Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 26293 del 25/11/2013


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Civile Sent. Sez. L Num. 26293 Anno 2013
Presidente: STILE PAOLO
Relatore: FILABOZZI ANTONIO

SENTENZA

sul ricorso 23625-2010 proposto da:
MELI

RAOUL C.F.

MLERLA27H08H282C,

elettivamente

domiciliato in ROMA, VIA APPENNINI 46, presso lo
studio dell’avvocato LEONE LUCA, rappresentato e
difeso dall’avvocato PISTOLESI CARLA, giusta delega
in atti;
– ricorrente –

2013
2896

contro

I.N.A.I.L – ISTITUTO NAZIONALE PER L’ASSICURAZIONE
CONTRO GLI INFORTUNI SUL LAVORO C.F. 01165400589, in
persona del legale rappresentante pro tempore,

Data pubblicazione: 25/11/2013

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA IV NOVEMBRE
144, presso lo studio degli avvocati RASPANTI RITA,
ROSSI ANDREA, giusta delega in atti;
– controricorrente

avverso la sentenza n. 1256/2010 della CORTE

9234/2005;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica
udienza del 16/10/2013 dal Consigliere Dott. ANTONIO
FILABOZZI;
udito l’Avvocato POSTOLESI CARLA;
udito l’Avvocato ROSSI ANDREA;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore
Generale Dott. ENNIO ATTILIO SEPE che ha concluso per
il rigetto del ricorso.

D’APPELLO di ROMA, depositata il 06/04/2010 R.G.N.

r.g. n. 23625/10
udienza del 16.10.2013

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza depositata in data 6.4.2010, la Corte d’appello di Roma ha rigettato l’appello
proposto da Raoul Meli avverso la sentenza del Tribunale di Rieti che lo aveva condannato al

azione di regresso esercitata dall’Istituto nel triennio successivo alla sentenza penale di estinzione
del reato per prescrizione, ex art. 10, comma 5, d.P.R. n. 1124/65, per il recupero delle somme
corrisposte dallo stesso Istituto a titolo di indennità per un infortunio sul lavoro occorso in un
cantiere del Meli ad un suo dipendente. A tali conclusioni la Corte territoriale è pervenuta
rigettando le eccezioni di nullità degli atti per omessa comunicazione di alcune ordinanze rese nel
corso del giudizio di secondo grado, di nullità della c.t.u. per avere il consulente tecnico raccolto
dichiarazioni del Meli nel corso delle operazioni peritali e di violazione dell’art. 112 c.p.c. da parte
del giudice di primo grado per avere lo stesso giudice integrato e sostituito gli elementi della causa
petendi, ed osservando, nel merito, che dall’istruttoria, ed in particolare dagli atti del giudizio
penale, era risultato che dell’infortunio subito dal lavoratore doveva essere comunque ritenuto
responsabile il datore di lavoro, per non avere garantito la sicurezza del proprio dipendente e non
aver adottato tutte le misure idonee ad evitare il verificarsi dell’evento dannoso, informando
adeguatamente il lavoratore e controllando che questi non si avvicinasse alla pala meccanica
azionata da un gruista che era stato incaricato di spostare un pozzetto di cemento nel cantiere nel
quale operava anche il dipendente colpito dall’infortunio.
Avverso tale decisione propone ricorso per cassazione Raoul Meli affidandosi a cinque motivi di
ricorso cui resiste con controricorso l’Inail.

