Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 26142 del 17/11/2020

Cassazione civile sez. VI, 17/11/2020, (ud. 08/09/2020, dep. 17/11/2020), n.26142

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DORONZO Adriana – Presidente –

Dott. LEONE Margherita Maria – Consigliere –

Dott. ESPOSITO Lucia – Consigliere –

Dott. PONTERIO Carla – rel. Consigliere –

Dott. MARCHESE Gabriella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA INTERLOCUTORIA

sul ricorso 34240-2018 proposto da:

INPS – ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, in persona del

Direttore pro tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA CESARE

BECCARIA 29, presso l’AVVOCATURA CENTRALE DELL’ISTITUTO,

rappresentato e difeso dagli avvocati PATRIZIA CIACCI, CLEMENTINA

PULLI, MANUELA MASSA;

– ricorrente –

contro

M.V., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA CAVOUR

presso la CANCELLERIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentato e

difeso dall’avvocato ALBERTO GUARISO;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 516/2018 della CORTE D’APPELLO di FIRENZE,

depositata il 22/05/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

costituita dell’08/09/2020 dal Consigliere Relatore Dott. CARLA

PONTERIO.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. con sentenza n. 516 pubblicata il 22.5.18 la Corte d’appello di Firenze, in accoglimento dell’appello di M.V., cittadina albanese, e in riforma della decisione di primo grado, ha dichiarato il diritto della predetta di percepire l’assegno sociale di cui alla L. n. 335 del 1995, art. 3, comma 6, con decorrenza dall’1.4.2016 e deduzione dei redditi derivanti dalla pensione albanese ed ha condannato l’INPS a corrispondere l’assegno nella misura di legge;

2. la Corte territoriale ha premesso come la fattispecie oggetto di causa fosse regolata dal D.L. n. 112 del 2008, art. 20, comma 10, conv. in L. n. 133 del 2008, (secondo cui “a decorrere dal 1 gennaio 2009, l’assegno sociale di cui alla L. 8 agosto 1995 n. 335, art. 3, comma 6, è corrisposto agli aventi diritto a condizione che abbiano soggiornato legalmente, in via continuativa, per almeno dieci anni nel territorio nazionale”) e come non fosse più necessaria la titolarità di un permesso di soggiorno di lungo periodo, richiesta invece dalla L. n. 188 del 2000, art. 80, comma 19;

3. ha ritenuto che l’appellante avesse dimostrato il soggiorno legale in via continuativa per almeno dieci anni nel territorio nazionale, oltre che la residenza in Italia nello stesso periodo (esattamente dal 7.1.2006 a fronte della domanda amministrativa presentata all’INPS il 9.2.2016);

4. la Corte d’appello ha dato atto della produzione in giudizio di un permesso di soggiorno per motivi familiari di durata biennale (con scadenza 17.8.2016); ha accertato che l’appellante risultava iscritta all’anagrafe della popolazione residente in modo continuativo dal 7.1.2006 e per i successivi dieci anni; ha appurato, anche in base al Regolamento anagrafico della popolazione residente (D.P.R. n. 223 del 1989, artt. 7 e 11, e succ. mod.), che l’iscrizione presuppone l’esistenza di un valido titolo di soggiorno; ha quindi ritenuto, in via presuntiva, che la appellante in quanto iscritta all’anagrafe della popolazione residente dal 7.1.2006 e per i dieci anni seguenti fosse titolare, in via continuativa, di un permesso di soggiorno, presumibilmente rinnovato di biennio in biennio; ha rilevato come l’INPS si fosse limitato ad eccepire la mancanza del permesso per soggiornanti di lungo periodo;

5. i giudici di secondo grado hanno poi desunto l’effettività del soggiorno in Italia dall’iscrizione anagrafica che, ai sensi del D.P.R. citato, art. 1, attesta la scelta dell’interessato di fissare la propria residenza nel comune, laddove l’accertamento dell’irreperibilità determina, in base all’art. 11 cit., la cancellazione dall’anagrafe della popolazione residente; hanno rilevato come a fronte dei dati così raccolti, sarebbe stato onere dell’INPS dimostrare che la ricorrente non aveva soggiornato in Italia per significativi periodi, ad esempio richiedendo l’esibizione del passaporto;

6. avverso tale sentenza l’INPS ha proposto ricorso per cassazione affidato a due motivi, cui ha resistito con controricorso M.V.;

7. la proposta del relatore è stata comunicata alle parti, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza camerale, ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c..

