Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 26360 del 25/11/2013


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Civile Sent. Sez. 3 Num. 26360 Anno 2013
Presidente: RUSSO LIBERTINO ALBERTO
Relatore: SCRIMA ANTONIETTA

Data pubblicazione: 25/11/2013

SENTENZA
sul ricorso 8070-2010 proposto da:
MARESCA FRANCESCO MRSFNC44M16I862D, elettivamente

20A5
AMA

domiciliato in ROMA, PIAZZA DELLA LIBERTÀ 20, presso lo studio
dell’avvocato MARCO ORLANDO, rappresentato e difeso dall’avvocato
PIGNATIELLO NICOLA giusta procura in atti;

– ricorrente contro

MARESCA OLIMPIA; STAIANO PIETRO; STAIANO GIOVANNA;
INAIL 01165400589, nella qualità di subentrante nei rapporti della
Sportass Cassa di previdenza per l’assicurazione degli sportivi (ai sensi
dell’art. 28 del d.l. 1° ottobre 2007, n. 159, convertito con modificazioni

– intimati avverso la sentenza n. 1116/2009 della CORTE D’APPELLO di
NAPOI A, depositata il 30/03/2009, R.G.N. 4968/2003;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del
10/10/2013 dal Consigliere Dott. ANTONIETTA SCRIMA;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.
AURELIO GOLIA che ha concluso per l’inammissibilità del ricorso.
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
Con atto notificato nel 1996, Maresca Francesco conveniva in giudizio,
innanzi al Tribunale di Torre Annunziata, Staiano Nicola e la Sportass
Cassa di Previdenza per l’Assicurazione degli Sportivi e ne chiedeva la
condanna al risarcimento dei danni da lui subiti in seguito ad un
infortunio di caccia verificatosi il 16 ottobre 1994, in Vico Equense,
località Airola, allorché, mentre stava cacciando, era stato colpito da una
fucilata esplosa da altro cacciatore, St_aiano Nicola, assicurato dalla
Sportass, riportando la perdita totale del

visus all’occhio destro e,

nell’anno successivo, un brusco ed accentuato calo del visus all’occhio
sinistro, da ritenersi conseguente alla perdita del visus all’altro occhio.
Si costituivano i convenuti impugnando la domanda.
Nel corso del giudizio dinanzi al Tribunale adito il processo veniva
riassunto dall’attore a seguito del dichiarato decesso di Staiano Nicola, i
cui eredi si costituivano in giudizio.
Il Tribunale di Torre Annunziata, con sentenza del 13 novembre 2011,
condannava gli eredi di Staiano Nicola e la Sportass, in solido, al
2

dalla legge 29 novembre 2007, n. 2);

pagamento, in favore dell’attore, della somma di € 91.780,00, oltre
rivalutazione ed interessi dal 16 ottobre 1995.
Av-verso tale decisione il Maresca proponeva appello, cui resistevano gli
eredi di Staiano Nicola i quali proponevano appello incidentale; rimaneva
contumace la Sportass.

parziale accoglimento dell’appello principale e in parziale riforma della
sentenza impugnata, determinava in € 201.742,00 l’importo complessivo
spettante al Maresca a titolo di risarcimento del danno, all’attualità, oltre
rivalutazione ed interessi, come specificato nel dispositivo di detta
sentenza, rigettava l’appello incidentale proposto dagli eredi Staiano nei
confronti dell’appellante principale e dichiarava inammissibile quello
spiegato, in via subordinata, nei confronti della Sportass, confermava nel
resto la decisione impugnata e condannava gli appellati alle spese del
secondo grado di giudizio.
Avverso la sentenza della Corte di merito Maresca Francesco ha proposto
ricorso per cassazione sulla base di un unico motivo.
Gli intimati non hanno svolto attività difensiva in questa sede
MOTIVI DELLA DECISIONE
1. Al ricorso in esame si applica il disposto di cui all’art. 366 bis c.p.c. inserito nel codice di rito dall’art. 6 del d.lgs. 2 febbraio 2006, n. 40,
applicabile, ai sensi del comma 2 dell’art. 27 del medesimo decreto
legislativo, ai ricorsi per cassazione proposti avverso le sentenze e gli altri
provvedimenti pubblicati dalla data di entrata in vigore dello stesso (2
marzo 2006) e successivamente abrogato dall’art. 47, comma 1, lett. d)
della legge 18 giugno 2009, n. 69 a decorrere dal 4 luglio 2009 – in
considerazione della data di pubblicazione della sentenza impugnata (30
marzo 2009).
,

La Corte di appello di Napoli, con sentenza del 30 marzo 2009, in

2. Con l’unico motivo, denunciando contraddittoria motivazione in
relazione ad un punto decisivo per il giudizio (art. 360, primo comma, n. 5,
c.p.c.), il ricorrente censura la sentenza impugnata nella parte in cui, pur
riconoscendogli il diritto al risarcimento del danno patrimoniale subito,
con motivazione – a suo avviso – illogica e contraddittoria, ha quantificato

