Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 26188 del 19/12/2016

Cassazione civile, sez. I, 19/12/2016, (ud. 07/07/2016, dep.19/12/2016),  n. 26188

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. BERNABAI Renato – Presidente –

Dott. DOGLIOTTI Massimo – rel. Consigliere –

Dott. SCALDAFERRI Andrea – Consigliere –

Dott. DI MARZIO Mauro – Consigliere –

Dott. TERRUSI Francesco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 3704/2015 proposto da:

F.M., elettivamente domiciliata in ROMA, BARBERINI 36,

presso l’avvocato CHIARA TUCCIMEI rappresentata e difesa

dall’avvocato ADRIANO DI FALCO, giusta procura a margine del

ricorso;

– ricorrente –

contro

T.M., elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE DELLE MILIZIE

38, presso l’avvocato MASSIMO BOGGIA, che lo rappresenta e difende,

giusta procura a margine del controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1649/2014 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE,

depositata il 10/10/2014;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

07/07/2016 dal Consigliere Dott. MASSIMO DOGLIOTTI;

udito, per il controricorrente, l’Avvocato MASSIMO BOGGIA che ha

chiesto il rigetto del ricorso;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

ZENO Immacolata, che ha concluso per l’accoglimento per quanto di

ragione del motivo secondo overrulling 23836/15.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con citazione, ritualmente notificata, T.M. conveniva in giudizio F.M. davanti alla Corte di Appello di Firenze, per sentir dichiarare l’efficacia nel nostro ordinamento di sentenza, emessa dal Tribunale Ecclesiastico Regionale Etrusco del 05/06/2012, ratificata in data 15/11/2012 dal Tribunale Ecclesiastico Regionale Flaminio e resa esecutiva in data 03/04/2013 dal Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica, dichiarativa della nullità del matrimonio contratto tra le parti, per vizio psichico del soggetto comportante inettitudine,al momento della manifestazione del consenso, a contrarre matrimonio. La F. si costituiva, deducendo la contrarietà della decisione all’ordine pubblico italiano, e chiedendo, in via subordinata, l’affermazione del suo diritto ad un assegno di mantenimento. La Corte di Appello di Firenze, con sentenza in data 10/10/2014, dichiarava efficace in Italia la sentenza del Tribunale ecclesiastico, nonchè inammissibile la domanda subordinata, proposta dalla convenuta, circa l’assegno di mantenimento.

Ricorre per cassazione la F..

Resiste, con controricorso, il T..

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo, la ricorrente lamenta violazione della L. n. 218 del 1995, art. 120 e 64, L. n. 121 del 1985, art. 8, art. 112 c.p.c., là dove la Corte territoriale aveva ritenuto “irricevibili” le argomentazioni della ricorrente poste a sostegno della sussistenza degli effetti contrari all’ordinamento interno della sentenza ecclesiastica. Afferma la ricorrente che le emergenze istruttorie di cui alla sentenza ecclesiastica sono state richiamate al solo fine di rappresentare che le circostanze poste a base della decisione sul difetto di discrezione di giudizio, non sono equiparabili alla incapacità di intendere e di volere di cui all’art. 120 c.c.. Con il secondo motivo, violazione dell’art. 112 c.p.c., affermando la tempestività dell’eccezione ostativa alla delibazione, in ragione della durata del matrimonio, formalizzata all’udienza di discussione.

Il primo motivo appare infondato.