Diritto

CONSIDERATO

che:

8. col primo motivo di ricorso l’INPS ha dedotto, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione della L. n. 335 del 1995, art. 3, commi 6 e 7, del D.L. n. 112 del 2008, art. 20, comma 10, conv. in L. n. 133 del 2008, in relazione alla L. n. 188 del 2000, art. 80, comma 19, nonchè del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 41;

9. ha censurato l’affermazione della Corte d’appello sulla non necessità del permesso di lungo soggiorno in aggiunta al requisito della stabile dimora decennale; ha sostenuto come il cit. art. 20, comma 10, non avesse affatto abrogato il cit. cit., art. 80, comma 19, ed ha richiamato precedenti di legittimità che, anche alla luce della sentenza della Corte Cost. n. 180 del 2016, hanno considerato il permesso di lungo soggiorno titolo di legittimazione che equipara, a fini assistenziali, gli stranieri ai cittadini italiani;

10. col secondo motivo l’INPS da denunciato, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione della L. n. 335 del 1995, art. 3, commi 6 e 7, del D.L. n. 112 del 2008, art. 20, comma 10, conv. in L. n. 133 del 2008, del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 9, commi 1 e 2, in relazione agli artt. 43 e 2697 c.c., e art. 115 c.p.c.;

11. ha affermato che il Tribunale nel rigettare la domanda aveva implicitamente negato anche l’esistenza degli altri requisiti costitutivi della prestazione richiesta e che quindi non risultava essersi formato il giudicato sugli stessi; ha rilevato come nel caso di specie l’INPS avesse eccepito fin dal primo grado la percezione di un trattamento pensionistico erogato dall’Albania; che inoltre sarebbe stato necessario accertare i requisiti socio economici necessari ai fini della prestazione richiesta, posto che la titolarità del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo (nel caso di specie a seguito di ricongiungimento richiesto da un familiare) presuppone una condizione reddituale, propria o dei familiari, incompatibile col diritto alla prestazione in oggetto; ha aggiunto come la sentenza impugnata non desse conto degli elementi di prova alla base del riconoscimento del diritto alla prestazione dall’aprile 2016 al maggio 2018; ha ritenuto che i giudici d’appello non avessero accertato in modo rigoroso l’effettiva permanenza continuativa per dieci anni della M. sul territorio nazionale, verificando la mancata interruzione della stabile dimora attraverso la continuità delle date di rilascio dei diversi documenti attestanti il soggiorno legale della stessa;

12. sulla questione oggetto del primo motivo di ricorso è recentemente intervenuta la Corte Cost. con la sentenza n. 50 del 2019, i cui principi sono stati recepiti da questa Corte nella sentenza n. 16989 del 2019;

13. la questione di legittimità costituzionale decisa con la sentenza n. 50 del 2019 era stata sollevata dal Tribunale di Torino investito del ricorso di una cittadina albanese (legalmente soggiornante in Italia dal 2001 con permesso di soggiorno rilasciato per motivi familiari) avverso la determinazione amministrativa con cui l’INPS aveva respinto la sua domanda di riconoscimento dell’assegno sociale, perchè “non in possesso della carta di soggiorno divenuta ora permesso di soggiorno CE per i soggiornanti di lungo periodo;

14. la sentenza n. 50 ha specificamente affrontato la questione della incidenza del D.L. n. 112 del 2008, art. 20, comma 10, conv. in L. n. 133 del 2008, sui requisiti necessari per il godimento dell’assegno sociale da parte degli aventi diritto;

15. questa la motivazione sul punto adottata dalla Corte Cost.: “Va innanzitutto chiarita la portata della norma del D.L. n. 112 del 2008, art. 20, comma 10, che dispone che l’assegno sociale, a decorrere dal 1 gennaio 2009, è corrisposto “agli aventi diritto, a condizione che abbiano soggiornato legalmente in via continuativa per almeno dieci anni nel territorio nazionale”. Si è posto il problema se tale norma detti un criterio sostitutivo rispetto al possesso del requisito del permesso UE per soggiornanti di lungo periodo (ex carta di soggiorno) previsto dalla censurata L. n. 388 del 2000, art. 80, comma 19, nel senso che la legale permanenza in Italia per dieci anni potrebbe essere considerata sostitutiva della titolarità del permesso di soggiorno UE. La risposta a tale quesito, da cui dipende la rilevanza stessa delle questioni, deve essere negativa, essendo i requisiti cumulativi. Il riferimento agli “aventi diritto” presuppone la ricorrenza, in capo a questi ultimi, di tutti i requisiti espressamente previsti dalla legge, tra i quali la titolarità del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo, cui si aggiunge la condizione del soggiorno continuativo per almeno dieci anni”;

