Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 26118 del 17/11/2020

Cassazione civile sez. trib., 17/11/2020, (ud. 23/07/2020, dep. 17/11/2020), n.26118

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SORRENTINO Federico – Presidente –

Dott. D’ANGIOLELLA Rosita – Consigliere –

Dott. CONDELLO Pasqualina A.P. – Consigliere –

Dott. FEDERICI Francesco – Consigliere –

Dott. PIRARI Valeria – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 23860-2013 proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del Direttore pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso

l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

S.R.;

– intimata –

Nonchè da:

S.R., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA PO 102, presso

lo studio dell’avvocato GIANLUCA AMORUSO, che la rappresenta e

difende unitamente all’avvocato FRANCESCO MACALUSO;

– controricorrente incidentale –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE;

– intimata –

avverso la sentenza n. 95/2013 della COMM. TRIB. REG. di MILANO,

depositata il 02/07/2013;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

23/07/2020 dal Consigliere Dott. VALERIA PIRARI.

Avverso la sentenza n. 95/36/13 della Commissione tributaria

regionale della Lombardia, depositata il 2 luglio 2013;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

23/07/2020 dalla Dott.ssa Valeria Pirari.

 

Fatto

RILEVATO

che:

1. All’esito di un controllo fiscale per l’anno di imposta 2007, conseguente a investimenti effettuati nel periodo 2007-2011, l’Agenzia delle entrate emise nei confronti di S.R. due avvisi di accertamento, afferenti ai periodi d’imposta 2006 e 2007, per il recupero delle imposte sul reddito determinato sinteticamente sulla base dei dati presenti nell’Anagrafe tributaria e in un questionario sottoposto alla stessa in merito ai beni posseduti e agli acquisti immobiliari realizzati nel suddetto periodo.

Impugnati i predetti atti dalla contribuente, la Commissione tributaria provinciale accolse il ricorso con sentenza del 22 marzo 2012, che fu confermata in secondo grado dalla Commissione tributaria regionale della Lombardia, su appello dell’Ufficio, con sentenza n. 95/36/13, depositata il 2 luglio 2013 e notificata il 23 luglio 2013.

La C.T.R., in particolare, ritenne che difettassero i presupposti per l’accertamento sintetico in quanto, a fronte degli investimenti effettuati dalla contribuente, risultavano precedenti operazioni di disinvestimento che ne avevano aumentato le disponibilità economiche per somme di importo inferiore a quello investito.

2. Avverso questa sentenza, l’Agenzia delle entrate ha proposto ricorso per cassazione sulla base di due motivi. La contribuente si è difesa con controricorso e ha formulato altresì quattro motivi di ricorso incidentale condizionato.

Diritto

CONSIDERATO

che:

1. Con il primo motivo del ricorso principale si deduce: “Nullità della sentenza per violazione del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 36, dell’art. 132 disp. att. c.p.c., comma 2, n. 4, e dell’art. 118 disp. att. c.p.c., e vizio di motivazione apparente, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4”, per avere la C.T.R. omesso di motivare sugli elementi posti a fondamento della decisione, limitandosi a sostenere il difetto dei presupposti per l’accertamento sintetico.

2. Con il secondo motivo del ricorso principale si lamenta: “Omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio, che è stato oggetto di discussione tra le parti in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3”, per avere la C.T.R. omesso di motivare sulle censure proposte dall’Ufficio, sia con riguardo alla contestata mancata presentazione, da parte della contribuente, dei saldi bancari, dai quali si sarebbe potuto evincere il reimpiego degli importi conseguiti dai disinvestimenti effettuati nel 2004 e nel 2005 negli acquisti immobiliari degli anni 2007 e 2010, sia con riguardo all’anomalia dell’intervenuto accollo di un mutuo seguito da successivi acquisti immobiliari, trattandosi di elementi contrastanti con la presunzione di maggior capacità contributiva derivante dai dati forniti dal redditometro.

