Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 26225 del 16/10/2019

Cassazione civile sez. lav., 16/10/2019, (ud. 11/07/2019, dep. 16/10/2019), n.26225

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NOBILE Vittorio – Presidente –

Dott. RAIMONDI Guido – Consigliere –

Dott. ARIENZO Rosa – Consigliere –

Dott. BLASUTTO Daniela – Consigliere –

Dott. PAGETTA Antonella – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 3987-2015 proposto da:

TRIESTE TRASPORTI S.P.A., in persona del legale rappresentante pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA GIACOMO PUCCINI 10,

presso lo studio dell’avvocato GIANCARLO FERRI, che la rappresenta e

difende unitamente agli avvocati CRISTINA DA ROS e GIANNI SADAR;

– ricorrente –

contro

G.F.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 259/2014 della CORTE D’APPELLO di TRIESTE,

depositata il 31/07/2014, R. G. N. 254/2012.

Fatto

RILEVATO

1. Che la Corte di appello di Trieste ha confermato la sentenza di primo grado che aveva annullato la sanzione disciplinare di sospensione di un giorno dal servizio e dalla retribuzione irrogata da Trieste Trasporti s.p.a. al dipendente G.F.;

1.1. che, in particolare, il giudice di appello ha ritenuto inammissibile, in quanto di contenuto valutativo e non vertente su fatti intesi in senso oggettivo e naturalistico, la prova orale articolata dalla società datrice in ordine al fatto oggetto di contestazione rappresentato dalla eccessiva velocità di conduzione dell’autobus aziendale, rispetto alle caratteristiche del mezzo ed alla visibilità esistente, alla cui guida si trovava il G.;

2. che per la cassazione della decisione ha proposto ricorso Trieste Trasporti s.p.a. sulla base di quattro motivi; la parte intimata non ha svolto attività difensiva;

3. che parte ricorrente ha depositato memoria ai sensi dell’art. 380- bis. 1.1. c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO

1. Che con il primo motivo parte ricorrente deduce violazione e falsa applicazione della L. n. 300 del 1970, art. 7, e dell’art. 116 c.p.c. censurando la sentenza impugnata per avere escluso dall’indagine ad essa demandata l’accertamento dei fatti oggetto di contestazione per preteso carattere dello stesso solo soggettivo, affidato in fatto ad una valutazione puramente individuale di due persone;

2. che con il secondo motivo deduce violazione o falsa applicazione degli artt. 244,115 e 116 c.p.c. censurando la sentenza impugnata per mancata ammissione dei capitoli di prova articolati, destinati a provare la realizzazione della condotta addebitata;

3. che con il terzo motivo deduce nullità della sentenza per violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 4, e dell’art. 111 Cost. sul rilievo che la motivazione utilizzata – riferita al carattere valutativo delle circostanze capitolate – si poneva in contrasto con il contenuto dei capitoli di prova;

4. che con il quarto motivo deduce violazione o falsa applicazione degli artt. 420 e 421 c.p.c. censurando, in sintesi, il mancato esercizio dei poteri istruttori di ufficio che assume giustificato in relazione ad una serie di circostanze di fatto relative essenzialmente alla condizione dei luoghi, ammesse dal G. nel ricorso introduttivo ed anche in sede stragiudiziale;

5. che il primo motivo di ricorso è inammissibile;

5.1. che la sentenza impugnata non ha propriamente affermato il difetto di specificità della contestazione nel senso della inidoneità della stessa a consentire al lavoratore di comprendere con pienezza gli addebiti ascritti, con lesione, quindi, del suo diritto di difesa, ma ha rilevato come il fatto ascritto si configurasse quale espressione di valutazioni meramente soggettive ed individuali ed ha ritenuto che tali caratteristiche non consentissero di dare ingresso alla prova orale sul punto (sentenza, pagg. 8 e 9); in altri termini, il riferimento ai profili soggettivi della contestazione si pone, nella economia della motivazione, come strettamente funzionale a sorreggere la mancata ammissione della prova orale, ma non include anche una valutazione di non specificità della contestazione;

5.2. che alla luce di quanto ora osservato non pertinente alle effettive ragioni che sorreggono la decisione si rivela la censura incentrata sulla violazione del principio di specificità della contestazione L. n. 300 del 1970, ex art. 7;