5.000,00 l’anno per un periodo di 15 anni, considerato l’arco temporale
compreso tra la data del fatto illecito e il raggiungimento dell’età
pensionabile, per un totale di C 75.000,00.
Lamenta il ricorrente che la Corte partenopea avrebbe fondato il suo
giudizio su un apodittico scarto, pari al 40%, tra il reddito da lavoro
precedentemente percepito dal Maresca e il reddito da pensione
successivamente goduto.
Tale valutazione non trova – ad avviso del ricorrente – conferma in alcun
dato acquisito al processo ed anzi la Corte di merito si contraddirebbe in
quanto, pur riconoscendo che il sinistro in questione aveva determinato
l’interruzione dell’attività precedentemente da lui svolta, la quale gli
garantiva un reddito annuo pari a circa C 13.000,00, e l’attribuzione di una
pensione di soli C 450,00 mensili, ha limitato a C 5.000,00 annui la misura
di tale decremento patrimoniale.
Assume inoltre il ricorrente che erroneamente la Corte di merito avrebbe
ritenuto privi di pregio e tardivi i conteggi prodotti, atteso che gli stessi,
basati sulla documentazione contabile tempestivamente prodotta,
sarebbero “una mera illustrazione in termini economici della storia
lavorativa” del Maresca. Ad avviso del ricorrente, la Corte di merito, se
avesse seguito il corretto iter logico-argomentativo nel valutare la sua
domanda volta ad ottenere il risarcimento del danno patrimoniale per il
mancato guadagno conseguente al sinistro, avrebbe dovuto liquidare a tale
titolo la somma di C 195.000,00 mentre la valutazione di tale danno in C
4

la sua diminuita capacità di produrre reddito in un importo pari ad C

75.000,00 sarebbe “frutto di un ragionamento sillogistico monco di una
delle sue premesse e in ogni caso contraddittorio”.
3. Il motivo all’esame è inammissibile.
3.1. Ed invero lo stesso difetta di autosufficienza, facendosi riferimento,
nella sua illustrazione, ad una “documentazione contabile”, non meglio

senza indicare dove essa sia reperibile nei fascicoli di parte o di ufficio.
3.1.1. Questa Corte ha, infatti, più volte affermato che, in tema di ricorso
per cassazione, ai fini del rituale adempimento dell’onere, imposto al
ricorrente dall’art. 366, primo comma, n. 6, c.p.c., di indicare specificamente
nel ricorso anche gli atti processuali su cui si fonda e di trascriverli nella loro
completezza con riferimento alle parti oggetto di doglianza, è necessario che,
in ossequio al principio di autosufficienza, si provveda anche alla loro
individuazione con riferimento alla sequenza dello svolgimento del processo
inerente alla documentazione, come pervenuta presso la Corte di cassazione,
al fine di renderne possibile l’esame (Cass. 9 aprile 2013 n. 8569; Cass., ord.,
23 marzo 2010, n. 6937).
3.2. Inoltre, il motivo all’esame non è corredato dalla formulazione del cd.
quesito di fatto.
3.2.1. Nella giurisprudenza di questa Corte é stato precisato che, secondo
l’art. 366 bis c.p.c. – applicabile, come già evidenziato, al ricorso in esame
ratione tempolis -,

anche nel caso previsto dall’art. 360, primo comma, n. 5,

c.p.c., l’illustrazione di ciascun motivo deve contenere, a pena di
inammissibilità, la chiara indicazione, sintetica ed autonoma, del fatto
controverso in relazione al quale la motivazione si assuma omessa o
contraddittoria, ovvero delle ragioni per le quali la dedotta insufficienza
della motivazione la renda inidonea a giustificare la decisione, e la relativa
censura deve contenere un momento di sintesi (omologo del quesito di
diritto) che ne circoscriva puntualmente i limiti, in maniera da non
ingenerare incertezze in sede di formulazione del ricorso e di valutazione
5

precisata, che si assume prodotta in atti, senza riportarne il contenuto e

della sua ammissibilità (Cass., sez. un., 18 luglio 2007, n. 16002; Cass., sez.
un., 1° ottobre 2007, n. 20603; Cass. 27 ottobre 2011, n. 22453). Con
l’ulteriore precisazione che tale requisito non può dirsi rispettato qualora
solo la completa lettura della complessiva illustrazione del motivo —
all’esito di un’attività di interpretazione svolta dal lettore e non di una

e il significato delle censure, in quanto la ratio che sottende la disposizione
indicata è associata alle esigenze deflattive del filtro di accesso alla suprema
Corte, la quale deve essere posta in condizione di comprendere, dalla
lettura del solo quesito, quale sia l’errore commesso dal giudice di merito
(v. Cass. 18 novembre 2011, n. 24255).
4. Stante l’inammissibilità dell’unico motivo, il ricorso deve essere
dichiarato inammissibile.
5. Non vi è luogo a provvedere per le spese, non avendo gli intimati svolto
attività difensiva in questa sede.
P.Q.M.
La Corte dichiara inammissibile il ricorso.
Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile
della Corte Suprem

Cassazione, il 10 ottobre 2013.

indicazione da parte del ricorrente — consenta di comprendere il contenuto

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