Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 26297 del 18/10/2018

Cassazione civile sez. I, 18/10/2018, (ud. 12/07/2018, dep. 18/10/2018), n.26297

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – rel. Presidente –

Dott. TERRUSI Francesco – Consigliere –

Dott. CAIAZZO Rosario – Consigliere –

Dott. CAMPESE Eduardo – Consigliere –

Dott. DOLMETTA Aldo Angelo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 14930/2013 proposto da:

Sicilcassa S.p.a., in Liquidazione Coatta Amministrativa, in persona

dei Commissari Liquidatori pro tempore, elettivamente domiciliata in

Roma, Piazza del Fante n. 2, presso lo studio dell’avvocato Palmeri

Paolo, rappresentata e difesa dall’avvocato (OMISSIS), giusta

procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

M.G., N.T., elettivamente domiciliati in Roma,

Via Anapo n. 46, presso lo studio dell’avvocato Corbo Settimio,

rappresentati e difesi dall’avvocato Mangione Francesco, giusta

procura a margine del controricorso;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 336/2013 della CORTE D’APPELLO di PALERMO,

depositata il 02/03/2013;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

12/07/2018 dal Pres. Dott. DI VIRGILIO ROSA MARIA.

La Corte:

Fatto

CONSIDERATO

che:

Con sentenza del 2/3/2013, la Corte d’appello di Palermo ha respinto il gravame proposto dalla Sicilcassa s.p.a. in l.c.a. nei confronti di M.G. e N.T., avverso la sentenza del Tribunale, che aveva ammesso questi ultimi al passivo della liquidazione coatta amministrativa, in chirografo, per la somma di Euro 22.724,00, con gli interessi e la rivalutazione monetaria secondo gli indici Istat dal 20/4/1994 al 5/9/1997, quale credito derivante dall’appropriazione indebita di somme di danaro, perpetrata a danno dei predetti M. e N. dal già dipendente della Sicilcassa, D.B.V., avente le funzioni di cassiere capo presso la Filiale di (OMISSIS).

Nello specifico e per quanto ancora rileva, la Corte d’appello ha ritenuto:

infondata l’eccezione di prescrizione quinquennale con decorrenza dalla conoscenza del fatto illecito (24/12/1994), a ragione dell’interruzione in forza della costituzione di parte civile del 5/12/1996 nei confronti del coobbligato in solido D.B. avente efficacia anche nei confronti di Sicilcassa ex art. 1310 c.c., considerata la notifica del ricorso del 25/9/2001;

provata l’appropriazione indebita nell’importo di Lire 44.000.000, di pertinenza dei sigg. M. e N., da parte del D.B., approfittando questi del ruolo di cassiere capo della filiale di (OMISSIS) della Sicilcassa, in forza: a) delle dichiarazioni confessorie dello stesso D.B. rese alla Procura delle Repubblica presso la Pretura circondariale di Agrigento, del tutto collimanti con quanto dedotto dagli appellati; b) della sentenza di condanna del 10/3/1997 del D.B., resa ex art. 444 c.p.p., a valere quale elemento probatorio, nè erano emerse in giudizio circostanze tali da escludere la responsabilità del capo cassiere, ed anzi in causa erano risultati elementi ulteriori corroboranti i fatti di causa; c) del modulo recante l’intestazione “Sicilcassa”, attestante il versamento di 44 milioni di lire da parte dei sigg, M. – N., a ragione sia delle modalità dell’appropriazione indebita riferite dal D.B. che della identità, sotto il profilo della tipologia, del documento con gli altri undici moduli, in atti, relativi alle somme incamerate illegittimamente dal D.B. e versate da terzi, come indicato nel decreto di citazione a giudizio del 22/2/1996, ed era irrilevante il disconoscimento dei coniugi M. e N. delle sottoscrizioni apposte al modulo, considerato che il D.B. aveva confermato di avere sottoscritto simili documenti, anche falsificando le firme;

d) della stessa condotta della Sicilcassa, che aveva licenziato il D.B. per gli illeciti compiuti.

Ciò posto, la Corte del merito, ritenuta la responsabilità della Sicilcassa ex art. 2409 c.c., per il fatto dell’inserimento del cassiere nella propria impresa, ha considerato prive di rilievo alcune incongruenze nelle dichiarazioni dei coniugi M. e N., così come il mancato rispetto delle disposizioni antiriciclaggio; ha escluso la condotta gravemente negligente degli appellati, a ragione del tasso particolarmente elevato promesso dal D.B., non avendo Sicilcassa provato che detto tasso fosse esorbitante e fuori mercato e, in ogni caso, era del tutto conforme ai canoni di correttezza e buona fede la piena fiducia riposta dai clienti nel cassiere capo, anche ex sindaco di un paese dell’agrigentino; ha ritenuto insussistente il concorso di colpa degli appellati ed ha concluso nel senso di non potere considerare alcuna censura in ordine al quantum risarcitorio, anche in ragione della mancata specifica indicazione delle esatte somme incassate dai clienti, e comunque per la genericità della doglianza sul punto.

