Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 26305 del 18/10/2018

Cassazione civile sez. I, 18/10/2018, (ud. 14/09/2018, dep. 18/10/2018), n.26305

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. GIANCOLA Maria Cristina – Presidente –

Dott. BISOGNI Giacinto – Consigliere –

Dott. VALITUTTI Antonio – rel. Consigliere –

Dott. TRICOMI Laura – Consigliere –

Dott. CAIAZZO Rosario – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 12263/2017 proposto da:

T.S., T.G., entrambi nella qualità di eredi di

T.O., elettivamente domiciliati in Roma, Via Ovidio n. 32,

presso lo studio dell’avvocato Schittone Nicolò, che li rappresenta

e difende unitamente all’avvocato Mammucari Moira, giusta procura a

margine del ricorso;

– ricorrenti –

contro

F.L., elettivamente domiciliata in Roma Via Labicana n. 45,

presso lo studio dell’avvocato D’Uffizi Alessandro, che la

rappresenta e difende, giusta procura speciale per Notaio Dott.

V.G. di (OMISSIS) – Rep. n. (OMISSIS);

– controricorrente –

e sul ricorso:

T.A., nella qualità di erede di T.O.,

elettivamente domiciliata in Roma, Via Germanico n. 197, presso lo

studio dell’avvocato Mezzetti Mauro, che la rappresenta e difende

unitamente all’avvocato Mezzetti Alberto, giusta procura in calce al

ricorso;

– ricorrente successivo –

contro

F.L., elettivamente domiciliata in Roma Via Labicana n. 45,

presso lo studio dell’avvocato D’Uffizi Alessandro, che la

rappresenta e difende, giusta procura speciale per Notaio Dott.

V.G. di (OMISSIS) – Rep. n. (OMISSIS);

– controricorrente successivo –

e contro

Procuratore Generale presso la Suprema Corte di Cassazione;

– intimato –

avverso la sentenza n. 1752/2017 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 15/03/2017;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

14/09/2018 dal Cons. Dott. VALITUTTI ANTONIO.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con atto di citazione notificato il 2 dicembre 2006, F.L. conveniva in giudizio, dinanzi al Tribunale di Roma, T.O., chiedendo dichiararsi che il medesimo era il padre naturale della istante, con ordine all’ufficiale dello stato civile del Comune di Civitavecchia, luogo di nascita della F., di procedere all’annotazione dell’emananda sentenza in calce all’atto di nascita dell’attrice. Il giudizio veniva interrotto, per il sopravvenuto decesso del T., e quindi riassunto nei confronti degli eredi T.A., T.G. e T.S., i quali si costituivano in giudizio, reiterando le difese tutte già articolate dal de cuius.

Il Tribunale adito, con sentenza n. 89737/2011, dichiarava che F.L. era figlia naturale di T.O., sulla base delle dichiarazioni a suo tempo rese dalla madre dell’attrice, ed in considerazione dell’ingiustificato rifiuto del T. di sottoporsi prima che ne sopravvenisse il decesso – agli esami ematologici disposti.

2. Con sentenza n. 3881/2013, la Corte d’appello di Roma rigettava l’appello proposto dagli eredi T., rilevando che i medesimi non avevano proposto alcuna specifica censura in ordine all’attività istruttoria espletata in prime cure, ritenendo, in particolare, rilevante il comportamento processuale tenuto dal de cuius, concretatosi nel rifiuto del medesimo di sottoporsi agli esami ematogenetici.

3. Tale pronuncia veniva impugnata con ricorso per cassazione dagli eredi T.. Questa Corte, con sentenza n. 12312/2015, cassava la decisione di secondo grado con rinvio alla Corte d’appello di Roma in diversa composizione, ritenendo non opponibile agli eredi il comportamento processuale del loro dante causa, essendosi gli stessi, per contro, dichiarati disponibili a sottoporsi agli esami genetici ed ematologici necessari.

