Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 26258 del 22/11/2013


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Civile Sent. Sez. 2 Num. 26258 Anno 2013
Presidente: TRIOLA ROBERTO MICHELE
Relatore: BURSESE GAETANO ANTONIO

SENTENZA
sul ricorso 27886-2007 proposto da:
LUZZI

MASSIMO

LZZMSM76S16A561C,

LUZZI

LUCIO

LZZLCU41C14F715T, LUZZI GIANMARIA LZZGMR78C10D612T,
LUZZI CRISTIANO CST71L14A561G, elettivamente
domiciliati in ROMA, LUNGOTEVERE FLAMINIO 79, presso
lo studio dell’avvocato FAIETA ANTONELLA,
:2013

rappresentati e difesi dall’avvocato LUZZI ARMANDO;
– ricorrenti –

2166

contro

MARIANI

MASSIMO

MRNMSM51E21G833V,

elettivamente

domiciliato in ROMA, PIAZZA CAMERINO 15, presso lo

Data pubblicazione: 22/11/2013

studio

dell’avvocato

ROMOLO

CIPRIANI

GIUSEPPE,

rappresentato e difeso dall’avvocato MENCARELLI
ALESSANDRO;
– controri corrente –

avverso la sentenza n. 1723/2006 della CORTE D’APPELLO

udita la relazione della causa svolta nella pubblica
udienza del 24/10/2013 dal Consigliere Dott. GAETANO
ANTONIO BURSESE;
udito l’Avvocato ANTONELLA FAIETA,

con delega

dell’avvocato ARMANDO LUZZI difensore dei ricorrenti
che si riporta agli atti;
udito l’Avvocato MATTEO DEL VESCOVO, con delega
dell’avvocato ALESSANDRO MENCARELLI difensore del
resistente che si riporta agli atti;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore
Generale Dott. AURELIO GOLIA che ha concluso per il
rigetto del ricorso.

°ri

di FIRENZE, depositata il 26/10/2006;

Luzzi-Mariani
SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
Con atto di atto ritualmente notificato, i sigg. Lucio,Massimo, Giammaria
Luzzi, nonché Cristiano Luzzi, citavano avanti al Tribunale di Pistoia l’arch.

direttore dei lavori di ristrutturazione ed ampliamento di un fabbricato di loro
proprietà, sito in Monsummano Terme, chiedevano accertarsi quanto dovuto
al medesimo per l’attività professionale espletata e la sua condanna al
risarcimento dei danni cagionati da errori di progettazione nonché da non
corretta direzione lavori e dal conseguente minor valore del fabbricato, , tutto
ciò previa compensazione del controcredito spettante all’architetto a titolo di
I
compenso per l’attività professionale svolta. Nello stesso atto di citazione, gli
attori indicavano in L. 40.000.000 l’ammontare degli acconti che avevano già
versati al professionista. Si costituiva l’arch. Mariani opponendosi alla
domanda e chiedeva in via riconvenzionale il pagamento, a saldo delle
proprie competenze, della somma di L. 63.677.841 oltre rivalutazione ed
accessori di legge.
Il tribunale, espletata la CTU,

riteneva che gli attori avessero

complessivamente versato una somma superiore a quella da essi stessi
indicata nella citazione e ciò sulla base di ulteriore produzione documentale
( copie di assegni intestati ed incassati dallo stesso professionista ) , per
cui, tenuto conto della somma riconosciuta in favore degli attori a titolo di

Corte Suprema di Cassazione — II se4 4i y.ep. dr. G. A. Bursese.

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Massimo Mariani , e premesso che quest’ultimo era stato progettista e

risarcimento danni, condannava il Mariani al pagamento della somma €
2.844,76.
La sentenza era appellata dal Mariani, il quale sosteneva come la
dichiarazione contenuta nell’atto di citazione circa la somma a lui

confessione, per cui non poteva essergli riconosciuta una somma superiore
sulla base della documentazione successivamente prodotta in corso di
causa.
L’adita Corte d’Appello di Firenze, con sentenza n. 1723/06 depos. in data
26.10.2006, accoglieva l’appello aderendo alla

tesi dell’appellante, e

condannava i Luzzi al pagamento della somma di € 16.116,19, ribadendo il
valore confessorio della dichiarazione contenuta in citazione relativa agli
acconti versati al professionista, nel senso che le somme a lui corrisposte
dai committenti non potessero superare l’ importo dichiarato nell’atto
introduttivo e tutto ciò in difetto di revoca della confessione stessa.
Per la cassazione di tale sentenza ricorre/Luzzi sulla base di n. 2 mezzi;
resiste con controricorso l’intimato.
MOTIVI DELLE DECISIONE
Con il primo

motivo, i Luzzi denunziano la violazione degli artt.