16. la sentenza n. 50 del 2019 ha ribadito come il rispetto della Carta costituzionale e della normativa internazionale imponga di “preservare l’uguaglianza nell’accesso all’assistenza sociale tra cittadini italiani e comunitari da un lato, e cittadini extracomunitari dall’altro, soltanto con riguardo a servizi e prestazioni che, nella soddisfazione di “un bisogno primario dell’individuo che non tollera un distinguo correlato al radicamento territoriale” (sentenza n. 222 del 2013), riflettano il godimento dei diritti inviolabili della persona” di cui all’art. 2 Cost., e che “stante la limitatezza delle risorse disponibili, al di là del confine invalicabile appena indicato, rientra dunque nella discrezionalità del legislatore graduare con criteri restrittivi, o financo di esclusione, l’accesso dello straniero extracomunitario a provvidenze ulteriori”;

17. la Corte ha quindi escluso che fosse irragionevole la scelta del legislatore di esigere in capo al cittadino extracomunitario ulteriori requisiti che “ne comprovino un inserimento stabile e attivo” in Italia come, appunto, quelli necessari per il conseguimento del permesso UE per soggiornanti di lungo periodo (la produzione di un reddito; la disponibilità di un alloggio; la conoscenza della lingua italiana: D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 9), esso stesso idoneo a comportare “l’attribuzione di un peculiare status che comporta diritti aggiuntivi rispetto al solo permesso di soggiorno; infatti, consente (D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 9, comma 12), di entrare in Italia senza visto, di svolgervi qualsiasi attività lavorativa autonoma o subordinata, di accedere ai servizi e alle prestazioni della pubblica amministrazione in materia sanitaria, scolastica, sociale e previdenziale, e di partecipare alla vita pubblica locale”;

18. non è perciò nè discriminatorio, nè manifestamente irragionevole, secondo la sentenza citata, “che il permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo sia il presupposto per godere di una provvidenza economica, quale l’assegno sociale, che si rivolge a chi abbia compiuto 65 anni di età. Tali persone ottengono infatti, alle soglie dell’uscita dal mondo del lavoro, un sostegno da parte della collettività nella quale hanno operato (non a caso il legislatore esige in capo al cittadino stesso una residenza almeno decennale in Italia), che è anche un corrispettivo solidaristico per quanto doverosamente offerto al progresso materiale o spirituale della società (art. 4 Cost.). Rientra dunque nella discrezionalità del legislatore riconoscere una prestazione economica al solo straniero, indigente e privo di pensione, il cui stabile inserimento nella comunità lo ha reso meritevole dello stesso sussidio concesso al cittadino italiano”;

19. rispondendo al rilievo “secondo il quale sarebbe manifestamente irragionevole subordinare il conseguimento dell’assegno sociale al possesso del permesso UE per soggiornanti di lungo periodo, posto che quest’ultimo viene ottenuto solo se si ha un reddito di importo pari all’assegno sociale stesso”, la Corte Costituzionale ha statuito: “Non è infatti detto che lo straniero, una volta conseguito il permesso di soggiorno di lunga durata, che è di regola permanente (Dir. n. 2003/109/CE, art. 8), sia poi in grado di preservare le condizioni economiche che glielo hanno consentito. In tali casi, la vocazione solidaristica dell’assegno sociale torna a manifestarsi, in quanto esso soccorre chi, nonostante l’ingresso stabile nella collettività nazionale, sia poi incorso in difficoltà che ne hanno determinato l’indigenza. E’ di tutta evidenza che l’assegno sociale, in questi casi, presuppone la perdita di quel reddito la cui esistenza aveva concorso al perfezionamento dei requisiti per l’ottenimento del permesso di soggiorno UE per soggiornanti di lungo periodo”, in tal modo delimitando l’ambito dell’accesso per gli extracomunitari alla prestazione in esame;

