Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 26128 del 17/11/2020

Cassazione civile sez. I, 17/11/2020, (ud. 14/10/2020, dep. 17/11/2020), n.26128

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCOTTI Umberto L. C. G. – Presidente –

Dott. TERRUSI Francesco – Consigliere –

Dott. PAZZI Alberto – Consigliere –

Dott. PACILLI Giuseppina A. R. – Consigliere –

Dott. CARADONNA Lunella – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso n. 21106/2018 proposto da:

M.Q., rappresentato e difeso dall’Avv. Marco Grispo, in

virtù di procura rilasciata con atto separato ed allegato al

ricorso per cassazione, e presso il suo studio elettivamente

domiciliato in Roma, Via Otranto, n. 12;

– ricorrente –

contro

Ministero dell’Interno, in persona del Ministro in carica,

domiciliato ex lege in Roma, Via dei Portoghesi, 12, presso gli

uffici dell’Avvocatura Generale dello Stato;

– controricorrente –

avverso la sentenza della Corte di appello di CALTANISSETTA n.

231/2018 pubblicata il 3 maggio 2018;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

14/10/2020 dal Consigliere Dott. Lunella Caradonna.

 

Fatto

RILEVATO

Che:

1. La Corte di appello di Milano, con sentenza pubblicata il 3 maggio 2018, ha rigettato l’appello proposto avverso l’ordinanza del Tribunale di Caltanissetta del 28 maggio 2016, che aveva respinto il ricorso presentato da M.Q., cittadino del (OMISSIS), contro il provvedimento della Commissione territoriale di diniego della protezione internazionale e della protezione umanitaria.

2. Il ricorrente riferiva di avere lasciato il paese in seguito alla denuncia sporta per la violenza sessuale subita dalla figlia di un suo dipendente, da lui sostenuto, che aveva causato l’uccisione di suo fratello e del padre della ragazza, perchè due dei quattro responsabili della violenza sessuale erano cugini e figli di due parlamentari, uno regionale e l’altro nazionale e avevano fatto trasferire anche il Comandante provinciale della Polizia che aveva proceduto all’arresto di due delle quattro persone che avevano commesso la violenza.

3. La Corte territoriale ha affermato che i fatti narrati, anche se veritieri, non attenevano a persecuzioni per motivi di razza, nazionalità, religiose, opinioni politiche o appartenenza ad un gruppo sociale; che i documenti prodotti erano di dubbia autenticità, avuto specifico riguardo alle modalità di acquisizione in quanto sarebbero stati consegnati dalla polizia a un cognato del suocero; le dichiarazioni erano contraddittorie laddove il ricorrente aveva riferito che le minacce sarebbero continuate presso l’abitazione del suocero, del tutto estraneo alla vicenda, nella città di (OMISSIS), dove si era trasferito con la sua famiglia; nemmeno sussistevano i presupposti della protezione sussidiaria in assenza di una situazione di violenza indiscriminata in condizione di conflitto interno, nè il pericolo di condanna a morte, tortura o minaccia grave ed individuale alla vita o alla persona derivante da violenza indiscriminata, nè una situazione di conflitto interno o internazionale o alcun ulteriore rischio all’incolumità fisica derivante da persecuzioni, esecuzione di pena di morte, minaccia, violenza indiscriminata o tortura; per le suindicate ragione non sussistevano nemmeno le ragioni di protezione umanitaria.

4. M.Q. ricorre per la cassazione del decreto con atto affidato a tre motivi.

5. L’Amministrazione intimata ha depositato controricorso.

6. Con ordinanza interlocutoria del 13 settembre 2019, la causa veniva rinviata a nuovo ruolo in attesa della decisione delle Sezioni Unite sulla questione sulla applicabilità del D.L. n. 113 del 2018, alle domande di riconoscimento del permesso di soggiorno per motivi umanitari proposte prima dell’entrata in vigore della stessa legge, nonchè sugli stessi presupposti della protezione umanitaria.