4. Con pronuncia n. 1752/2017, depositata il 15 marzo 2017 e notificata il 20 marzo 2017, emessa in sede di riassunzione ex art. 392 c.p.c., la Corte d’appello di Roma respingeva nuovamente l’appello proposto da T.A., T.G. e T.S., confermando integralmente la decisione di prime cure. La Corte territoriale reputava dirimenti e decisive le risultanze peritali, che avevano accertato, con elevatissimo tasso di probabilità, che F.L. ed i germani T.A. e G. erano tutti figli del defunto T.O..

5. Per la cassazione di tale sentenza hanno, quindi, proposto separati ricorsi T.A., T.G. e T.S. nei confronti di F.L. e del P.G. presso la Corte Suprema di Cassazione, affidato a due motivi, il ricorso di T.G. e S., ed a quattro motivi, il ricorso proposto da T.A.. La resistente F.L. ha replicato con controricorso.

6. I ricorrenti hanno depositato memorie ex art. 380 bis 1 c.p.c..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. In via pregiudiziale, ritiene la Corte che non sussistano ragioni che richiedano la rimessione dei ricorsi alla pubblica udienza, nè tanto meno – alle Sezioni Unite, come richiesto dai difensori di T.A., nell’istanza in data 19 giugno 2018.

Deve, invero, osservarsi – al riguardo – che nel giudizio di cassazione, la rimessione di una causa alla pubblica udienza dall’adunanza camerale prevista nell’art. 380-bis.1 c.p.c., ammissibile in applicazione analogica dell’art. 380 bis c.p.c., comma 3, rientra nella valutazione discrezionale – incentrata, in particolare, sulla particolare rilevanza della questione di diritto coinvolta – del collegio giudicante, che ben può escluderne la ricorrenza in ragione del carattere consolidato dei principi di diritto da applicare al caso di specie (Cass. Sez. U., 05/06/2018, n. 14437).

Del pari, l’istanza di rimessione del ricorso alle Sezioni Unite anche se formalizzata ai sensi dell’art. 376 c.p.c., comma 2 e dell’art. 139 disp. att. c.p.c. – rappresenta una mera sollecitazione all’esercizio di un potere discrezionale, il quale non solo non è soggetto ad un obbligo di motivazione, ma neppure deve necessariamente manifestarsi in uno specifico esame e rigetto di detta istanza (Cass., 22/06/2016, n. 12962; Cass., 21/05/2012, n. 8016; Cass., 14/01/2003, n. 359).

Nel caso concreto, trattandosi di materia che ha costituito oggetto di numerose decisioni della Corte, e vertendosi, per di più, in una fattispecie di giudizio di rinvio, nel quale la materia del contendere è stata già delimitata dalla pronuncia di legittimità rescindente, la Corte non ravvisa i presupposti nè per la rimessione della causa alla pubblica udienza, nè per la rimessione della stessa alle Sezioni Unite.

2. I due ricorsi, quello di T.A., proposto per primo, e quello di T.S. e G., che in quanto successivo assume la natura del ricorso incidentale (Cass., 20/03/2015, n. 5695; Cass., 09/02/2016, n. 2516), sono stati riuniti, ai sensi dell’art. 335 c.p.c..

3. Prendendo le mosse dal primo ricorso, proposto da T.A., va rilevato che, con il primo motivo, la ricorrente denuncia la violazione dell’art. 61 c.p.c., nonchè l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5.

3.1. La istante si duole del fatto che la Corte d’appello abbia disposto la c.t.u. ematica e genetica sui figli e sulla nipote del defunto T.O., sebbene l’art. 61 c.p.c., preveda che il giudice può farsi assistere da un consulente solo quando è “necessario”. Nel caso di specie, la Corte d’appello avrebbe disposto la c.t.u. “in totale assenza di ogni elemento di prova e nella mancanza perfino della dichiarazione della madre”. Sicchè la consulenza assumerebbe certamente – a parere della ricorrente – un inammissibile carattere esplorativo.

