Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 26147 del 17/11/2020

Cassazione civile sez. lav., 17/11/2020, (ud. 25/06/2020, dep. 17/11/2020), n.26147

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MANNA Antonio – Presidente –

Dott. BALESTRIERI Federico – Consigliere –

Dott. BLASUTTO Daniela – rel. Consigliere –

Dott. CINQUE Guglielmo – Consigliere –

Dott. LEO Giuseppina – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 328-2020 proposto da:

K.C., domiciliato in ROMA PIAZZA CAVOUR presso LA CANCELLERIA

DELLA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentato e difeso

dall’avvocato GIANLUCA VITALE;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO, in persona del Ministro pro tempore,

rappresentato e difeso dall’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO presso i

cui Uffici domicilia ex lege in ROMA, alla VIA DEI PORTOGHESI 12;

– resistente con mandato –

avverso la sentenza n. 785/2019 della CORTE D’APPELLO DI TORINO,

depositata il 08/05/2019 R.G.N. 627/2018.

 

Fatto

RILEVATO

CHE:

1. La Corte di appello di Torino, con sentenza n. 785/2019, ha confermato il rigetto della domanda proposta da K.C. diretta al riconoscimento dello status di rifugiato o, in subordine, della protezione sussidiaria o, in via ulteriormente gradata, della protezione umanitaria.

2. La Corte di appello ha premesso che il richiedente, proveniente dal (OMISSIS), aveva allegato di essere stato vittima di atti di persecuzione riconducibili a motivi di religione D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 7 e art. 8, comma 1, legati al contrasto tra le diverse scuole della tradizione mussulmana; che il Tribunale aveva ritenuto la narrazione del richiedente non veritiera, con conseguente rigetto delle prime due domande, con la precisazione che in ordine all’ipotesi di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c non era dato riscontrare nel (OMISSIS) – e in special modo nella regione di (OMISSIS), di provenienza del richiedente – una situazione di violenza indiscriminata da conflitto armato interno o internazionale; che il Tribunale aveva pure negato la protezione umanitaria, invocata dal ricorrente sulla base di motivi di salute.

3. Tanto premesso, la Corte di appello ha osservato che l’appellante non aveva efficacemente contrastato l’osservazione per cui, a fronte dell’effettiva esistenza di diverse scuole religiose, non era dimostrata l’esistenza di scontri tra le stesse; che, secondo le informazioni acquisite, era dato riscontrare l’esistenza di attacchi terroristici contro le forze internazionali e contro l’esercito locale, ma non contro la popolazione e comunque sempre in zone diverse da quella di provenienza dell’istante.

4. Per la cassazione di tale sentenza K.C. ha proposto ricorso affidato ad un unico, articolato motivo. Il Ministero ha depositato atto di costituzione al solo fine dell’eventuale partecipazione alla discussione orale.

Diritto

CONSIDERATO

CHE:

5. Con unico motivo il ricorrente denuncia violazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, comma 3 e D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 e art. 19 nonchè difetto di motivazione (art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5) per non avere la Corte di appello ravvisato situazioni di particolari vulnerabilità in capo al ricorrente, ritenendo insussistente un pericolo di danno grave in caso di rimpatrio.

Il ricorrente si duole che la sentenza: a) non abbia esaminato i recenti report prodotti in appello, da cui poteva evincersi che l’intero paese del (OMISSIS) era da considerarsi particolarmente rischioso; b) non abbia in alcun modo valutato lo stato di vulnerabilità del richiedente, pur a fronte del profondo disagio psichico da cui è affetto, come allegato e documentato in giudizio, situazione che avrebbe dovuto essere considerata ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria.

6. Il motivo di ricorso, interamente vertente sul rigetto della domanda di protezione umanitaria, è inammissibile quanto alla prima censura, mentre è meritevole di accoglimento quanto alla seconda.

7. Il ricorrente lamenta la mancata considerazione delle fonti informative da lui indicate in appello, ma non ha denunciato – come può evincersi anche dalla articolazione del motivo di ricorso – alcuna violazione dell’art. 101 c.p.c. ovvero, più in generale, del diritto alla difesa e del principio del giusto processo (artt. 111 e 24 Cost.).

8. La Corte di appello ha rispettato l’onere, in relazione al D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, comma 3, di specificare la fonte in concreto utilizzata e il contenuto dell’informazione da essa tratta e ritenuta rilevante ai fini della decisione, così da consentire alla parte la verifica della pertinenza e della specificità di tale informazione rispetto alla situazione concreta del Paese di provenienza del richiedente la protezione (in tali termini, cfr. Cass. n. 13449 del 2019; v. pure 13897 del 2019). Sulla scorta del contenuto di fonti informative, ha concluso per l’insussistenza di contrasti violenti tra diverse scuole di religione mussulmana, essendo documentati attacchi terroristici solo contro le forze internazionali e contro l’esercito locale e in ogni caso non contro la popolazione e comunque sempre in una zona diversa da quella di provenienza del richiedente.

9. Considerato che, quando il richiedente alleghi il timore di essere soggetto nel suo paese di origine ad una persecuzione a sfondo religioso o comunque ad un trattamento inumano o degradante fondato su motivazioni a sfondo religioso, il giudice deve effettuare una valutazione sulla situazione interna del Paese di origine del richiedente, indagando espressamente l’esistenza di fenomeni di tensione a contenuto religioso (cfr. Cass. n. 28974 del 2019), deve concludersi che la Corte di merito abbia assolto tale onere, non validamente contrastato dal motivo di ricorso.

10. In ordine alla seconda censura, occorre premettere che la materia della protezione umanitaria è stata interessata dal recente intervento modificativo di cui al D.L. n. 113 del 2018, conv. in L. n. 132 del 2018. Al riguardo, sono intervenute le Sezioni Unite di questa Corte che, con la sentenza n. 29459 del 13 novembre 2019, hanno innanzitutto chiarito che il diritto alla protezione umanitaria, espressione di quello costituzionale di asilo, sorge al momento dell’ingresso in Italia in condizioni di vulnerabilità per rischio di compromissione dei diritti umani fondamentali e la domanda volta ad ottenere il relativo permesso attrae il regime normativo applicabile. Ne consegue che la normativa introdotta con il D.L. n. 113 del 2018, convertito in L. n. 132 del 2018, nella parte in cui ha modificato la preesistente disciplina di cui al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 e disposizioni consequenziali, non trova applicazione in relazione a domande di riconoscimento del permesso di soggiorno per motivi umanitari proposte prima dell’entrata in vigore (5 ottobre 2018) della nuova legge; tali domande saranno, pertanto, scrutinate sulla base delle norme in vigore al momento della loro presentazione, ma in tale ipotesi l’accertamento della sussistenza dei presupposti per il riconoscimento del permesso di soggiorno per motivi umanitari, valutata in base alle norme esistenti prima dell’entrata in vigore del D.L. n. 113 del 2018, convertito nella L. 132 del 2018, comporterà il rilascio del permesso di soggiorno “per casi speciali” previsto dall’art. 1, comma 9 suddetto D.L..

1. La protezione umanitaria, nella disciplina ratione temporis applicabile alla fattispecie, è una misura atipica e residuale nel senso che essa copre situazioni, da individuare caso per caso, in cui, pur non sussistendo i presupposti per il riconoscimento della tutela tipica (status di rifugiato o protezione sussidiaria), tuttavia non possa disporsi l’espulsione e debba provvedersi all’accoglienza del richiedente che si trovi in situazione di vulnerabilità (Cass. n. 23604 del 2017, conf. Cass. 14005 del 2018).

2. Le Sezioni Unite, invero, con la sentenza poc’anzi citata, hanno definitivamente chiarito, quanto ai presupposti necessari per ottenere la protezione umanitaria (in consonanza con la citata pronuncia n. 4455 del 2018 di questa Corte, ed in difformità da quanto ritenuto nella ordinanza di rimessione n. 11749 del 2019):

1. che non si può trascurare la necessità di collegare la norma che la prevede ai diritti fondamentali che l’alimentano;

2. che gli interessi protetti non possono restare “ingabbiati” in regole rigide e parametri severi, che ne limitino le possibilità di adeguamento, mobile ed elastico, ai valori costituzionali e sovranazionali, sicchè l’apertura e la residualità della tutela non consentono tipizzazioni (ex multis, Cass. 15 maggio 2019, nn. 13079 e 13096);

3. che l’orizzontalità dei diritti umani fondamentali, col sostegno dell’art. 8 Cedu, promuove l’evoluzione della norma, elastica, sulla protezione umanitaria a clausola generale di sistema, capace di favorire i diritti umani e di radicarne l’attuazione;

4. che era necessario dar seguito a quell’orientamento di legittimità (inaugurato da Cass. 23 febbraio 2018, n. 4455, e riaffermato, tra le altre, da Cass. n. 11110 e n. 12082 del 2019) nonchè della prevalente giurisprudenza di merito, che assegnava rilievo centrale alla valutazione comparativa, ex art. 8 CEDU, tra il grado d’integrazione effettiva nel nostro Paese e la situazione soggettiva e oggettiva del richiedente nel Paese di origine, al fine di verificare se il rimpatrio potesse determinare, come già detto, la privazione della titolarità dell’esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile e costitutivo della dignità personale.