Ricorre avverso detta pronuncia Sicilcassa s.p.a. in l.c.a., con ricorso affidato a tre motivi, illustrati con memoria.

Si difendono con controricorso M.G. e N.T..

Diritto

RILEVATO

che:

Col primo motivo, rubricato: “Nullità della sentenza e del procedimento (art. 360 c.p.c., n. 4) per violazione degli artt. 24 e 111 Cost. e art. 101 c.p.c.”, la ricorrente si duole dell’avere la Corte d’appello rigettato l’eccezione di prescrizione, ritenendo interrotto il relativo corso con la costituzione di parte civile nei confronti del D.B., in data 5/12/1996, avente efficacia anche nei confronti di Sicilcassa, e quindi sulla base di un fatto neppure dedotto dai coniugi M. e N. in appello, senza provocare il contraddittorio sul punto.

Col secondo, Sicilcassa si duole della ” Violazione e falsa applicazione di norme di diritto (art. 360 c.p.c., n. 3)- Violazione e falsa applicazione delle disposizioni in materia di onere della prova nelle azioni di risarcimento del danno per responsabilità extracontrattuale: artt. 2043,2697 c.c. e 444 e 654 c.p.p.”.

La ricorrente sostiene che la Corte d’appello avrebbe fondato la decisione sulla efficacia probatoria della sentenza di patteggiamento e sulle dichiarazioni rese dal D.B. a detto scopo, per di più generiche e rese nei confronti di una pluralità di danneggiati; nel resto, ribadisce che i sigg. M. e N. erano caduti in diverse contraddizioni, avendo affermato: l’11/4/1994, di avere ricevuto a casa il modulo 1TRCC; con l’atto stragiudiziale del 20/4/1994, di avere compiuto l’operazione presso i locali della banca; in citazione, che l’operazione sarebbe stata eseguita in banca, ma che il modulo, in busta chiusa, sarebbe stato consegnato in banca dal D.B. ad un incaricato, rimasto ignoto.

Col terzo motivo, la ricorrente si duole dell’avere la Corte del merito violato e falsamente applicato le disposizioni che regolano il valore probatorio della scrittura privata (artt. 214,216 c.p.c. e art. 2697 c.c.), deducendo che, a fronte della contestazione della consegna del modulo da parte del D.B., la controparte avrebbe dovuto chiedere la verificazione; che pertanto, a seguito del disconoscimento, i moduli avrebbero dovuto ritenersi privi di ogni valore e che manca ogni prova sulla effettiva conclusione delle operazioni e sulla consegna del danaro da parte dei sigg. M. e N..

Il primo motivo è infondato.

Va premesso che, per costante orientamento, come ribadito tra le ultime nella pronuncia 23/05/2014, n. 11453, l’omessa indicazione alle parti, ad opera del giudice, di una questione di fatto, ovvero mista di fatto e di diritto, rilevata d’ufficio, sulla quale si fondi la decisione, comporta la nullità della sentenza (cosiddette “della terza via” o “a sorpresa”) per violazione del diritto di difesa delle parti, private dell’esercizio del contraddittorio e delle connesse facoltà di modificare domande ed eccezioni, allegare fatti nuovi e formulare richieste istruttorie sulla questione decisiva ai fini della deliberazione, allorchè quella di esse che se ne dolga prospetti in concreto le ragioni che avrebbe potuto far valere qualora il contraddittorio sulla predetta questione fosse stato tempestivamente attivato.