20. la sentenza n. 50 del 2019 ha escluso qualsiasi violazione dell’art. 117 Cost., comma 1, in relazione all’art. 14 CEDU, negando che avesse carattere discriminatorio il criterio adottato quanto alla parificazione dei cittadini stranieri a quelli italiani in una prestazione di welfare sganciata dallo status lavorativo. Ha spiegato come, nella giurisprudenza costituzionale, “l’elemento di discrimine basato sulla cittadinanza è stato ritenuto in contrasto con l’art. 3 Cost., e con lo stesso divieto di discriminazione formulato dall’art. 14 CEDU, solo con riguardo a prestazioni destinate al soddisfacimento di bisogni primari e volte alla “garanzia per la stessa sopravvivenza del soggetto” (sentenza n. 187 del 2010) o comunque destinate alla tutela della salute e al sostentamento connesso all’invalidità (sentenza n. 230 del 2015), di volta in volta con specifico riguardo alla pensione di inabilità, all’assegno di invalidità, all’indennità per ciechi e per sordi e all’indennità di accompagnamento (sentenze n. 230 e n. 22 del 2015, n. 40 del 2013, n. 329 del 2011, n. 187 del 2010, n. 11 del 2009 e n. 306 del 2008)” e che l’assegno sociale non è equiparabile a tali prestazioni”;

21. la Corte Cost. ha parimenti escluso che “un obbligo costituzionale di attribuire l’assegno sociale allo straniero privo della (ex) carta di soggiorno potesse derivare dalla Dir. del Parlamento Europeo e del Consiglio, 13 dicembre 2011, n. 2011/98/UE, art. 12, che, ai fini della equiparazione dei cittadini stranieri extracomunitari ai cittadini italiani, richiama il Reg. (CE) del Parlamento Europeo e del Consiglio 29 aprile 2004, n. 883 del 2004, relativo al coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale, che impone la parità di trattamento tra i lavoratori stranieri e i cittadini dello Stato Europeo che li ospita per quanto riguarda il settore della sicurezza sociale, non venendo qui in considerazione la posizione di lavoratori”;

22. su quest’ultimo aspetto che attiene alla compatibilità delle disposizioni nazionali (L. n. 188 del 2000, art. 80, comma 19), come interpretate dalla Corte Costituzionale, con la Dir. n. 98 del 2011, è necessario svolgere ulteriori considerazioni, anche in ragione degli argomenti spesi nel controricorso; la questione da approfondire attiene all’ambito soggettivo entro cui opera il diritto alla parità di trattamento nel settore della sicurezza sociale, come definito dal Reg. n. 883 del 2004, e ai contenuti di tale settore della sicurezza sociale;

23. la Dir. n. 98 del 2011, all’art. 12, la cui rubrica è riferita al “diritto alla parità di trattamento” prevede che “I lavoratori dei paesi terzi di cui all’art. 3, paragrafo 1, lett. b e c), beneficiano dello stesso trattamento riservato ai cittadini dello Stato membro in cui soggiornano per quanto concerne… lett. e) i settori della sicurezza sociale definiti nel Reg. (CE) n. 883 del 2004”;

24. ai sensi della Dir., art. 1, si applica: “a) ai cittadini di paesi terzi che chiedono di soggiornare in uno Stato membro a fini lavorativi; b) ai cittadini di paesi terzi che sono stati ammessi in uno Stato membro a fini diversi dall’attività lavorativa a norma del diritto dell’Unione o nazionale, ai quali è consentito lavorare e che sono in possesso di un permesso di soggiorno ai sensi del Reg. (CE) n. 1030 del 2002; e c) ai cittadini di paesi terzi che sono stati ammessi in uno Stato membro a fini lavorativi a norma del diritto dell’Unione o nazionale”;

25. secondo il disposto del TU immigrazione, art. 30 comma 2, “Il permesso di soggiorno per motivi familiari consente l’accesso ai servizi assistenziali, l’iscrizione a corsi di studio o di formazione professionale, l’iscrizione nelle liste di collocamento, lo svolgimento di lavoro subordinato o autonomo, fermi i requisiti minimi di età per lo svolgimento di attività di lavoro”;

