Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 26167 del 18/10/2018

Cassazione civile sez. II, 18/10/2018, (ud. 23/05/2018, dep. 18/10/2018), n.26167

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. D’ASCOLA Pasquale – Presidente –

Dott. FEDERICO Guido – rel. Consigliere –

Dott. GRASSO Giuseppe – Consigliere –

Dott. SCALISI Antonino – Consigliere –

Dott. CASADONTE Annamaria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 635/2014 proposto da:

STUDIO M. SRL, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA ISACCO

NEWTON 6, presso lo studio dell’avvocato MASSIMO ROSATI,

rappresentato e difeso dall’avvocato GIORGIO BACCHELLI;

– ricorrente –

contro

UNIPOL ASSICURAZIONI SPA, elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE

REGINA MARGHERITA, 210, presso lo studio dell’avvocato ROBERTO MARIA

BAGNARDI, che lo rappresenta e difende;

S.F., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA

DELL’ELETTRONICA 20, presso lo studio dell’avvocato GIUSEPPE PIERO

SIVIGLIA, che lo rappresenta e difende;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 694/2013 della CORTE D’APPELLO di BOLOGNA,

depositata il 17/05/2013;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

23/05/2018 dal Consigliere GUIDO FEDERICO;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

PEPE ALESSANDRO, che ha concluso per il rigetto;

uditi gli Avvocati SIVIGLIA Giuseppe Piero, BAGNARDI Roberto Maria,

difensore dei rispettivi resistenti, che hanno chiesto

l’accoglimento delle conclusioni depositate in atti.

Fatto

ESPOSIZIONE DEL FATTO

Studio M. srl ha proposto opposizione al decreto ingiuntivo emesso dal Tribunale di Bologna in favore dell’ing. S.F., per il pagamento di 20.000,00 Euro, a titolo di compenso per la prestazione professionale di progettazione, afferente ad interventi migliorativi della discarica denominata “(OMISSIS)” di proprietà di Hera spa, deducendo l’inadempimento del creditore opposto della prestazione di progettazione; l’opponente spiegava altresi domanda riconvenzionale di risarcimento dei danni derivanti dal suddetto inadempimento.

L’ing. S., costituitosi, resisteva e chiedeva la conferma del decreto e la reiezione della domanda risarcitoria avanzata dall’opponente.

Con specifico riferimento alla domanda di risarcimento dei danni, inoltre, il creditore opposto chiedeva ed otteneva autorizzazione alla chiamata in causa di UGF Assicurazioni spa, per essere da questa tenuto indenne e manlevato in ordine ad eventuali somme corrisposte allo Studio M. srl a titolo di responsabilità civile.

Il Tribunale di Bologna dichiarava l’improcedibilità dell’opposizione per tardiva costituzione in giudizio dell’opponente. La Corte d’Appello di Bologna, con la sentenza n. 694/13 depositata il 17.5.2013, revocata la declaratoria di improcedibilità dell’opposizione, la rigettava nel merito, e rigettava altresi la domanda di risarcimento dei danni proposta dall’opponente-appellante. La Corte territoriale rilevava anzitutto che le contestazioni mosse da Hera alla progettazione curata direttamente dal professionista erano state da questo puntualmente riscontrate ed evidenziava inoltre che lo studio M. aveva a sua volta respinto tutte le contestazioni e rilievi di Hera;

evidenziava inoltre che Hera aveva infine provveduto al pagamento della fattura emessa dallo studio M. per tutte le prestazioni rese, comprese quelle eseguite dall’ing. S..

Il giudice di appello riteneva inoltre infondata la domanda riconvenzionale di risarcimento del danno fondata sull’esclusione dello studio M. dall’elenco dei fornitori Hera, in quanto, da un lato, non vi era alcun elemento idoneo a dimostrare che detta esclusione fosse imputabile all’operato dell’ing. S., dall’altro non vi era alcuna evidenza che il decremento di fatturato dello studio M. fosse attribuibile alle mancate commesse di Hera.

Avverso detta sentenza propone ricorso per cassazione, con otto motivi, lo Studio M. srl.

L’ ing. S. ed Unipolsai Assicurazioni spa resistono con controricorso.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

Il primo motivo di ricorso denuncia l’omesso esame di un fatto decisivo ex art. 360 c.p.c., n. 5), con riferimento alla mancata ammissione delle prove dedotte dalla ricorrente, in ordine alla causa di esclusione dello studio M. srl dall’elenco dei fornitori di Hera spa, prove tutte tendenti a dimostrare che l’inadempimento dell’ing. S. aveva determinato la procedura di “non conformità” e conseguente esclusione di Studio M. srl dall’elenco fornitori di Hera spa.

Il motivo è inammissibile.

La Corte territoriale ha infatti specificamente preso in esame le circostanze dedotte dalla ricorrente nei capitoli di prova, ritenendole peraltro irrilevanti ai fini della decisione in quanto i capitoli di prova concernevano circostanze già riscontrate dai documenti prodotti o erano “valutativi”.

Tale valutazione, rimessa al giudice del merito, non risulta adeguatamente confutata dalla ricorrente.