Diritto

CONSIDERATO

Che:

1. In via preliminare, sull’affermata applicabilità al presente ricorso della previgente formulazione degli artt. 5 e 6 del T.U. Immigrazione, oggetto di riforma con il D.L. n. 113 del 2018, giova ricordare che secondo la recente sentenza delle Sezioni Unite di questa Corte del 13 novembre 2019, n. 29460, il diritto alla protezione, espressione di quello costituzionale di asilo, sorge al momento dell’ingresso in Italia in condizioni di vulnerabilità per rischio di compromissione dei diritti umani fondamentali e la domanda volta a ottenere il relativo permesso attrae il regime normativo applicabile, con il conseguente corollario che la normativa introdotta con il D.L. n. 113 del 2018, convertito dalla L. n. 132 del 2018, nella parte in cui ha modificato la preesistente disciplina contemplata dal D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 e dalle altre disposizioni consequenziali, non trova applicazione in relazione a domande di riconoscimento del permesso di soggiorno per motivi umanitari proposte prima dell’entrata in vigore (5 ottobre 2018) della nuova legge.

Tali domande saranno, pertanto, vagliate sulla base della normativa esistente al momento della loro presentazione, ma, in tale ipotesi, l’accertamento della sussistenza dei presupposti per il riconoscimento del permesso di soggiorno per motivi umanitari sulla base delle norme esistenti prima dell’entrata in vigore del D.L. n. 113 del 2018, convertito dalla L. n. 132 del 2018, comporterà il rilascio del permesso di soggiorno per casi speciali previsto dall’art. 1, comma 9, del suddetto decreto legge.

2. Con il primo motivo il ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, art. 1 della Convenzione di Ginevra e del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 4 e 5 e l’omesso esame di fatti decisivi per il giudizio ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nonchè il vizio di motivazione intrinsecamente contraddittoria ed apparente, in relazione alla statuizione che ha escluso il riconoscimento della protezione internazionale.

2.1 Il motivo è inammissibile.

2.2 All’affermazione relativa ai contrasti esistenti tra affermazioni incompatibili, al travisamento dei fatti narrati in audizione dal ricorrente e all’obiettiva incomprensibilità riguardanti la domanda volta al riconoscimento dello status di rifugiato, nonchè all’omesso esame della documentazione offerta dal richiedente in sede di audizione non si associa alcun riferimento agli atti processuali, che vengono genericamente richiamati, inteso a consentire a questa Corte una verifica “prima facie”, della fondatezza della doglianza.

2.3 Ed invero, secondo il consolidato orientamento di questa Corte, affinchè possa utilmente dedursi in sede di legittimità un vizio di omessa pronunzia, ai sensi dell’art. 112 c.p.c., è necessario, da un lato, che al giudice del merito siano state rivolte una domanda od un’eccezione autonomamente apprezzabili, ritualmente ed inequivocabilmente formulate, per le quali quella pronunzia si sia resa necessaria ed ineludibile, e, dall’altro, che tali istanze siano riportate puntualmente, nei loro esatti termini e non genericamente ovvero per riassunto del loro contenuto, nel ricorso per cassazione, con l’indicazione specifica, altresì, dell’atto difensivo e/o del verbale di udienza nei quali l’una o l’altra erano state proposte, onde consentire al giudice di verificarne, “in primis”, la ritualità e la tempestività ed, in secondo luogo, la decisività delle questioni prospettatevi. Ove, quindi, si deduca la violazione, nel giudizio di merito, del citato art. 112 c.p.c., riconducibile alla prospettazione di un’ipotesi di “error in procedendo” per il quale la Corte di cassazione è giudice anche del “fatto processuale”, detto vizio, non essendo rilevabile d’ufficio, comporta pur sempre che il potere-dovere del giudice di legittimità di esaminare direttamente gli atti processuali sia condizionato, a pena di inammissibilità, all’adempimento da parte del ricorrente – per il principio di autosufficienza del ricorso per cassazione che non consente, tra l’altro, il rinvio “per relationem” agli atti della fase di merito – dell’onere di indicarli compiutamente, non essendo legittimato il suddetto giudice a procedere ad una loro autonoma ricerca, ma solo ad una verifica degli stessi (Cass., 8 giugno 2016, n. 11738; Cass., 4 luglio 2014, n. 15367; Cass., 4 marzo 2013, n. 5344).