3. In linea con tale insegnamento si pone anche questo Collegio, come peraltro già avvenuto con altre successive pronunce di questa Corte: v, tra le altre, Cass. nn. 2563, 2964, 3776, 3780, 5584, 7599 7675, 7809, 8232, 8819, 8020 del 2020.

4. In tale contesto, il giudice deve valutare la sussistenza di situazioni di vulnerabilità personale dello straniero derivanti dal rischio di essere immesso nuovamente, in conseguenza del rimpatrio, in un contesto sociale, politico o ambientale capace di determinare una significativa ed effettiva compromissione dei suoi diritti inviolabili, considerando globalmente e unitariamente i singoli elementi fattuali.

5. Nel caso in esame, il giudice di merito ha totalmente omesso di svolgere il giudizio che gli era demandato, ossia di compiere la valutazione comparativa tra la situazione specificamente allegata dal ricorrente nel giudizio di merito e la possibile compressione del nucleo dei suoi diritti fondamentali, in caso di rimpatrio, giudizio che costituiva invece il nucleo della domanda di protezione umanitaria.

11. Va pure precisato che non è conforme a diritto la sentenza impugnata nella parte in cui, una volta esclusa la sussistenza nella regione di (OMISSIS) nel sud del paese di una situazione di violenza indiscriminata ovvero di violazione dei diritti umani con conseguente l’insussistenza dei presupposti di cui al D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c) ha fatto derivare da tale accertamento il rigetto anche della domanda di protezione umanitaria D.Lgs. n. 286 del 1998, ex art. 5, comma 6, nella disciplina anteriore alle modifiche operate dal D.L. n. 113 del 2018, non applicabili ratione temporis.

12.La valutazione da parte del giudice, ai fini del riconoscimento della protezione umanitaria, delle diverse circostanze che concretizzino una situazione di “vulnerabilità” è da effettuarsi su base oggettiva, in quanto il riconoscimento del diritto al rilascio del permesso di soggiorno per ragioni umanitarie deve essere frutto di valutazione autonoma, non potendo conseguire automaticamente al rigetto delle altre domande di protezione internazionale, attesa la strutturale diversità dei relativi presupposti.

13.La stessa sentenza impugnata ha dato atto di fatti allegati in giudizio vertenti sulla condizione psichica del richiedente, che avevano anche causato un ricovero ospedaliero nel (OMISSIS), all’esito del quale il K. era stato preso in carico dal servizio sanitario nazionale per un percorso di sostegno e tuttavia, in ordine a tali allegazioni, non risulta condotta alcuna valutazione da parte del giudice di merito nè per riconoscere, nè per escludere lo stato di vulnerabilità del richiedente.

14. Il recente orientamento di legittimità, qui condiviso, ha affermato che, in materia di concessione della protezione umanitaria, il giudice deve valutare il grave pregiudizio alla salute che può derivare al richiedente in caso di rientro nel Paese di origine, quando egli sia un soggetto vulnerabile, tra questi rientrando, ai sensi del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 2, comma 11, lett. h-bis, anche le persone affette da gravi malattie o da disturbi mentali (Cass. n. 18541 e n. 33187 del 2019).

15.L’accoglimento della seconda censura comporta la cassazione in parte qua della sentenza e il rinvio alla Corte di appello di Torino che dovrà riesaminare la domanda subordinata, facendo applicazione dei principi anzidetti. E’ rimessa al giudice di rinvio anche la statuizione sulle spese del presente giudizio.

16.Infine, occorre dare atto che non ricorrono i presupposti dell’obbligo del versamento, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato. Ciò in considerazione dell’accoglimento del ricorso per cassazione, che esclude in radice la sussistenza dei presupposti dell’operatività di tale norma.

PQM

La Corte accoglie il ricorso nei sensi di cui in motivazione. Cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per le spese, alla Corte di appello di Torino in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nella Adunanza camerale, il 25 giugno 2020.

Depositato in Cancelleria il 17 novembre 2020

 

 

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