Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 26250 del 18/10/2018

Cassazione civile sez. un., 18/10/2018, (ud. 03/07/2018, dep. 18/10/2018), n.26250

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONI UNITE CIVILI

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCHIRO’ Stefano – Primo Presidente f.f. –

Dott. DI IASI Camilla – Presidente di Sez. –

Dott. D’ANTONIO Enrica – Consigliere –

Dott. GENOVESE Francesco Antonio – Consigliere –

Dott. CIRILLO Ettore – Consigliere –

Dott. FRASCA Raffaele – Consigliere –

Dott. ACIERNO Maria – rel. Consigliere –

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – Consigliere –

Dott. GIUSTI Alberto – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 6539/2018 proposto da:

R.F., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA BONIFACIO

VIII 22, presso lo studio dell’avvocato MARTA NOVEMBRINO,

rappresentato e difeso dall’avvocato FEDELE RIGLIACO;

– ricorrente –

contro

ORDINE DEGLI AVVOCATI DI LECCE, PROCURA GENERALE PRESSO LA CORTE DI

CASSAZIONE;

– intimati –

avverso la sentenza n. 226/2017 del CONSIGLIO NAZIONALE FORENSE,

depositata il 22/12/2017.

Udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

03/07/2018 dal Consigliere Dott. MARIA ACIERNO;

udito il Pubblico Ministero, in persona del Sostituto Procuratore

Generale Dott. CAPASSO Lucio, che ha concluso per il rigetto del

ricorso.

Fatto

FATTI DI CAUSA

Il Consiglio Nazionale Firenze ha confermato la pronuncia del Consiglio dell’Ordine degli avvocati di Lecce con la quale è stata inflitta all’avv. R.F. la sanzione disciplinare della sospensione dall’esercizio dell’attività professionale per la durata di mesi 4.

A sostegno della decisione è stato rilevato in fatto che C.M. e M.A. avevano conferito un mandato professionale all’avv. R. oltre che ad un altro legale in relazione ad una procedura espropriativa immobiliare promossa in loro danno da una banca nella quale erano intervenuti diversi istituti di credito. La scelta dei legali era stata suggerita dal Presidente dell’Associazioni Antiusura. All’avv. R. era stato corrisposto un importo complessivo di 3.000 Euro ma era stato accertato, dopo la fissazione delle operazioni di vendita, che non era stato depositato alcun atto oppositivo all’esecuzione intrapresa. A sostegno della denuncia, venivano prodotte una serie di fotocopie relative al rapporto professionale intercorso dalle quali emergeva il pagamento complessivo della somma sopra indicata. Una delle quietanze recava, infine, la indicazione “a saldo”. L’incolpato ha replicato di aver proposto un’opposizione solo per la ripetizione degli interessi; di aver verificato che era stata già fissata la vendita dei beni pignorati; di aver predisposto un ricorso in opposizione di cui produceva copia informale ma di non averlo presentato per volontà della sig.ra C., la quale aveva ritenuto più utile far partecipare all’asta persona di sua fiducia; di aver restituito tutti i documenti alla stessa. La signora C. negava fermamente di aver bloccato l’opposizione.

In diritto è stato evidenziato che la censura relativa alla carenza di motivazione non è idonea a produrre la nullità della decisione potendo il C.N.F. integrarla e, comunque, la conclusione secondo la quale i fatti erano stati provati e documentati doveva ritenersi del tutto corretta.

E’ risultato incontroverso che alcuna opposizione esecutiva era stata proposta. La vendita forzata del compendio pignorata non aveva incontrato alcun contrasto giudiziale. Dalla copia del ricorso non è possibile desumere la data di redazione dell’atto, ma ciò che rileva è che il ricorso non venne depositato.

In ordine alle ragioni di tale omesso deposito, sulle quali si è incentrato il contrasto ricostruttivo tra le parti, la prospettazione della denunciante è stata ritenuta l’unica attendibile. Dai documenti prodotti è emersa la causale “pratica di opposizione all’esecuzione immobiliare” od “onorari relativi all’incarico professionale conferito” od anche “acconti giudiziari in corso”. Non è stato, pertanto, ritenuto plausibile che la denunciante continuasse a versare acconti pur avendo disposto il blocco dell’attivazione di procedimenti giudiziari. Avverso tale pronuncia ha proposto ricorso per cassazione l’avv. R. affidato a due motivi.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Nel primo motivo viene dedotta la censura di nullità della sentenza per omessa motivazione in relazione all’omessa considerazione dell’attività svolta e delle indicazioni fornite anche in ordine ad una consulenza giurata che sarebbe stata necessaria ai fini del ricorso da proporre e per non aver tratto alcuna conseguenza dal fatto che non potevano essere fornite informazioni precise sulle modalità di partecipazione alla vendita per ragioni deontologiche.

La censura è inammissibile perchè esclusivamente incentrata su rilievi inerenti alla valutazione del merito o a circostanze nuove (l’attività stragiudiziale) rispetto alle quali manca ogni indicazione in relazione alla pregressa allegazione e richiesta di prova.

Nel secondo motivo viene dedotto l’omesso esame di un fatto decisivo consistente sia nel non aver valorizzato l’indecisione della denunciante e del marito in ordine alla proposizione del ricorso ed infine la sua volontà di soprassedere, dopo la quale sono stati restituiti i documenti sia in relazione all’omessa considerazione dello svolgimento di attività professionale molto più ampia di quella relativa alla redazione di un atto.

Infine viene censurata la sproporzione della sanzione rispetto ai fatti accertati, in mancanza di fatti che potessero condurre alla contestazione di una recidiva.

Anche questa censura non supera il vaglio di ammissibilità.

Secondo l’orientamento consolidato di questa Corte (per tutte e fra le più recenti: Cass. Sez. Un., 20 settembre 2016, n. 18395; Cass. Sez. Un., 22 luglio 2016, n. 15203), le decisioni del Consiglio nazionale forense in materia disciplinare sono impugnabili dinanzi alle sezioni unite della Corte di Cassazione, ai sensi del R.D.L. n. 1578 del 1933, art. 56, soltanto per incompetenza, eccesso di potere e violazione di legge, con la conseguenza che l’accertamento del fatto, l’apprezzamento della sua rilevanza rispetto alle imputazioni, la scelta della sanzione opportuna e, in generale, la valutazione delle risultanze processuali non possono essere oggetto del controllo di legittimità, salvo che si traducano in un palese sviamento di potere, ossia nell’uso del potere disciplinare per un fine diverso da quello per il quale è stato conferito.

Nella specie si contesta esclusivamente l’esame dei fatti compiuto dal Consiglio Nazionale Forense, prospettandone una valutazione diversa e si contesta l’entità della sanzione, ovvero un profilo della decisione impugnata del tutto insindacabile.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso.

Sussistono le condizioni per l’applicazione del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 3 luglio 2018.

Depositato in Cancelleria il 18 ottobre 2018

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA