Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 26305 del 20/12/2016


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Cassazione civile, sez. VI, 20/12/2016, (ud. 02/11/2016, dep.20/12/2016),  n. 26305

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CIRILLO Ettore – Presidente –

Dott. MANZON Enrico – Consigliere –

Dott. NAPOLITANO Lucio – rel. Consigliere –

Dott. VELLA Paola – Consigliere –

Dott. CRICENTI Giuseppe – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 15019/2015 proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE, C.F. (OMISSIS), in persona del Direttore pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e

difende ope legis;

– ricorrente –

contro

AREA COSTRUZIONI S.R.L., C.F. (OMISSIS), in persona del legale

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA,

PIAZZA DEI CARRACCI 1, presso lo studio dell’avvocato ALESSANDRO

ALESSANDRI, che la rappresenta e difende unitamente e disgiuntamente

all’avvocato ANGELO OSNATO, in virtù di mandato in calce al

controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 793/15/2014 della COMMISSIONE TRIBUTARIA

REGIONALE di BOLOGNA, emessa il 10/03/2014 e depositata il

16/04/2014;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

02/11/2016 dal Consigliere Relatore Dott. LUCIO NAPOLITANO.

Fatto

FATTO E DIRITTO

La Corte, costituito il contraddittorio camerale sulla relazione prevista dall’art. 380 bis c.p.c., osserva quanto segue:

La CTR dell’Emilia – Romagna, con sentenza n. 793/15/2014, depositata il 16 aprile 2014, non notificata, rigettò l’appello proposto nei confronti della società Area Costruzioni S.r.l. dall’Agenzia delle Entrate – Direzione provinciale di Ferrara, avverso la decisione della CTP di Ferrara, che aveva accolto il ricorso proposto dalla contribuente avverso cartella di pagamento emessa a seguito di controllo automatizzato ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 36 bis e del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 54 bis, per la ripresa a tassazione di IVA ed irrogazione di sanzioni, conseguente al mancato riconoscimento di credito IVA maturato nell’anno 2003 in assenza di presentazione della domanda da parte della società.

Avverso la sentenza della CTR l’Agenzia delle Entrate ha proposto ricorso per cassazione affidato a due motivi.

La società resiste con controricorso.

Con il primo motivo la ricorrente Amministrazione denuncia violazione/falsa applicazione del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 19, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, deducendo l’erroneità in diritto della sentenza impugnata che, confondendo il profilo dell’effettiva sussistenza del credito (in ogni caso da escludere, alla stregua di quanto esposto nel motivo seguente) con quello del corretto adempimento degli obblighi dichiarativi, non ha rilevato come, dall’omessa presentazione della dichiarazione derivasse la perdita definitiva del diritto della contribuente di avvalersi delle eccedenze maturate a credito per quell’anno, salva la possibilità di presentare domanda di rimborso nei termini di cui al D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 21.

Il motivo è infondato.

Le Sezioni Unite di questa Corte (cfr. Cass. 8 settembre 2016, n. 17757; si veda anche, per la stretta connessione con la problematica in esame, la coeva pronuncia n. 17758/2016), a composizione di contrasto emerso nella giurisprudenza della sezione tributaria, hanno espresso il seguente principio di diritto:

“La neutralità dell’imposizione armonizzata sul valore aggiunto comporta che, pur in mancanza di dichiarazione annuale, l’eccedenza d’imposta – risultante da dichiarazioni periodiche e regolari versamenti per un anno e dedotta entro il termine previsto per la presentazione della dichiarazione relativa al secondo anno successivo a quello in cui il diritto è sorto – sia riconosciuta dal giudice tributario se siano stati rispettati tutti i requisiti sostanziali per la detrazione; pertanto, in tal caso, il diritto di detrazione non può essere negato nel giudizio di impugnazione della cartella emessa dal fisco a seguito di controllo automatizzato, laddove, pur non avendo il contribuente presentato la dichiarazione annuale per il periodo di maturazione, sia dimostrato in concreto – ovvero non controverso – che si tratti di acquisti fatti da un soggetto passivo d’imposta, assoggettati ad IVA e finalizzati ad operazioni imponibili”.

La sentenza impugnata, nel rigettare l’appello proposto dall’Ufficio avverso la sentenza di primo grado, si è attenuta al suddetto principio di diritto, onde il primo motivo di ricorso dell’Amministrazione, basato sull’opzione esegetica disattesa dal citato arresto delle Sezioni Unite, va rigettato.

L’Amministrazione, tuttavia, con il secondo motivo, con il quale denuncia violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 633 del 1972, artt. 19 e 30, in relazione all’art. 115 c.p.c. e art. 2697 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, deduce che nei fatti il giudice tributario d’appello avrebbe dovuto rilevare l’inesistenza del credito IVA, come dedotto con specifico motivo d’appello avverso la sentenza di primo grado, essendo stato documentato che, a seguito della mancata presentazione della dichiarazione, la società aveva subito un accertamento induttivo ai sensi del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 55, conclusosi con adesione e ricalcolo di IVA dovuta dalla contribuente per l’anno di riferimento di Euro 1555,00.

Il motivo è inammissibile. Tra i diversi profili in relazione ai quali l’inammissibilità del motivo è stata eccepita da parte controricorrente risulta fondato quello relativo all’erroneità della formulazione del motivo medesimo.

La sentenza della CTR, infatti, non si è pronunciata sulla questione dell’inesistenza del credito IVA in capo alla società, ritenendo, erroneamente, assorbita la questione, in relazione a quanto esposto circa gli effetti dell’omessa presentazione della dichiarazione.

In realtà proprio la corretta applicazione del principio dinanzi richiamato avrebbe dovuto condurre il giudice tributario d’appello ad accertare nel merito se il credito IVA richiesto dalla società fosse effettivamente esistente.

L’erronea dichiarazione di assorbimento della questione si risolve, pertanto, in omessa pronuncia su quanto specificamente devoluto dall’Amministrazione con l’atto d’appello avverso la sentenza di primo grado, che aveva riconosciuto l’esistenza del credito IVA in favore della società, donde la censura avrebbe dovuto essere proposta in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4 (cfr. Cass. sez. 6-L 12 gennaio 2016, n. 329; Cass. sez. 5, 18 maggio 2012, n. 7871).

Il ricorso va pertanto rigettato.

La sopravvenienza delle citate decisioni delle Sezioni Unite in pendenza del presente giudizio di legittimità giustifica la compensazione delle spese tra le parti.

Non sussistono i presupposti per il raddoppio del contributo unificato, essendo parte ricorrente Amministrazione pubblica per la quale ricorre il meccanismo di prenotazione a debito delle spese (cfr. Cass. sez. unite 8 maggio 2014, n. 9338; più di recente, tra le altre, Cass. sez. 6-L, ord. 29 gennaio 2016, n. 1778).

PQM

La Corte rigetta il ricorso e compensa le spese.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della non sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 2 novembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 20 dicembre 2016

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