

I signori S.S. e Sc.An.Gi., proprietari tre vani al piano terra aventi accesso da un cortile posto al civico (OMISSIS), ricorrono contro la signora Sg.Va.Cl., proprietaria di due locali confinanti con tale cortile, per la cassazione della sentenza con cui la corte d’appello di Catania, confermando la sentenza del tribunale della stessa città, ha rigettato la domanda con cui essi, assumendo di essere proprietari esclusivi di detto cortile, avevano chiesto la condanna della signora Sg. a rimuovere talune opere abusivamente realizzate sui propri locali (creazione di due aperture con infissi e ballatoio e di una finestra di veduta, trasformazione di una luce in balcone, collocazione di un citofono e di un contatore ENEL), in pregiudizio del loro diritto di proprietà sul cortile.

La corte d’appello ha ritenuto che dall’esame dei titoli di provenienza e, in particolare, dall’esame dell’atto di divisione fra i fratelli Sg.Gi. (dante causa degli attori), Sg.An.Ma. (dante causa della convenuta) e Sg.Sa.Ma. – figli dell’originaria unica proprietaria dell’intero compendio immobiliare in questione, signora M.M.C. – emergesse con chiarezza la natura comune del cortile in questione.

Il ricorso per cassazione si articola su tre motivi.

La signora Sg.Va.Cl. ha resistito con controricorso.

La causa è stata discussa alla pubblica udienza del 25.10.16, per la quale solo la contro ricorrente ha depositato memoria illustrativa e nella quale il Procuratore Generale ha concluso come in epigrafe.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo i ricorrenti denunciano la violazione e falsa applicazione dell’art. 1362 c.c., in riferimento all’art. 360 c.p.c., n. 3), nonchè il vizio di omessa motivazione, con riferimento all’art. 360 c.p.c., n. 5), per erronea interpretazione degli atti dai quali doveva dedursi la effettiva proprietà del cortile in capo agli odierni ricorrenti, con particolare riguardo all’atto di permuta intercorso tra il Comune di Catania e la sig.ra M.M.C. in data 27.11.1929, al successivo atto 19.9.1988 di divisione fra gli eredi della signora M., i fratelli Sg., e, infine, all’atto pubblico di acquisto, da parte dei coniugi S. – Sc., delle case con accesso da (OMISSIS) rogato dal Notaio F.A. il motivo va rigettato perchè non indica quale sarebbe il canone ermeneutico asseritamente violato dalla corte d’appello (salvo un generico quanto inconcludente riferimento al contegno delle parti successivo alla conclusione del contratto) e si risolve nella contrapposizione tra l’interpretazione degli atti di provenienza del cortile de quo operata dalla corte territoriale e quella ritenuta corretta dalla parte ricorrente. E’ infatti fermo insegnamento di questa Corte (da ultimo Cass. 2465/15), che, in tema di interpretazione del contratto, il sindacato di legittimità non può investire il risultato interpretativo in sè, che appartiene all’ambito dei giudizi di fatto riservati al giudice di merito, ma afferisce solo alla verifica del rispetto dei canoni legali di ermeneutica e della coerenza e logicità della motivazione addotta, con conseguente inammissibilità di ogni critica alla ricostruzione della volontà negoziale operata dal giudice di merito che si traduca in una diversa valutazione degli stessi elementi di fatto da questi esaminati.

Con il secondo motivo, promiscuamente riferito dell’art. 360 c.p.c., ai nn. 3 e 5, i ricorrenti denunciano la violazione e falsa applicazione dell’art. 1072 c.c., il vizio di omessa e contraddittoria motivazione e la mancata applicazione dell’art. 1062 c.c..

Il motivo è infondato, perchè il richiamo alla costituzione della servitù per destinazione del padre di famiglia ex art. 1062 c.c., non è pertinente alle argomentazioni della sentenza gravata la quale ha accertato, sulla base del titolo di provenienza, la sussistenza di una comproprietà sul cortile in questione) senza alcun riferimento all’esistenza di servitù attive o passive relative a tale cortile. Il fatto che fino al 1939 il cortile de quo appartenesse a soggetti diversi dalla comune dante causa delle parti, sig.ra M. e che per l’accesso a tale cortile (ed ai locali, oggi dei ricorrenti, che da tale cortile hanno accesso) sussistesse una servitù di passo a carico del limitrofo fondo acquistato dalla sig.ra M. con il menzionato atto di permuta del 1929 è irrilevante, perchè, come correttamente ha rilevato la corte territoriale, quando, nel 1939, la sig.ra M. acquistò il detto cortile, ed i locali a cui dallo stesso si accede, qualunque reciproca servitù tra tale compendio immobiliare ed il fabbricato di cui la M. era già proprietaria, per averlo edificato sull’area da lei acquistata nel 1929, si è estinta per confusione ex art. 1072 c.c.; cosicchè, alla morte della sig.ra M., ai suoi figli pervenne in successione un unico compendio immobiliare, tra le cui diverse parti non poteva sussistere alcuna servitù.

Con il terzo motivo, promiscuamente riferito dell’art. 360 c.p.c., ai nn. 3 e 5, i ricorrenti denunciano la violazione e falsa applicazione dell’art. 1102 c.c., nonchè il vizio di omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione. Secondo i ricorrenti la corte d’appello avrebbe dovuto “prendere atto delle modificazioni avvenute ed indagare circa la legittimità delle stesse, posto che le unità immobiliari della convenuta originariamente non avevano alcuna apertura sul cortile, se non quelle indicate nelle planimetrie catastali, che consentivano solo l’ingresso di luce ed aria e che so/tanto in un secondo momento subivano delle consistenti modificazioni, tali da incidere sulla loro destinazione” (penultima pagina del ricorso, ultimo capoverso). Il motivo risulta inammissibile per un duplice ordine di considerazioni. In primo luogo, perchè la censura di violazione dell’art. 1102 c.c. e di omessa o insufficiente motivazione non attinge la ratio decidendi della sentenza gravata, la quale non procede ad alcun esame della compatibilità delle opere realizzate dalla sig.ra Sg. con i limiti posti dall’art. 1102 c.c., al godimento della cosa comune da parte del comproprietario, ma si limita a rilevare che la motivazione del primo giudice circa la compatibilità di dette opere con il disposto dell’art. 1102 c.c., non era “stata fatta oggetto di specifica critica” (pag. 9 della sentenza gravata). In secondo luogo, perchè, comunque, dalla stessa narrativa svolta nel ricorso per cassazione risulta che nella citazione introduttiva le odierne ricorrenti non aveva lamentato la violazione dell’art. 1102 c.c., ma avevano dedotto di essere proprietarie esclusiva del cortile de quo; cosicchè la doglianza proposta al riguardo nel’appello degli odierni ricorrenti, se anche non fosse stata inammissibile per carenza di specificità (come ritenuto dalla corte distrettuale) sarebbe stata comunque inammissibile (come rilevabile anche in questa sede, cfr. Cass. 22786/04) per novità della questione.

Il ricorso va quindi, conclusivamente, rigettato.

Le spese del giudizio di cassazione seguono la soccombenza.

PQM

La Corte rigetta il ricorso.

Condanna i ricorrenti a rifondere alla contro ricorrente le spese del giudizio di cassazione, che liquida in Euro 2.000, oltre Euro 200 per esborsi ed oltre accessori di legge.

Così deciso in Roma, il 25 ottobre 2016.

Depositato in Cancelleria il 20 dicembre 2016

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