MOTIVI DELLA DECISIONE

1.- Con il primo motivo si deduce la nullità della sentenza di secondo grado e del procedimento di
appello per omessa comunicazione dell’ordinanza in data 5.2.2009, con cui erano stati richiesti
chiarimenti al consulente tecnico d’ufficio.
2.- Con il secondo motivo si denuncia violazione degli artt. 10 d.P.R. n. 1124/65, 590 e 583 c.p.,
lamentando che il giudice d’appello non abbia rilevato l’improponibilità della domanda di regresso
per l’omesso deposito dell’atto di querela proposta dal lavoratore nei confronti del datore di lavoro.

pagamento, in favore dell’Inail, della somma di E 41.691,06, oltre accessori di legge, a seguito di

3.- Con il terzo motivo si denuncia violazione degli artt. 414 e 420 c.p.c., 2697 c.c., nonché vizio di
motivazione, per non avere la Corte territoriale rilevato che il primo giudice aveva fondato la
propria decisione sulla considerazione di elementi diversi da quelli fatti valere originariamente
dall’Inail.
4.- Con il quarto motivo si deduce violazione dell’art. 112 c.p.c., nonché vizio di motivazione,
reiterando sostanzialmente, sotto diverso profilo, le stesse censure già formulate con il terzo motivo.
5.- Con il quinto motivo si denuncia violazione degli artt. 194 c.p.c. e 2697 c.c. per avere la Corte

fatto che avrebbero dovuto essere provate dall’Inail, senza, peraltro, che tali dichiarazioni fossero
state riportate nel verbale delle operazioni peritali.
6.- Il primo motivo è infondato. E’ ormai insegnamento pacifico, anche alla luce del nuovo art. 360
bis n. 2 c.p.c., che “in materia di impugnazioni civili, dai principi di economia processuale, di
ragionevole durata del processo e di interesse ad agire si desume che la denunzia di vizi
dell’attività del giudice che comportino la nullità della sentenza o del procedimento, ai sensi
dell’art. 360 n. 4 c.p.c., non tutela l’astratta regolarità dell’attività giudiziaria, ma garantisce
soltanto l’eliminazione del pregiudizio del diritto di difesa concretamente subito dalla parte che
denuncia il vizio, con la conseguenza che l’annullamento della sentenza impugnata si rende
necessario solo allorché nel successivo giudizio di rinvio il ricorrente possa ottenere una pronuncia
diversa e più favorevole rispetto a quella cassata” (cfr. ex plurimis Cass. n. 6686/2010, Cass. n.
4340/2010, Cass. n. 9169/2008, Cass. n. 4435/2008, Cass. n. 16630/2007). Pertanto, ove il
ricorrente non indichi lo specifico e concreto pregiudizio subito, e perciò non consenta di ricondurre
il censurato vizio processuale alla violazione dei principi del giusto processo, l’addotto “error in
procedendo” non acquista rilievo idoneo a determinare l’annullamento della sentenza impugnata
(Cass. n. 30652/2011, Cass. n. 18635/2011).
Nella specie, non solo il ricorrente non ha dimostrato il concreto pregiudizio che sarebbe derivato
dalla mancata partecipazione all’atto di riapertura del verbale del 5.2.2009, limitandosi a sostenere
genericamente di essere stato “privato di tutta l’attività processuale legata al supplemento di
perizia”, ma, come risulta dalle deduzioni difensive contenute sia nel ricorso per cassazione che nel
controricorso dell’Inail, il medesimo ricorrente ha partecipato alle successive udienze tenutesi
davanti al giudice d’appello ed ha avuto la possibilità di richiedere termini per il deposito di
osservazioni scritte all’esito del deposito dei chiarimenti da parte del c.t.u., sicché deve escludersi
l’idoneità del vizio denunciato a comportare la nullità della sentenza o del procedimento, ai sensi
dell’art. 360 n. 4 c.p.c.

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d’appello utilizzato dichiarazioni rese dalla parte al consulente tecnico d’ufficio su circostanze di

7.- Il secondo motivo è inammissibile, trattandosi di questione che non risulta trattata davanti al
giudice d’appello, ed è comunque infondato, giacché, contrariamente a quanto si sostiene nel
motivo di ricorso, la giurisprudenza di questa Corte (Cass. n. 19281/2006) esclude che la decadenza
dall’azione di regresso possa essere rilevata d’ufficio, trattandosi di una scelta (quella se eccepire o
non la decadenza) riservata esclusivamente alla disponibilità della parte, secondo la regola generale
dettata dall’art. 2969 c.c.
8.- Parimenti infondati sono il terzo e il quarto motivo, che possono essere trattati congiuntamente