Tale consolidato indirizzo è stato affermato anche dalle Sezioni unite di questa Corte, con la decisione del 28 luglio 2005, n. 15781, così massimata: “Affinchè possa utilmente dedursi in sede di legittimità un vizio di omessa pronuncia, è necessario, da un lato, che al giudice di merito fossero state rivolte una domanda o un’eccezione autonomamente apprezzabili, e, dall’altro, che tali domande o eccezioni siano state riportate puntualmente, nei loro esatti termini, nel ricorso per cassazione, per il principio dell’autosufficienza, con l’indicazione specifica, altresì, dell’atto difensivo o del verbale di udienza nei quali le une o le altre erano state proposte, onde consentire al giudice di verificarne, in primo luogo, la ritualità e la tempestività, e, in secondo luogo, la decisività”.

2.4 Ciò senza prescindere dall’ulteriore profilo di inammissibilità non avendo il ricorrente censurato in modo specifico l’autonoma ratio decidendi della statuizione impugnata secondo cui i fatti narrati, anche se veritieri, non attenevano a persecuzioni per motivi di razza, nazionalità o religione, opinioni politiche o appartenenza ad un gruppo sociale e, in quanto tali, non integravano i presupposti per il riconoscimento dello status di rifugiato.

E’ giurisprudenza di questa Corte che l’autonoma ratio decidendi che sorregge la decisione, esaminata al punto che precede, priva di rilievo quello che attacca la diversa ratio fondante il provvedimento impugnato, per il principio ormai consolidato secondo cui, ove la sentenza sia sorretta da una pluralità di ragioni distinte ed autonome, ciascuna delle quali giuridicamente e logicamente sufficiente a giustificare la decisione adottata, l’omessa impugnazione ovvero il rigetto del motivo che concerne una di esse rende inammissibile, per difetto di interesse, la censura relativa alle altre, la quale, essendo divenuta definitiva l’autonoma motivazione non impugnata, non potrebbe produrre in nessun caso l’annullamento della sentenza (Cass., 18 aprile 2019, n. 10815; Cass. 10 novembre 2015, n. 22950).

3. Con il secondo motivo il ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 2, 3, 4,5,7,14,16 e 17, D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32, nonchè omesso esame di fatti decisivi per il giudizio, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nonchè il vizio di motivazione intrinsecamente contraddittoria e apparente, in relazione alla statuizione che ha negato la protezione sussidiaria.

3.1 Il motivo è infondato.

Anche con specifico riguardo al riconoscimento della protezione sussidiaria del D.Lgs. n. 251 del 2007, ex art. 14, lett. a, b e c, il ricorrente non ha nemmeno prospettato il rischio di subire la condanna a morte o l’esecuzione della pena di morte o ancora la possibilità di essere sottoposto a tortura o altra forma di pena o trattamento inumano o degradante nel suo paese di origine, nè risultano indicati elementi idonei ad evidenziare una situazione di violenza così generalizzata nel paese di provenienza tale da integrare, in caso di rientro, il pericolo di vita, ciò a fronte dei puntuali contenuti del provvedimento impugnato, che ha specificato che nel Pakistan non sussisteva una situazione di violenza indiscriminata nei termini richiesti dalla legge, richiamando specifiche fonti aggiornate al 2017, e, con apprezzamento adeguato, ha rilevato l’inidoneità degli elementi indicati dal ricorrente al fine di evidenziare una minaccia individuale alla vita o alla persona dello stesso richiedente.