3.2. Il motivo è infondato.

3.2.1. Va osservato, infatti, che nel giudizio di rinvio, è precluso qualsiasi riesame dei presupposti di applicabilità del principio di diritto enunciato dalla Corte di Cassazione, non solo in ordine ai pretesi “errores in iudicando” commessi dal giudice a quo, relativi al diritto sostanziale, ma anche con riferimento alle violazioni di norme processuali che si assumono poste in essere dal giudice di merito, tutte le volte in cui il principio di diritto sia stato enunciato rispetto a un fatto con valenza processuale (Cass. Sez. U., 03/07/2009, n. 15602; Cass., 29/09/2014, n. 20474).

Nel caso di specie, pertanto, la Corte d’appello – nel pronunciarsi in sede di rinvio – non avrebbe di certo potuto rimettere in discussione l’ammissibilità e necessità della c.t.u., affermata da questa Corte nella sentenza n. 12312/2015, con la quale la precedente decisione di appello sul punto era stata confermata, escludendosi la violazione delle norme processuali e sostanziali in materia, e nella quale si osservava che “nella motivazione la Corte di appello ha rilevato condivisibilmente che “i progressi della scienza biomedica consentono oramai, attraverso le prove genetiche e ematologiche, di accertare la esistenza o non esistenza del rapporto di filiazione e ha richiamato la giurisprudenza di legittimità (Cass. civ., sezione 1^, n. 6694 del 24 marzo 2006) secondo cui, “in tema di dichiarazione giudiziale di paternità naturale, il principio della libertà di prova, sancito, in materia, dall’art. 269 c.c., comma 2, non tollera surrettizie limitazioni, nè mediante la fissazione di una sorta di gerarchia assiologica tra i mezzi di prova idonei a dimostrare la paternità o la maternità naturale, nè, conseguentemente, mediante l’imposizione al giudice di merito di una sorta di ordine cronologico nella loro ammissione ed assunzione, a seconda del tipo di prova dedotta, avendo, per converso, tutti i mezzi di prova in materia pari valore per espressa disposizione di legge”.

3.2.2. D’altro canto, va osservato che la succitata decisione della Corte territoriale sul punto, emessa in sede di rinvio, è assolutamente conforme, non soltanto alla pronuncia rescindente di questa Corte n. 12312/2015, ma altresì alla consolidata giurisprudenza di legittimità in materia, secondo cui, in tema di dichiarazione giudiziale di paternità naturale, l’ammissione degli accertamenti immuno-ematologici non è subordinata all’esito della prova storica dell’esistenza di un rapporto sessuale tra il presunto padre e la madre, atteso che tale rapporto e le stesse dichiarazioni della madre richiamate dalla ricorrente, da sole non possono costituire prova della dedotta paternità (art. 269 c.c., comma 4).

Il principio della libertà di prova, sancito, in materia, dall’art. 269 c.c., comma 2, non tollera, invero, surrettizie limitazioni, nè mediante la fissazione di una gerarchia assiologica tra i mezzi istruttori idonei a dimostrare quella paternità, nè, conseguentemente, mediante l’imposizione, al giudice, di una sorta di “ordine cronologico” nella loro ammissione ed assunzione, avendo, per converso, tutti i mezzi di prova pari valore per espressa disposizione di legge (comma secondo della disposizione succitata), e risolvendosi una diversa interpretazione in un sostanziale impedimento all’esercizio del diritto di azione in relazione alla tutela di diritti fondamentali attinenti allo “status” (Cass., 23/02/2016, n. 3479; Cass., 27/08/2013, n. 19583; Cass., 02/07/2007, n. 14976).

3.3. Per tutte le ragioni suesposte, pertanto, la censura deve essere rigettata.

4. Con il secondo motivo di ricorso, T.A. denuncia l’omesso esame di un fato decisivo per il giudizio, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

4.1. La ricorrente si duole del fatto che la Corte d’appello non abbia tenuto conto delle risultanze della consulenza di parte, redatta dai proff. G. e C., secondo la quale l’utilizzazione, ai fini dell’accertamento della paternità – nell’impossibilità di avvalersi del DNA del defunto T.O. -, della prova indiretta, costituita dal prelievo genetico operato sui figli e sulla nipote, non avrebbe prodotto risultati certi ed incontrovertibili, tenuto conto delle acquisizioni scientifiche in materia. Per il che l’accertamento di paternità, operato dal giudice di seconde cure – che avrebbe del tutto omesso la considerazione di tale fatto decisivo per il giudizio non sarebbe in alcun modo attendibile.