26. la Corte Cost., nella sentenza n. 50 del 2019, in riferimento ad una cittadina albanese “legalmente soggiornante in Italia dal 2001 con permesso di soggiorno rilasciato per motivi familiari”, ha escluso che potesse porsi un problema di compatibilità della disciplina nazionale con la Dir., art. 12, che impone la parità di trattamento tra i lavoratori stranieri e i cittadini dello Stato Europeo che li ospita per quanto riguarda il settore della sicurezza sociale, per il fatto che la fattispecie esaminata non riguardasse “la posizione di lavoratori”;

27. nella sentenza di poco successiva, la n. 52 del 2019, la Corte Cost. pronunciando sulla questione devoluta dal Tribunale di Torino concernente le “controversie instaurate da una cittadina marocchina, legalmente soggiornante nel territorio italiano in via continuativa da più di cinque anni, titolare di un permesso di soggiorno per motivi familiari”, ha dichiarato l’inammissibilità della questione sollevata osservando che “il rimettente ha…del tutto ignorato la Dir. del Parlamento Europeo e del Consiglio 13 dicembre 2011, n. 2011/98/UE, relativa a una procedura unica di domanda per il rilascio di un permesso unico che consente ai cittadini di paesi terzi di soggiornare e lavorare nel territorio di uno Stato membro e a un insieme comune di diritti per i lavoratori di paesi terzi che soggiornano regolarmente in uno Stato membro, e, in particolare, la disciplina dettata dal suo art. 12, che riconosce a determinate categorie di cittadini di paesi terzi il diritto alla parità di trattamento con i cittadini dello Stato membro in cui soggiornano per quanto concerne i settori della “sicurezza sociale”, come definiti dal Reg. (CE) del Parlamento Europeo e del Consiglio 29 aprile 2004, n. 883 del 2004, relativo al coordinamento dei sistemi di sicurezza sociale; che, a mente della medesima Dir. n. 2011/98/UE, art. 3, paragrafo 1, lett. b), si applica anche “ai cittadini di paesi terzi che sono stati ammessi in uno Stato membro a fini diversi dall’attività lavorativa a norma del diritto dell’Unione o nazionale, ai quali è consentito lavorare e che sono in possesso di un permesso di soggiorno ai sensi del Reg. (CE) n. 1030 del 2002″; che il titolo di soggiorno posseduto dalla ricorrente potrebbe rientrare nella categoria di beneficiari individuata dalla Dir. n. 2011/98/UE, art. 3, paragrafo 1, lett. b), atteso che il permesso di soggiorno per ricongiungimento familiare, indicato nelle premesse dell’ordinanza di rimessione, è un titolo che non preclude al cittadino di un paese terzo di lavorare in Italia”, (cfr. anche Corte Cost. n. 182 del 2020);

28. poste queste premesse, e considerato che nel caso in esame la parte controricorrente è una cittadina albanese titolare di permesso di soggiorno per motivi familiari, occorre stabilire se la questione della compatibilità delle disposizioni nazionali sopra richiamate con la Dir. n. 98 del 2011, art. 12, come interpretata dalla Corte di Giustizia, debba essere affrontata sul presupposto che la contro ricorrente, in quanto titolare di permesso di soggiorno per motivi familiari, rientri nella fattispecie di cui alla Dir., art. 3, par. 1 lett. b), oppure se debba escludersi l’applicabilità della direttiva, come sostenuto nella sentenza della Corte Cost. n. 50 del 2019, per la non configurabilità della “posizione di lavoratori” in relazione ai cittadini di paesi terzi titolari di permesso di soggiorno per motivi familiari;

29. ove si adottasse la prima soluzione, nel senso della applicabilità della direttiva alla fattispecie in esame, occorrerebbe affrontare una seconda questione, parimenti posta nel controricorso, relativa alla individuazione dei “settori della sicurezza sociale definiti nel Reg. (CE) n. 883 del 2004” a cui si applica il principio di parità di trattamento di cui alla citata Dir. n. 2011/98/UE, art. 12, paragrafo 1, lett. e), al fine di stabilire se nel suddetto settore rientri o meno l’assegno sociale, prestazione per cui è causa;

30. atteso che su entrambe le questioni non risultano precedenti specifici di questa Corte, si dispone la trasmissione del procedimento alla Sezione Quarta.

PQM

La Corte, ritenuto che non ricorrano i presupposti per la decisione in Sezione sesta, dispone trasmettersi il procedimento alla Sezione Quarta.

Così deciso in Roma, il 8 settembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 17 novembre 2020

 

 

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