Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2632 del 01/02/2017


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Cassazione civile, sez. lav., 01/02/2017, (ud. 10/11/2016, dep.01/02/2017),  n. 2632

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NOBILE Vittorio – Presidente –

Dott. VENUTI Pietro – Consigliere –

Dott. CURCIO Laura – Consigliere –

Dott. BRONZINI Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. NEGRI DELLE TORRE Paolo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 453-2015 proposto da:

POSTE ITALIANE S.P.A. (OMISSIS), in persona del legale rappresentante

pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, V.LE EUROPA 190,

presso lo studio dell’avvocato ROSSANA CLAVELLI, che la rappresenta

e difende, giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

L.M.J. C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA,

VIA COSTANTINO MAES, 50, presso lo studio dell’avvocato ANTONIO

FABRIZI, che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato

ALBERTO DE CAROLIS, giusta delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 5118/2014 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 30/06/2014 R.G.N. 1231/2013;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

10/11/2016 dal Consigliere Dott. BRONZINI GIUSEPPE;

udito l’Avvocato AIAZI ROBERTA per delega verbale Avvocato CLAVELLI

ROSSANA;

udito l’Avvocato FABRIZI ANTONIO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CERONI FRANCESCA che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza del Tribunale di Roma del 18.9.2012 veniva rigettata la domanda proposta da L.M.J. diretta alla dichiarazione di nullità del licenziamento intimatogli dalle Poste Italiane spa il (OMISSIS). La Corte di appello di Roma con sentenza del 30.6.2014 riformava la sentenza di primo grado, dichiarava illegittimo il recesso intimato dalle Poste ed ordinava alle dette Poste la reintegrazione nel posto di lavoro con condanna la risarcimento del danno come da sentenza. La Corte territoriale osservava che il ricorso in appello appariva ammissibile in quanto emergevano sia le parti della sentenza oggetto di impugnazione sia le censure mosse con l’applicazione dell’art. 1460 c.c.. Circa l’eccezione di scioglimento del rapporto per mutuo consenso la Corte osservava che le Poste avevano solo allegato la circostanza del mero decorso del tempo con inerzia del lavoratore, come tale inidonea a dimostrare la dedotta risoluzione come da giurisprudenza di legittimità. Il lavoratore aveva da sempre fatto valere l’art. 1460 c.c., in quanto, dopo l’ordine di reintegrazione nel posto di lavoro emesso dal Giudice, era stato trasferito (senza neppure reintegrarlo prima nella sede dovuta) in una sede diversa da quella precedentemente occupata, senza alcuna ragione tecnica, organizzativa o produttiva. Pertanto il rifiuto della prestazione del lavoratore era giustificato in relazione all’art. 1460 c.c., con le conseguenze risarcitorie e reintegratorie di cui alla sentenza.

Per la cassazione di tale decisione propongono ricorso le Poste con due motivi corredati da memoria; resiste controparte con controricorso.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo si allega la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 1460 c.c. e la violazione e/o falsa applicazione dell’art. 1375 c.c., in ordine alla cosidetta buona fede esecutiva. Il lavoratore era stato comunque ammesso in servizio e collocato nel territorio secondo le esigenze produttive dell’azienda e non poteva unilateralmente sospendere la prestazione, peraltro impugnando molto tardivamente il licenziamento a distanza di anni dal recesso. Erano stato violato il principio di correttezza e buona fede.

Il motivo appare infondato: Il recesso è stato, come osservato già dalla Corte territoriale, impugnato stragiudizialmente tempestivamente ed il ricorso giudiziario è stato proposto nel rispetto dei termini di prescrizione; pertanto sotto questo profilo nessuna censura di scorrettezza o mancanza di buona fede può essere mossa al lavoratore. In realtà le Poste sembrano con il presente motivo riproporre la censura già rigettata relativa all’eccezione di scioglimento del rapporto per mutuo consenso che la Corte di appello correttamente ha rigettato sulla base del rilievo che le Poste nulla avevano dedotto se non il mero decorso del tempo nell’inerzia del lavoratore. Per quanto riguarda l’applicabilità dell’art. 1460 c.c., la motivazione della sentenza impugnata appare corretta posto che è emerso che del lavoratore il Giudice aveva disposto la reintegrazione (che logicamente non può che avvenire ove precedentemente era occupato) ma le Poste lo avevano riammesso in servizio in altra sede. Le Poste deducono che tale implicito trasferimento in sede diversa da quella dovuta era giustificato da ragioni produttive, organizzative o tecniche ma si tratta di un mero assunto indimostrato e non documentato neppure in questa sede. Pertanto ben poteva il lavoratore, alla stregua della giurisprudenza di legittimità, opporre l’art. 1460 c.c., essendo la parte datoriale gravemente inadempiente, per di più in piena violazione di un ordine del Giudice (cfr. Cass. n. 11927/2013).

Con il secondo motivo si allega la violazione e/o falsa applicazione del L. n. 300 del 1970, art. 18, in ordine all’indennità risarcitoria liquidata senza tener conto dell’aliunde perceptum o percipiendum secondo l’ordinaria diligenza.

Il motivo appare infondato posto che, come rilevato già dalla Corte territoriale, si tratta di un’allegazione del tutto generica che come tale è stata riproposta in questa sede senza ulteriori specificazioni.

Si deve quindi rigettare il proposto ricorso. Le spese di lite – liquidate come al dispositivo, seguono la soccombenza.

La Corte ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente in via principale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 – bis.

PQM

La Corte:

rigetta il ricorso. Condanna parte ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità che si liquidano in Euro 100,00 per esborsi, nonchè in Euro 4.000,00 per compensi oltre spese generali al 15% ed accessori come per legge.

La Corte ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente in via principale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 – bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 10 novembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 1 febbraio 2017

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