4.2. Il mezzo è infondato.

4.2.1. A differenza della consulenza tecnica di ufficio, invero, la consulenza tecnica di parte costituisce una semplice allegazione difensiva, priva di autonomo valore probatorio, posto che il contenuto tecnico del documento non vale ad alterarne la natura, che resta quella di un atto difensivo (Cass., 06/08/2015, n. 16552; Cass. Sez. U., 03/06/2013, n. 13902). Ebbene, l’art. 360, comma 1, n. 5, c.p.c., riformulato dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54, convertito dalla L. n. 134 del 2012, introduce nell’ordinamento un vizio specifico denunciabile per cassazione, relativo all’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, nel cui paradigma non è inquadrabile la censura concernente l’omessa valutazione di deduzioni difensive (Cass., 14/06/2017, n. 14802).

4.2.2. La doglianza in esame, in quanto dedotta con riferimento all’omesso esame di un’allegazione tecnica difensiva di parte, non può, pertanto, trovare accoglimento.

5. Con il terzo motivo di ricorso, T.A. denuncia la violazione dell’art. 2729 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

5.1. La istante deduce che l’accertamento della paternità naturale di F.L., in capo al defunto T.O. difetterebbe altresì di un presupposto essenziale – anche ai fini dell’attendibilità dell’accertamento peritale – costituito dalla prova che il medesimo fosse anche il padre biologico di T.A. e G. ed il nonno di T.S., non potendosi – in subiecta materia – fare ricorso a presunzioni, per l’evidente mancanza dei requisiti della gravità, precisione e concordanza, prescritti dall’art. 2729 c.c..

5.2. La censura è infondata.

5.2.1. Correttamente la Corte territoriale ha, difatti, affermato che la qualità, in capo ad T.A. e G. di figli di T.O. (e, di conseguenza quella di nipote in capo a T.S.) deriva dalla presunzione legale sancita dall’art. 231 c.c., essendo i medesimi i figli legittimi di T.O., nati in costanza di matrimonio. Presunzione, questa, che può essere vinta soltanto con l’azione di disconoscimento di cui all’art. 235 c.c. (Cass., 08/06/2012, n. 9379).

5.2.2. Il motivo non può, pertanto, trovare accoglimento.

6. Con il quarto motivo di ricorso, T.A. denuncia la violazione dell’art. 84 c.p.c., nonchè la nullità della consulenza tecnica di ufficio espletata nel giudizio di rinvio, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3.

6.1. La esponente si duole del fatto che la Corte d’appello non abbia dichiarato la nullità della c.t.u., per avere la consulente d’ufficio mutato arbitrariamente l’incarico conferitole, senza l’autorizzazione del giudice ed il consenso dei difensori costituiti, in violazione dell’art. 84 c.p.c..

6.2. Il mezzo è inammissibile per difetto di autosufficienza.

6.2.1. La nullità della consulenza tecnica d’ufficio – ivi compresa quella dovuta all’eventuale ampliamento o deviazione dell’indagine tecnica rispetto ai limiti delineati dal giudice, o consentiti dai poteri che la legge conferisce al consulente – è soggetta, infatti, al regime di cui all’art. 157 c.p.c., avendo carattere di nullità relativa, e deve, pertanto, essere fatta valere nella prima istanza o difesa successiva al deposito della relazione, restando altrimenti sanata (Cass., 15/06/2018, n. 15747; Cass., 31/01/2013, n. 2251).

6.2.2. Nel caso di specie, peraltro, la ricorrente non ha neppure indicato in quale atto difensivo abbia dedotto tale pretesa nullità, rilevandosi, per contro, dall’impugnata sentenza che il modus operandi del c.t.u. era stato addirittura condiviso dai consulenti di parte, i quali nulla avevano eccepito al riguardo.