Alla luce degli enunciati principi, la censura del ricorrente si risolve in una generica critica del ragionamento logico posto dal giudice di merito a base dell’interpretazione degli elementi probatori del processo e, in sostanza, nella richiesta di una diversa valutazione degli stessi, ipotesi integrante un vizio motivazionale non più proponibile in seguito alla modifica dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, apportata dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, convertito con modificazioni dalla L. 7 agosto 2012, n. 134, che richiede che il giudice di merito abbia esaminato la questione oggetto di doglianza, ma abbia totalmente pretermesso uno specifico fatto storico, e si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa e obiettivamente incomprensibile”, mentre resta irrilevante il semplice difetto di “sufficienza” della motivazione. (Cass., 13 agosto 2018, n. 20721).

4. Con il terzo motivo il ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 32 e del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, nonchè nonchè omesso esame di fatti decisivi per il giudizio, ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, in relazione alla statuizione che ha negato la protezione sussidiaria, senza considerare il rischio subito dal ricorrente che aveva affrontato il viaggio in clandestinità per raggiungere l’Europa e il percorso di integrazione intrapreso in Italia.

4.1 Il motivo è fondato con specifico riguardo alla protezione umanitaria.

In relazione al permesso di soggiorno per ragioni umanitarie, la Corte, dopo avere escluso la protezione internazionale e quella sussidiaria, ha genericamente affermato che “le suindicate ragioni escludono altresì la sussistenza di ragioni di protezione umanitaria”. Il giudice di appello ha, dunque, rigettato la domanda di protezione umanitaria senza indicare alcuna autonoma ragione a fondamento della sua decisione e facendola discendere dalle argomentazioni poste a fondamento del rigetto delle altre due forme di protezione.

Tale statuizione non è conforme a diritto.

Ed invero, secondo consolidato indirizzo di questa Corte, il riconoscimento del diritto al permesso di soggiorno per ragioni umanitarie deve essere frutto di valutazione autonoma, non potendo conseguire automaticamente dal rigetto delle altre domande di protezione internazionale, ma è necessario che l’accertamento sia fondato su uno scrutinio avente ad oggetto l’esistenza delle condizioni di vulnerabilità che ne integrano i requisiti. (Cass., 12 novembre 2018, n. 28990).

La Corte territoriale al riguardo è incorsa in motivazione apparente, omettendo di considerare la vicenda riferita dal richiedente asilo – che aveva al riguardo fatto valer le violenze e i rischi subiti per raggiungere l’Europa, la situazione della regione di origine (il Punjab) e il percorso di integrazione intrapreso in Italia – e il doveroso inquadramento nel contesto socio ambientale del Paese di provenienza, onde valutare alla stregua di tali parametri, la sussistenza di un apprezzabile grado di vulnerabilità soggettiva del richiedente asilo tutelabile nella prospettiva della tutela residuale e temporanea c.d. “umanitaria”.

Il tutto con opportuna correlazione alla situazione attuale psico-fisica del richiedente, nell’ottica disegnata dalla giurisprudenza di questa Corte, secondo cui il riconoscimento del diritto al permesso di soggiorno per motivi umanitari di cui al D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6, al cittadino straniero che abbia realizzato un grado adeguato di integrazione sociale in Italia, deve fondarsi su una effettiva valutazione comparativa della situazione soggettiva ed oggettiva del richiedente con riferimento al Paese d’origine, al fine di verificare se il rimpatrio possa determinare la privazione della titolarità e dell’esercizio dei diritti umani, al di sotto del nucleo ineliminabile costitutivo dello statuto della dignità personale, in correlazione con la situazione d’integrazione raggiunta nel Paese d’accoglienza (Cass., Sez. U., 13 novembre 2019, n. 29459; Cass., 23 febbraio 2018, n. 4455).

5. In conclusione, respinti il primo e il secondo motivo, va invece accolto il terzo; la sentenza impugnata va cassata in relazione ai motivi accolti e la causa va rinviata per un nuovo esame alla Corte di appello di Caltanissetta in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il terzo motivo e rigetta il primo e il secondo motivo; cassa la sentenza impugnata in relazione al motivo accolto e rinvia alla Corte di appello di Caltanissetta, in diversa composizione, anche per le spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 14 ottobre 2020.

Depositato in Cancelleria il 17 novembre 2020

 

 

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