5.3. che, in ogni caso, la deduzione di violazione di norme di legge non è articolata in termini conformi alla valida censura della decisione posto che anzichè vertere sul significato e sulla portata applicativa della L. n. 300 del 1970, art. 7 risulta incentrata sulla concreta valutazione del contenuto della contestazione, il cui apprezzamento è riservato al giudice di merito ed è sindacabile in cassazione solo mediante precisa censura, senza limitarsi a prospettare una lettura alternativa a quella svolta nella decisione impugnata (Cass. n. 13667 del 2018, Cass. n. 14619 del 1999, Cass. n. 437 del 1998);

5.4. che in merito, poi, alla dedotta violazione dell’art. 116 c.p.c. trova applicazione il condivisibile orientamento di questa Corte secondo il quale in tema di ricorso per cassazione, una questione di violazione o di falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c. non può porsi per una erronea valutazione del materiale istruttorio compiuta dal giudice di merito, ma, rispettivamente, solo allorchè si alleghi che quest’ultimo abbia posto a base della decisione prove non dedotte dalle parti, ovvero disposte d’ufficio al di fuori dei limiti legali, o abbia disatteso, valutandole secondo il suo prudente apprezzamento, delle prove legali, ovvero abbia considerato come facenti piena prova, recependoli senza apprezzamento critico, elementi di prova soggetti invece a valutazione, (Cass. n. 27000 del 2016) questioni neppure astrattamente prospettate dall’odierna parte ricorrente;

6. che il secondo motivo di ricorso è infondato;

6.1. che la sentenza impugnata, sul rilievo che la prova orale deve vertere su fatti intesi in senso oggettivo e naturalistico e non su meri giudizi o apprezzamenti, ha ritenuto inammissibili le circostanze oggetto dei capitoli di prova in quanto affidate a valutazioni puramente individuali ed alle “sensazioni” dei presenti all’episodio;

6.2. che l’affermazione è coerente con la giurisprudenza di questa Corte secondo la quale la prova testimoniale deve avere ad oggetto fatti obiettivi e non apprezzamenti o valutazioni richiedenti conoscenze tecniche o nozioni di esperienza non rientranti nel notorio (Cass. n. 5548 del 2010, Cass. n. 2435 del 1990);

6.3. che l’esame dei capitoli sulla quale era stata chiesta la prova orale giustifica la valutazione di inammissibilità della stessa atteso che la verifica del fatto oggetto di contestazione rappresentato dalla eccessiva velocità nella guida del mezzo affidato al G. – non è ancorata ad alcun elemento obiettivo di riscontro ma dichiaratamente affidata alla percezione soggettiva dei funzionari della società che hanno proceduto alla segnalazione, come reso palese dal riferimento alla “sensazione comune dei medesimi”;

7. che il terzo motivo di ricorso è infondato;

7.1. che, come noto, la motivazione meramente apparente – che la giurisprudenza parifica, quanto alle conseguenze giuridiche, alla motivazione in tutto o in parte mancante – sussiste allorquando pur non mancando un testo della motivazione in senso materiale, lo stesso non contenga una effettiva esposizione delle ragioni alla base della decisione, nel senso che le argomentazioni sviluppate non consentono di ricostruire il percorso logico -giuridico alla base del decisum. E’ stato, in particolare, precisato che la motivazione è solo apparente, e la sentenza è nulla perchè affetta da “error in procedendo”, quando, benchè graficamente esistente, non renda, tuttavia, percepibile il fondamento della decisione, perchè recante argomentazioni obbiettivamente inidonee a far conoscere il ragionamento seguito dal giudice per la formazione del proprio convincimento, non potendosi lasciare all’interprete il compito di integrarla con le più varie, ipotetiche congetture (Cass. Sez. Un. 22232 del 2016), oppure allorquando il giudice di merito ometta ivi di indicare gli elementi da cui ha tratto il proprio convincimento ovvero li indichi senza un’approfondita loro disamina logica e giuridica, rendendo, in tal modo, impossibile ogni controllo sull’esattezza e sulla logicità del suo ragionamento (Cass. n. 9105 del 2017) oppure, ancora, nell’ipotesi in cui le argomentazioni siano svolte in modo talmente contraddittorio da non permettere di individuarla, cioè di riconoscerla come giustificazione del decisum (Cass. n. 20112 del 2009). Tali carenze, che l’odierna parte ricorrente assume sulla base di considerazioni del tutto generiche ed assertive, non sono riscontrabili nella sentenza in esame della quale sono agevolmente ricostruibili i percorsi argomentativi che hanno condotto alla conferma della sentenza di primo grado, essenzialmente riconducibili al mancato assolvimento da parte della società, per inadeguatezza della prova articolata, dell’onere sulla stessa gravante di dimostrare i fatti oggetto di contestazione;