6.3. Il motivo non può, di conseguenza, trovare accoglimento.

7. Passando quindi, all’esame del secondo ricorso, proposto da T.G. e S., va rilevato che, con i due motivi di ricorso, i ricorrenti denunciano la violazione degli artt. 62,115 e 194 c.p.c. e art. 92 disp. att. c.p.c., nonchè l’omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5.

7.1. Gli istanti si dolgono del fatto che la Corte d’appello non abbia dichiarato la nullità della consulenza tecnica di ufficio, per non essersi la consulente attenuta al quesito – che prevedeva l’estensione delle indagini genetico-ematologiche anche a T.S., nipote del defunto T.O. – senza sottoporre le variazioni operate previamente ai difensori e senza informarne il giudice, ed abbia, altresì, omesso l’esame di un fatto decisivo della controversia, consistente nella valutazione critica delle risultanze peritali operato dalla difesa degli odierni ricorrenti.

7.2. Le doglianze sono inammissibili.

7.2.1. La censura di nullità della c.t.u., per non essersi il consulente attenuto ai quesiti sottopostigli dal giudice, senza interpellare nè quest’ultimo nè le parti, è inammissibile per le stesse ragioni suindicate, con riferimento al ricorso proposto da T.A.. La doglianza difetta, invero, di autosufficienza, non risultando se ed in quel atto tale dedotta nullità – che, come in precedenza detto, ha carattere di nullità relativa, e deve, pertanto, essere fatta valere nella prima istanza o difesa successiva al deposito della relazione, restando altrimenti sanata (Cass., 15/06/2018, n. 15747; Cass., 31/01/2013, n. 2251) – sia stata eccepita dagli odierni ricorrenti.

7.2.2. Il vizio di omesso esame di un fatto decisivo è, per contro, infondato, avendo la Corte territoriale compiutamente esaminato le risultanze della c.t.u. – anche alla luce del rilievi delle parti – la quale ha concluso nel senso che l’ipotesi che gli odierni ricorrenti e resistente siano tutti figli dello stesso padre ha un valore di probabilità altissimo, ossia del 99,98%, ed ha evidenziato che non era stato utilizzato il profilo genetico della nipote del defunto, in quanto “meno diretta come discendenza” dal medesimo, con decisione, peraltro, condivisa dalle parti e dai c.t.p. (p. 5).

Per converso, la doglianza proposta si traduce in una sostanziale richiesta di rivisitazione del giudizio tecnico e di fatto operato dal giudice di merito, certamente inammissibile in questa sede E’ – per vero – inammissibile il ricorso per cassazione con cui si deduca, apparentemente, una violazione di norme di legge o un vizio di motivazione (nei limiti oggi proponibile) mirando il ricorrente, in realtà, ad una rivalutazione dei fatti operata dal giudice di merito, così da realizzare una surrettizia trasformazione del giudizio di legittimità in un nuovo, non consentito, terzo grado di merito (Cass., 04/04/2017, n. 8758; Cass., 07/12/2017, n. 29404; Cass., 04/08/2017, n. 19547; Cass., 02/08/2016, n. 16056).

7.3. Le censure non possono, di conseguenza, trovare accoglimento.

8. Per tutte le ragioni esposte, pertanto, entrambi i ricorsi, principale ed incidentale, vanno rigettati, con integrale compensazione – tenuto conto della delicatezza e complessità della materia del contendere – delle spese del presente grado del giudizio.

P.Q.M.

Rigetta il ricorso principale e quello incidentale. Dichiara integralmente compensate fra le parti le spese del presente grado del giudizio. Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente principale e dei ricorrenti incidentali, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Dispone, ai sensi del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52, che in caso di diffusione della presente sentenza/ordinanza si omettano le generalità e gli altri dati identificativi delle parti.

Così deciso in Roma, il 14 settembre 2018.

Depositato in Cancelleria il 18 ottobre 2018

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