Il ricorrente sostiene, in sostanza, che sia il primo giudice che la Corte d’appello avrebbero fondato
la decisione su fatti diversi da quelli dedotti dall’Inail con il ricorso introduttivo, avendo ritenuto
che il datore di lavoro dovesse essere dichiarato comunque responsabile dell’infortunio occorso al
lavoratore per non avere vietato al dipendente di avvicinarsi alla zona in cui operava l’escavatore,
laddove l’Istituto con il ricorso introduttivo aveva dedotto che era stato il datore di lavoro ad
ordinare al lavoratore di prestare aiuto all’operatore che si trovava alla guida dell’escavatore per
spostare un grosso pozzetto di cemento all’interno del cantiere, rimanendo poi infortunato. In
questo modo, era stato violato anche l’art. 112 c.p.c., avendo il Tribunale (e così la sentenza
impugnata) deciso la causa sulla base di un titolo diverso da quello posto a fondamento della
domanda.
Tali censure devono ritenersi infondate.
Come questa Corte ha già avuto modo di precisare, anche in controversie aventi ad oggetto
fattispecie analoghe a quella in esame (cfr. ex plurimis Cass. n. 10529/2008), il principio della
corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato, fissato dall’art. 112 c.p.c, implica il divieto per il
giudice di attribuire alla parte un bene non richiesto o comunque di emettere una statuizione che
non trovi corrispondenza nella domanda; esso non preclude che il giudice renda la pronuncia
richiesta non solo in base all’applicazione di una norma giuridica diversa da quella invocata
dall’istante, ma altresì in base ad una ricostruzione e valutazione dei fatti autonoma rispetto a quella
prospettata dalle parti, nei limiti delle allegazioni delle parti medesime (così anche Cass. n.
11455/2004).
Nel caso in cui l’Inail abbia fondato la propria azione di regresso sull’art. 10 del d.P.R. 30 giugno
1965, n. 1124, e sulla responsabilità civile del datore di lavoro dalla norma stessa richiesta e il
giudizio penale instaurato a carico del datore di lavoro si sia concluso con la declaratoria di
improcedibilità per estinzione del reato per intervenuta prescrizione dello stesso, l’accertamento
della responsabilità civile del datore di lavoro nella causazione dell’infortunio sul lavoro è
demandato al giudice civile (Corte cost. 28 febbraio 1967, n. 28).

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per riguardare problematiche strettamente connesse tra loro.

Nel far ciò, il giudice deve individuare le norme applicabili ai fatti narrati dall’Istituto ricorrente e
qualificare la responsabilità del datore di lavoro, anche ai sensi dell’art. 2087 c.c.
Al riguardo, costituisce ormai jus receptum il principio secondo cui “la responsabilità conseguente
alla violazione dell’art. 2087 c.c. per inosservanza delle misure di sicurezza sul lavoro ha natura
contrattuale, sicché l’Istituto che agisca in via di regresso deve allegare e provare l ‘esistenza
dell’obbligazione lavorativa e del danno, nonché il nesso causale di questo con la prestazione,
mentre il datore di lavoro deve provare che il danno è dipeso da causa a lui non imputabile, e cioè