2730,2731,2732 e 2734 c.c. con riguardo al riconoscimento di debito
contenuto nella citazione avente natura confessoria; con il 2° motivo, il
difetto di motivazione sulla stessa circostanza.

Corte Suprema di Cass

z. civ. – est. dr. G. A. Bursese-

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corrisposta dai Luzzi ( L. 40.000.000), costituiva una vera e propria

Deducono in specie che la Corte d’Appello aveva dato rilevanza solo alla
dichiarazione di essi attori contenuta nella citazione in ordine all’ammontare
della somma da essi corrisposta al professionista ( L. 40.000.000), ma non
anche ” ai fatti modificativi ed alle circostanze aggiunte emerse in corso di

violate le norme indicate”. Infatti la confessione è una dichiarazione di
scienza e non di volontà ed è come tale revocabile e i confidenti hanno
provato di aver dichiarato il falso contra sé per effetto di un errore di fatto
ben riconoscibile dalla controparte, per cui la confessione perderebbe ogni
valore probatorio.
evidenziato

La corte territoriale poi non aveva puntualmente

i motivi in forza dei quali aveva ritenuto prevalente la

dichiarazione contenuta nell’atto di citazione, sulla

documentazione

contabile e le ulteriori prove acquisite in giudizio. Non ha considerato che
essi attori avevano reso tale dichiarazione errando in conseguenza di vari
fattori, come l’irregolare tenuta della contabilità da parte del professionista. In
realtà tale dichiarazione non costituiva una confessione giudiziale vera e
propria ; nel caso fosse tale, la stessa , in conseguenza della
documentazione contabile prodotta, avrebbe dovuto ritenersi tacitamente
revocata per errore.
I due motivi — congiuntamente esaminati, non hanno pregio.

Corte Suprema di Cass

ne —11 s . civ. – est. dr. G. A. Bursese-

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causa circa l’ammontare degli acconti versati dagli attori, così risultando

La dichiarazione dei ricorrenti di aver

corrisposto solo l’acconto di L.

40.000.000, ha indubbiamente natura confessoria, atteso che riguarda un
fatto sfavorevole ai dichiaranti ma favorevole all’altra parte.
Ha stabilito infatti questa Corte, che una dichiarazione è qualificabile come

nella consapevolezza e volontà di ammettere e riconoscere la verità di un
fatto a sé sfavorevole e favorevole all’altra parte, e di un elemento oggettivo,
che si ha qualora dalla ammissione del fatto obiettivo che forma oggetto
della confessione ,escludente qualsiasi contestazione sul punto, derivi un
concreto pregiudizio all’interesse del dichiarante e al contempo un
corrispondente vantaggio nei confronti del destinatario della dichiarazione” (
Cass. n. 16127 del 15/11/2002 ; Cass. Sez. 3, Sentenza n. 19165 del
29/09/2005).
Quanto alla configurabilità della cennata revoca della confessione, si
rende necessario “non solo l’elemento oggettivo, costituito dalla non
rispondenza al vero del fatto confessato, ma anche l’elemento soggettivo,
cioè la prova dello stato di errore in cui il confidente si trovava nel momento
in cui il fatto venne confessato” ( Cass. Sentenza n. 3010 del 01/03/2002;
Cass. Sentenza n. 15618 del 11/08/2004).
Tanto premesso, ritiene il Collegio che il giudice distrettuale non sia incorso
nelle denunciate violazioni di legge ed ha motivato sufficientemente anche
se in modo succinto, la sua decisione su tale punto. Egli ha infatti

Corte Suprema di Cassazione — 11 sez. c3 est. dr.

A. Bursese-

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confessione, quando questa consta di un elemento soggettivo, “consistente

correttamente attribuito valore confessorio all’ ammissione dei ricorrenti
nell’atto di citazione, precisando che le somme corrisposte in acconto
“erano limitate al suddetto importo”, sottolineando peraltro che ” in difetto di
revoca ( gli attori neppure hanno dedotto l’errore di fatto), la confessione

del fatto che acconti non furono superiori al predetto importo.” I ricorrenti
dunque non hanno proposto al riguardo alcuna specifica censura, di avere
dedotto cioè l’ ipotetico errore di fatto che avrebbe comportato la revoca
della iniziale loro dichiarazione.
Alla stregua di tali considerazioni, il ricorso dev’essere dunque rigettato. Le
spese seguono il criterio della soccombenza.
P.Q.M.
rigetta il ricorso , e condanna i ricorrenti al pagamento delle spese
processuali che liquida in € 2.200,00, d cui € 200,00 per esborsi.
In Roma li 24 ottobre 2013

stessa costituiva prova legale, a norma degli artt. 2730, 2735 e 2733 c.c.

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