8. che il quarto motivo è inammissibile;

8.1. che la giurisprudenza di questa Corte ha chiarito che il mancato esercizio dei poteri istruttori del giudice (previsti, nel rito del lavoro, dall’art. 421 c.p.c.), anche in difetto di espressa motivazione sul punto, non è sindacabile in sede di legittimità se non si traduce in un vizio di illogicità della sentenza; la deducibilità della omessa attivazione dei poteri istruttori come vizio motivazionale e non come error in procedendo, impedendo al giudice di legittimità l’esame diretto degli atti, impone al ricorrente che muova alla sentenza impugnata siffatta censura di riportare testualmente, in omaggio al principio di autosufficienza del ricorso per cassazione, tutti quegli elementi (emergenti dagli atti ed erroneamente non presi in considerazione dal giudice di merito) dai quali era desumibile la sussistenza delle condizioni necessarie per l’esercizio degli invocati poteri. In particolare, il ricorrente deve riportare in ricorso gli atti processuali dai quali emergeva l’esistenza di una “pista probatoria”, ossia l’esistenza di fatti o mezzi di prova idonei a sorreggere le sue ragioni con carattere di decisività (rispetto ai quali avrebbe potuto e dovuto esplicarsi l’officiosa attività di integrazione istruttoria demandata al giudice di merito), e deve altresì allegare di avere nel giudizio di merito espressamente e specificamente richiesto l’intervento officioso, posto che, onde non sovrapporre la volontà del giudicante a quella delle parti in conflitto di interessi e non valicare il limite obbligato della terzietà, è necessario che l’esplicazione dei poteri istruttori del giudice venga specificamente sollecitata dalla parte con riguardo alla richiesta di una integrazione probatoria qualificata. (v. tra le altre, Cass. n. 12717 del 2010, n. 6023 del 2009, n. 7119 del 2002);

8.2. che parte ricorrente non ha osservato gli oneri prescritti al fine della valida censura della decisione; in particolare non ha allegato di avere in secondo grado formulato specifica istanza di attivazione dei poteri ex art. 437 c.p.c.; inoltre, le circostanze asseritamente configuranti una “pista probatoria” non sono evocate nel rispetto del principio di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6; invero in relazione alle pretese ammissioni formulate dal G. non appare sufficiente la trascrizione di alcuni passi del ricorso di primo grado (v. ricorso, pag. 21, primo cpv.) che per la sua parzialità non consente alcuna verifica della idoneità delle stesse a configurare una pista probatoria; analogamente deve osservarsi in relazione alle circostanze di cui alla dichiarazione stragiudiziale sottoscritta dal lavoratore e dal suo difensore (v. ricorso pag. 21 secondo cpv.,) la cui modalità di evocazione, connotata dalla riproduzione solo di alcune parti della stessa, peraltro non riportate in forma integrale come evincibile dal ricorso ai punti sospensivi, non consente di apprezzarne il contenuto in funzione della decisività del ricorso ai poteri istruttorii di ufficio;

8.3. che in base alle considerazioni che precedono il ricorso deve essere respinto;

9. che non si fa luogo al regolamento delle spese di lite non avendo la parte intimata svolto attività difensiva;

10. che sussistono i presupposti per l’applicabilità del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso. Nulla per le spese di lite.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma del comma 1 bis dello stesso art. 13.

Così deciso in Roma, il 11 luglio 2019.

Depositato in Cancelleria il 16 ottobre 2019

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