In particolare, il capitolo di prova n. 23), specificamente afferente alla dedotta esclusione di Studio M. dal conferimento di incarichi da parte di Hera, appare del tutto generico e non conducente in relazione al nesso eziologico tra prestazione dell’ing. S. ed esclusione di Studio M. srl dall’elenco fornitori, poichè nella sua formulazione si fa espresso riferimento anche all’esistenza di altre ragioni (“anche per tali motivi Hera… sospendeva lo Studio M. dall’elenco fornitori dell’ente e lo inseriva nella black list”).

Del pari generico il capitolo n. 24), avente ad oggetto l’esclusione dall’elenco fornitori, in quanto non viene specificato se l’esclusione sia stata deliberata dall’Hera con atto formale, comunicato (in quali forme?) all’odierna ricorrente, e soprattutto non vi è alcun riferimento alla causa dell’esclusione, ed alla sua imputabilità ad un inadempimento o inesatto adempimento, o comunque alla condotta dell’ing. S..

I fatti il cui esame sarebbe stato omesso, dunque, quali l’apertura della procedura di non conformità e la conseguente esclusione dello studio M., seppure fossero stati confermati dai testi escussi, sono generici e privi di decisività in relazione alla ratio della decisione, fondata sulla mancata prova di un inadempimento dello S. e del nesso eziologico tra condotta dello S. e procedura di esclusione dell’odierna ricorrente da parte di Hera. Il secondo motivo di ricorso denuncia l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio, con riferimento alle risultanze della documentazione prodotta dalla ricorrente, già appellante, relative a chiarimenti e contestazioni richieste da Hera e relative a diverse difformità e discordanze.

Pure tale motivo è infondato.

La Corte territoriale ha infatti specificamente preso in esame la documentazione allegata dall’odierna ricorrente ed ha affermato che le obiezioni di Hera erano state puntualmente riscontrate dal professionista, il quale aveva fornito tutti i chiarimenti richiesti, provvedendo alle dovute integrazioni.

Il giudice di appello ha inoltre rilevato che la stessa ricorrente aveva contestato tutti i rilievi mossi da Hera affermando che le prestazioni rese dall’ing. S. erano state puntualmente e correttamente eseguite. Il terzo mezzo denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 115 c.p.c. e art. 2697 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3), censurando la statuizione della sentenza impugnata secondo cui la circostanza dell’esclusione della ricorrente dagli elenchi Hera non risultava provata ed in ogni caso, neppure se provata avrebbe potuto essere imputata all’operato del professionista, ben potendo essere collegata ad altre vicende: in particolare ad avviso della ricorrente la Corte territoriale, in violazione dell’art. 115 c.p.c. e art. 2697 c.c. aveva erroneamente escluso le prove testimoniali da essa indotte, con ciò impedendole di provare i propri assunti.

Il motivo è inammissibile per difetto di decisività.

Deve anzitutto rilevarsi che la stessa “esclusione” della ricorrente dagli elenchi di Hera risulta circostanza del tutto generica, poichè non viene neppure specificato se essa risultasse da un provvedimento formale, o se fosse costituita da una esclusione di fatto, sostanzialmente desunta, ex post, dal mancato conferimento di ulteriori incarichi;

in ogni caso, come già evidenziato in relazione al primo mezzo, la Corte territoriale ha escluso la prova testimoniale in quanto ha ritenuto irrilevanti e generici i capitoli di prova articolati dall’odierna ricorrente, e tale valutazione, rimessa all’apprezzamento del giudice di merito, risulta logica, coerente ed adeguata, in quanto l’eventuale esclusione della ricorrente, come affermato dal giudice di appello, deve ritenersi del tutto irrilevante nella presente controversia, in mancanza di prova del nesso eziologico tra l’esclusione suddetta ed uno specifico inadempimento imputabile all’ing. S..

Il quarto motivo denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 61 e 191 c.p.c.ex art. 360 c.p.c. n. 3), in relazione alla mancata ammissione di ctu tecnica, avente ad oggetto le numerose carenze riscontrate nella progettazione dell’ing. S..

Pure tale censura è infondata.

Conviene premettere che la decisione di ricorrere o meno ad una consulenza tecnica d’ufficio costituisce un potere discrezionale del giudice, che, tuttavia, è tenuto a motivare adeguatamente il rigetto dell’istanza di ammissione proveniente da una delle parti, dimostrando di poter risolvere, sulla base di corretti criteri, i problemi tecnici connessi alla valutazione degli elementi rilevanti ai fini della decisione, senza potersi limitare a disattendere l’istanza sul presupposto della mancata prova dei fatti che la consulenza avrebbe potuto accertare (Cass. 17399/2015).

Nel caso di specie, il provvedimento di rigetto risulta adeguatamente motivato: la Corte territoriale ha infatti ritenuto irrilevante la chiesta consulenza tecnica in quanto ha altrimenti escluso, sulla base della complessiva valutazione delle risultanze processuali, l’inadempimento dell’ing. S., vale a dire il fatto che detta consulenza tendeva a dimostrare.