Correttamente la Corte di merito afferma, secondo un indirizzo giurisprudenziale ampiamente consolidato (tra le altre Cass. n. 16051 del 2009), che, in tema di delibazione delle sentenze ecclesiastiche dichiarative della nullità di matrimonio concordatario per difetto di consenso, la condizioni di vizio psichico, assunta dal giudice ecclesiastico come comportante inettitudine del soggetto a contrarre il matrimonio, pur non essendo del tutto coincidente, non si discosta sostanzialmente dall’ipotesi di incapacità di intendere e di volere contemplata dall’art. 120 c.c.. Afferma la ricorrente di non voler “sindacare” le emergenze istruttorie della sentenza ecclesiastica, ma di indicare la differenza, nella specie, tra il difetto di discrezione di controparte e l’incapacità di cui all’art. 120 c.c.. Ma, in realtà, essa finisce proprio inamissibilmente per chiedere un controllo della decisione ecclesiastica, richiamando in particolare la nozione di “immaturità”, secondo l’ordinamento ecclesiastico, privilegiata dalla sentenza, oggetto di delibazione, che essa definisce “assai ambigua”. Del resto, la ricorrente non chiarisce in che modo eventuali differenze tra la nozione di vizio psichico “ecclesistico” e dell’incapacità di cui all’art. 120 c.c., potrebbero essere in contrasto con l’Ordine pubblico Italiano. Il secondo motivo va dichiarato parimenti infondato. Questa Corte a Sezioni Unite (Cass. N. 16379 e 16380 del 2014), componendo in contrasto giurisprudenziale, sorto nell’ambito della prima sezione civile (al riguardo, v. Cass. N. 1343 del 2011; Cass. N. 8926 del 2012), ha indicato nella convivenza stabile e duratura tra gli sposi (ma se non vi fosse stabilità e durata, a ben vedere, non vi sarebbe neppure “convivenza”), successiva alla celebrazione del matrimonio, e dunque attinente al matrimonio rapporto, un limite generale di ordine pubblico alla delibabilità delle sentenze ecclesiastiche di nullità matrimoniale. Le predette sentenze a Sezioni Unite precisano che la relativa questione costituisce eccezioni in senso stretto e, come tale, deve essere proposta all’atto della costituzione (tempestiva) del convenuto. Richiamano in tal senso le sezioni Unite l’eccezione circa l’interruzione della separazione, ai fini della pronuncia di divorzio (art. 3 L. Divorzio). Si tratta di interpretazione che questo Collegio condivide e che ben esprime una scelta di rispetto dell’autonomia delle parti (libero il convenuto di proporre o meno l’eccezione), con l’apposizione di un limite alla valutazione, altrimenti troppo incisiva, del giudice, così invece opportunamente scevra da ogni forma di paternalismo. L’eccezione dunque non può essere rilevata di ufficio dal giudice. Solo la parte interessata (e cioè il convenuto) è legittimata: come il diritto a chiedere la nullità o l’annullamento matrimoniale, spetta alle parti anche lo strumento per paralizzare l’azione, che rimane nella loro disponibilità. L’eccezione, da intendersi, come si diceva, in senso tecnico, dovrà essere formulata, a pena di decadenza, con la comparsa di costituzione e risposta, ai sensi degli artt. 166 e 167 c.p.c.. E’ da escludere che l’eccezione possa essere ritualmente proposta per la prima volta in sede di memoria ex art. 183 c.p.c., comma 6, così come, per la prima volta, davanti a questa Corte.

E’ pacifico, nella specie, che l’eccezione sia stata proposta dalla convenuta soltanto in sede di udienza di discussione davanti alla Corte di Appello.

Questo Collegio non condivide l’assunto di una pronuncia di questa Corte, rimasta peraltro isolata (Cass. n. 25676 del 2015) che ha parlato di overruling (e cioè di una regola nuova di diritto, introdotta dalle predette sentenze a Sezioni Unite, tale da comportare una remissione di termini:

In realtà il revirement non è stato così profondo e repentino: la questione era già stata ampiamente dibattuta in dottrina e non mancavano pronunce di merito, nel senso poi recepito da questa Corte a Sezioni Unite, che, del resto, come si è detto ha composto un contrasto sorto nell’ambito della prima sezione tra Cass. N. 1343 del 2011 e 8926 del 2012. E dunque ben avrebbe potuto la convenuta proporre in termini la relativa eccezione, anche prima dell’intervento risolutore delle Sezioni Unite.

Va conclusivamente rigettato il ricorso.

La sostanziale novità delle questioni trattate richiede la compensazione tra le parti delle spese del presente giudizio.

PQM

La Corte rigetta il ricorso; compensa tra le parti le spese del presente giudizio di legittimità. A norma del D.L. n. 196 del 2003, art. 52, in caso di diffusione del presente provvedimento omettere le generalità e gli altri atti identificativi delle parti, dei minori e dei parenti, in quanto imposto dalla legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 7 luglio 2016.

Depositato in Cancelleria il 19 dicembre 2016

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