Ora, nel caso di specie va rilevato che l’atto di costituzione di parte civile del 5/12/1996 nei confronti del coobbligato in solido D.B. era stato allegato dai M. – N. nel giudizio di primo grado, con lo specifico richiamo a pag. 3 della memoria ex art. 184 c.p.c. e della comparsa conclusionale (e menzionato già nel ricorso per insinuazione tardiva ed allo stesso allegato), di talchè deve ritenersi entrato detto atto a far parte del giudizio; nè sarebbe stata necessaria una specifica “riproposizione” in appello del profilo dell’interruzione della prescrizione a ragione dell’atto di costituzione di parte civile nel processo nei confronti del D.B., dato che, come affermato tra le ultime nella pronuncia 5/8/2013, n. 18602 (in senso conforme, le pronunce 30/6/2015, n. 13335 e 13/4/2018, n. 9226, tra le tante), poichè nel nostro ordinamento le eccezioni in senso stretto, cioè quelle rilevabili soltanto ad istanza di parte, si identificano o in quelle per le quali la legge espressamente riservi il potere di rilevazione alla parte o in quelle in cui il fatto integratore dell’eccezione corrisponde all’esercizio di un diritto potestativo azionabile in giudizio da parte del titolare e, quindi, per svolgere l’efficacia modificativa, impeditiva od estintiva di un rapporto giuridico suppone il tramite di una manifestazione di volontà della parte (da sola o realizzabile attraverso un accertamento giudiziale), l’eccezione di interruzione della prescrizione integra un’eccezione in senso lato e non in senso stretto e, pertanto, può essere rilevata d’ufficio dal giudice sulla base di elementi probatori ritualmente acquisiti agli atti, dovendosi escludere, altresì, che la rilevabilità ad istanza di parte possa giustificarsi in ragione della (normale) rilevabilità soltanto ad istanza di parte dell’eccezione di prescrizione, giacchè non ha fondamento di diritto positivo assimilare al regime di rilevazione di una eccezione in senso stretto quello di una controeccezione, qual è l’interruzione della prescrizione.

Ne consegue che il profilo dell’interruzione della prescrizione, basata su fatto ritualmente allegato e facente parte del giudizio, non può ritenersi quale “questione rilevata d’ufficio”, che avrebbe richiesto la previa sottoposizione alle parti al fine di garantire l’effettività del contraddittorio; al giudice d’appello era stata invero devoluta la questione della prescrizione, da valutarsi sulla base degli atti fatti valere in giudizio, nell’ambito della quale è da ritenersi meramente in jure il profilo della valida interruzione del decorso prescrizionale.

I motivi secondo e terzo possono essere esaminati congiuntamente, in quanto strettamente collegati, e sono da ritenersi in parte inammissibili, ed in parte infondati.

Di fondo, i due motivi sono costruiti su di un’interpretazione non esaustiva della sentenza impugnata, non tenendo nel debito conto la pluralità dei fatti che la Corte del merito ha analiticamente indicato e che ha valutato unitariamente, al fine di ritenere provata l’appropriazione indebita da parte del D.B. e che non sono ristretti ai profili che la ricorrente intende censurare coi due mezzi in oggetto.

E’ altresì errato il principio di diritto fatto valere dalla Sicilcassa in merito alla valenza probatoria della sentenza resa in seguito al patteggiamento, dato che, come tra le ultime affermato nelle pronunce del 6/12/2011, n. 26263 e del 18/4/2013, n. 9456, la sentenza penale di applicazione della pena ai sensi degli artt. 444 e 445 c.p.p. – pur non implicando un accertamento capace di fare stato nel giudizio civile – contiene pur sempre una ipotesi di responsabilità di cui il giudice di merito non può escludere il rilievo senza adeguatamente motivare.

Nel resto, le censure avanzate dalla Sicilcassa, pur prospettate sotto il profilo del vizio ex art. 360 c.p.c., n. 3, si palesano nella sostanza quali critiche alla complessiva ricostruzione in fatto da parte della Corte d’appello, tentando di dare una interpretazione difforme degli elementi probatori valutati dal Giudice del merito, tra l’altro in un quadro complessivo, i cui elementi costitutivi non sono tutti resi oggetto di denuncia, ed in ogni caso, va rilevato che nella specie si applica ratione temporis l’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nel testo novellato dal D.L. n. 83 del 2012, convertito, con modificazioni, dalla L. n. 134 del 2012, che esclude la sindacabilità della correttezza logica della motivazione sotto il profilo della sua insufficienza o contraddittorietà, potendo ora denunciarsi in cassazione solo l’omesso esame di un fatto storico (principale o secondario, purchè risultante dal testo della sentenza o dagli atti processuali) che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti ed abbia carattere decisivo, mentre l’omessa motivazione (se risultante dal testo della sentenza, senza necessità di confronto con le risultanze processuali) viene parametrata ad un “minimo costituzionale”, esaurendosi nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile” (così le pronunce Cass. Sez. U, n. 8053 e n. 9032 del 2014; Cass. n. 7472 del 2017); ferma restando, in ogni caso, l’impossibilità di censurare in sede di legittimità la valutazione delle risultanze processuali e la ricostruzione, attraverso di esse, della fattispecie concreta, trattandosi di compito pacificamente riservato al giudice di merito.

Conclusivamente, va respinto il ricorso; le spese seguono la soccombenza.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; condanna la ricorrente alle spese, liquidate in Euro 4200,00, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre spese forfettarie ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 12 luglio 2018.

Depositato in Cancelleria il 18 ottobre 2018

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