che gli esiti dannosi sono stati determinati da un evento imprevisto ed imprevedibile (Cass. n.
10529/2008 cit., cui adde Cass. n. 10441/2007 e, più recentemente, Cass. n. 2736/2010).
9.- Nella specie, l’Inail ha allegato l’esistenza dell’obbligazione lavorativa, del danno e del nesso
causale tra questo e la prestazione lavorativa. La Corte d’appello, a fronte di tali allegazioni, e sulla
base di una ricostruzione dei fatti parzialmente diversa da quella prospettata dall’Istituto, ha ritenuto
che il datore di lavoro dovesse comunque essere dichiarato responsabile dell’infortunio occorso al
dipendente, condividendo quanto già affermato dal primo giudice circa il fatto che “la norma
antinfortunistica violata, che vieta la presenza di operai nel campo di azione di escavatori, se
osservata avrebbe impedito il verificarsi del danno” ed osservando che il datore di lavoro non
aveva provato di aver adottato tutte le misure idonee ad evitare il verificarsi del danno, ed in
particolare di avere adeguatamente informato il lavoratore e di avergli vietato di avvicinarsi
all’escavatore in movimento (ipotesi, quest’ultima, espressamente sanzionata dall’art. 12, comma 3,
del d.P.R. n. 164/1956), né aveva provato che l’esito dannoso fosse stato determinato da un evento
imprevisto ed imprevedibile.
Così decidendo, la Corte territoriale, per quanto già osservato, non ha certamente violato il
principio della corrispondenza tra il chiesto e il pronunciato, stabilito dall’art. 112 c.p.c, e, per
contro, si è correttamente attenuta ai principi costantemente ribaditi da questa Suprema Corte (cfr.
Cass. 7328/2004, Cass. n. 14270/2004, Cass. n. 2930/2005 cui adde Cass. 7127/2007, Cass.
19559/2006, Cass. 5493/2006, Cass. 4980/2006 e, più recentemente, Cass. n. 4656/2011, Cass. n.
22818/2009, Cass. n. 19494/2009, Cass. 3786/2009, Cass. 9817/2008) secondo cui “le norme
dettate in tema di prevenzione degli infortuni sul lavoro, tese ad impedire I ‘insorgenza di situazioni
pericolose, sono dirette a tutelare il lavoratore non solo dagli incidenti derivanti dalla sua
disattenzione, ma anche da quelli ascrivibili ad imperizia, negligenza ed imprudenza dello stesso;
ne consegue che il datore di lavoro è sempre responsabile dell’infortunio occorso al lavoratore, sia
quando ometta di adottare le idonee misure protettive, sia quando non accerti e vigili che di queste
misure venga fatto effettivamente uso da parte del dipendente, non potendo attribuirsi alcun effètto

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di aver adempiuto al suo obbligo di sicurezza, apprestando tutte le misure per evitare il danno, e

esimente per l’imprenditore che abbia provocato un infortunio sul lavoro per violazione delle
relative prescrizioni all’eventuale concorso di colpa del lavoratore, atteso che la condotta del
dipendente può comportare l’esonero totale del datore di lavoro da responsabilità solo quando
essa presenti i caratteri dell’abnormità, inopinabilità ed esorbitanza rispetto al procedimento
lavorativo ed alle direttive ricevute, come pure dell’atipicità ed eccezionalità, così da porsi come
causa esclusiva dell’evento”.

10.- Il quinto motivo deve ritenersi inammissibile per difetto di autosufficienza in ordine
all’indicazione dello specifico contenuto delle note che sarebbero state depositate dal ricorrente per
l’udienza di discussione e di quanto riferito dal c.t.u. nella relazione di consulenza tecnica in ordine
alle dichiarazioni rilasciategli dal datore di lavoro nel corso delle operazioni peritali, ed anche
perché, come si è già accennato, la Corte territoriale ha ritenuto sussistente la responsabilità del
datore di lavoro anche a prescindere da un ordine dato al dipendente di cooperare con il gruista
nello spostamento del pozzetto di cemento (aggiungendo, nell’ultima parte della motivazione, che la
responsabilità del datore di lavoro, “già sussistente”, sarebbe stata solo “aggravata” da tale
circostanza).
11.- In conclusione, il ricorso deve essere rigettato, ed a tale pronuncia segue la condanna del
ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio, che si liquidano come da dispositivo,
facendo riferimento alle disposizioni di cui al d.m. 20 luglio 2012, n. 140 e alla tabella A ivi
allegata, in vigore al momento della presente decisione (artt. 41 e 42 d.m. cit.).

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso; condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio
liquidate in € 100,00 oltre € 3.500,00 per compensi professionali, oltre accessori di legge.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio del 16 ottobre 2013.

Sia il terzo che il quarto motivo devono essere pertanto rigettati.

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