Come evidenziato dal giudice di appello, infatti, la stessa ricorrente aveva fatto propri i chiarimenti e le integrazioni del professionista e soprattutto Hera aveva regolarmente pagato l’intero corrispettivo pattuito, comprese le prestazioni del professionista; la Corte ha dunque ritenuto, con apprezzamento adeguato, che l’avvenuto integrale pagamento da parte di Hera, che non è contestato, implicasse il superamento delle contestazioni originarie e fosse idoneo ad escludere l’inadempimento dello S..

Il quinto motivo denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 2730,2734 e 2735 c.c. lamentando che il giudice abbia erroneamente attribuito valore di prova piena legale alle dichiarazioni, solo apparentemente confessorie, rese da Studio M. srl ad Hera spa.

La censura è inammissibile per difetto di decisività

La Corte territoriale non ha infatti attribuito piena efficacia confessoria alle dichiarazioni contenute nella lettera inviata dallo Studio M. ad Hera, ma ha fondato la propria valutazione della mancanza di un inadempimento imputabile al professionista soprattutto sulla non contestata circostanza, del successivo integrale pagamento da parte di Hera del compenso pattuito, fatto questo, ritenuto con apprezzamento logico, coerente ed adeguato, idoneo a provare l’infondatezza delle contestazioni iniziali ed incompatibile con un inadempimento, seppure parziale, riconducibile all’ing. S..

Il sesto motivo denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art. 2727, ex art. 360 c.p.c., n. 3), per omesso rilievo che la raccomandata di Hera dell’11.3.2009 dimostrerebbe l’apertura di una procedura di non conformità a carico di Sudio M., a causa dei rilievi mossi alla (OMISSIS), eseguita dall’ing. S.; si lamenta inoltre l’omesso esame del prospetto relativo alla riduzione del fatturato, documento idoneo a dimostrare la cessazione di ogni rapporto contrattuale tra Studio M. ed Hera. Da tali elementi il giudice di merito avrebbe dunque dovuto desumere che l’esclusione dei fornitori era stato causato dall’apertura del procedura di non conformità e che tale esclusione aveva determinato la cessazione di ogni rapporto di collaborazione tra la ricorrente ed Hera ed una sensibile riduzione di fatturato.

Pure tale censura è inammissibile per difetto di decisività, in quanto non attinge la ratio fondamentale posta a fondamento della sentenza impugnata, vale a dire la mancanza di un inadempimento imputabile al professionista, che abbia determinato l’esclusione di Studio M. dall’elenco fornitori Hera.

Il settimo motivo denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art. 92 c.p.c., in relazione all’art. 360, n. 3) per avere la Corte posto a carico dell’odierna ricorrente l’intero ammontare delle spese processuali, a fronte della parziale soccombenza dell’ing. S., posto che era stata dichiarata, in via preliminare, l’infondatezza dell’eccezione di improcedibilità sollevata dall’ing. S. nel giudizio di primo grado. Il motivo è inammissibile.

La Corte territoriale ha infatti evidenziato che l’opposizione dell’odierna ricorrente, pur proponibile e tempestiva, era infondata nel merito, ponendo pertanto a carico della stessa, in applicazione del principio di soccombenza, l’intero ammontare delle spese processuali.

Tale statuizione è conforme a diritto.

Deve in ogni caso rilevarsi che il sindacato della Corte di cassazione in materia di regolazione delle spese processuali è limitato ad accertare che non risulti violato il principio in forza del quale le spese non possono essere poste a carico della parte totalmente vittoriosa, esulando da tale sindacato la valutazione di opportunità di compensare in tutto o in parte le spese di lite (Cass. 8421/2017; 15317/2013).

L’ottavo motivo denuncia la nullità della sentenza ai sensi dell’art. 132 c.p.c., n. 4) in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 4), per assoluta contraddittorietà della motivazione, in quanto, secondo la ricorrente, la Corte territoriale, pur ammettendo l’esclusione dello studio M. dall’elenco dei fornitori di Hera, avrebbe aprioristicamente escluso la riconducibilità di detto evento ai fatti di causa.

Il motivo è infondato.

Come si è già evidenziato, la Corte ha chiaramente indicato l’iter logico seguito e la “ratio decidendi” posta a fondamento della decisione, costituita dalla mancanza di un inadempimento imputabile all’ing. S., evidenziando in modo adeguato gli elementi che, come evidenziato, giustificano il convincimento del giudice rendendone dunque possibile il controllo di legittimità (Cass. Ss. Uu. 8053/2014). Il ricorso va dunque rigettato e le spese, regolate secondo soccombenza, si liquidano come da dispositivo.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater sussistono i presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo, a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso.

Condanna la ricorrente alla refusione delle spese di lite, che liquida in complessivi 4.200,00 Euro, di cui 200,00 Euro per esborsi, oltre a rimborso forfettario per spese generali, in misura del 15%, ed accessori di legge, in favore di ciascuna parte.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo, a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 23 maggio 2018.

Depositato in Cancelleria il 18 ottobre 2018

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