3. Con il primo motivo di ricorso incidentale condizionato viene lamentata l’omessa pronuncia circa un fatto decisivo per il giudizio, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 5, c.p.c., per violazione dell’art. 112 c.p.c., per avere l’Ufficio notificato due volte l’atto di appello avverso la sentenza di primo grado, notificata il 19 luglio 2012, una prima volta in data 25 febbraio 2013 alla contribuente, in luogo del difensore costituito, e una seconda volta, in data 20 marzo 2013, al difensore oltre il termine essenziale dei sei mesi dal deposito della sentenza, essendo stato il giudizio instaurato dopo il 4 luglio 2009, come statuito dall’art. 327 c.p.c., nel testo modificato dalla L. 18 giugno 2009, n. 69, art. 46, comma 17.

4. Con il secondo motivo, viene lamentata la violazione del D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 53, comma 1, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, per essersi l’Ufficio limitato a ricopiare, nell’atto d’appello, la comparsa di costituzione e controdeduzioni del giudizio di primo grado, senza individuare le questioni oggetto della richiesta di riesame al giudice di secondo grado.

5. Con il terzo motivo, viene lamentata la nullità degli accertamenti per assenza di motivazione, per non avere l’Ufficio motivato in merito alla mancata considerazione delle operazioni di disinvestimento evidenziate nel corso del contraddittorio con la contribuente.

6. Con il quarto motivo, infine, viene chiesta la condanna dell’Ufficio al risarcimento per danni ex art. 96 c.p.c., u.c., per non avere il giudice di secondo grado esaminato la relativa domanda, avanzata con l’atto d’appello incidentale nei confronti dell’Ufficio soccombente, benchè sussistessero estremi e prova della temerarietà della lite.

7. Il primo motivo del ricorso principale è infondato.

Come detto, a sostegno della censura di nullità della sentenza per violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4, l’Agenzia delle entrate deduce che la C.T.R., con calligrafia difficilmente comprensibile, avrebbe affermato l’insussistenza dei presupposti per l’accertamento sintetico senza indicare gli elementi da cui avrebbe tratto il proprio convincimento.

E’ orientamento consolidato ritenere che gli estremi della dedotta doglianza di nullità processuale della sentenza (per motivazione totalmente mancante o motivazione apparente) siano integrati nell’ipotesi di “assenza” della motivazione, quando cioè “non sia possibile individuare il percorso argomentativo della pronuncia giudiziale, funzionale alla sua comprensione e alla sua eventuale verifica in sede di impugnazione”, non configurabile nel caso di “una pur succinta esposizione delle ragioni di fatto e di diritto della decisione impugnata” (ad es., da ultimo, Cass. Sez. 3, 15/11/2019, n. 29721) ovvero nel caso cli “motivazione solo apparente, che non costituisce espressione di un autonomo processo deliberativo, quale la sentenza di appello motivata “per relationem” alla sentenza di primo grado” (cfr. ad es. Cass. Sez. L, 25/10/2018, n. 27112) ovvero qualora la motivazione “risulti del tutto inidonea ad assolvere alla funzione specifica di esplicitare le ragioni della decisione” (ad es. Cass. Sez. 6 – 3, 25/09/2018, n. 22598; ipotesi ravvisata anche in caso di “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili, che rendono incomprensibili le ragioni poste a base della decisione”, Cass. Sez. 6 – L, 25/06/2018, n. 16611).

Nella specie, come in narrativa ricordato la C.T.R. nel ritenere che difettassero i presupposti per l’accertamento sintetico in quanto, a fronte degli investimenti effettuati dalla contribuente, risultavano precedenti operazioni di disinvestimento che ne avevano aumentato le disponibilità economiche per somme di importo inferiore a quello investito, ha affrontato, con grafia comunque leggibile (e quindi fuori dall’estrema ipotesi dell’assoluta indecifrabilità del segno grafico) e con autonomo processo deliberativo, la questione sottoposta al suo esame, senza che in ciò possa dunque ravvisarsi la dedotta nullità della sentenza per difetto assoluto di motivazione.

8. Il secondo motivo del ricorso principale (rubricato come “Omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio, che è stato oggetto di discussione tra le parti in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3”), è invece fondato.

8.1 Va sul punto preliminarmente osservato come, ai fini della ammissibilità del ricorso per cassazione, non sia necessaria l’esatta indicazione delle norme di legge delle quali si lamenta l’inosservanza, nè la corretta menzione dell’ipotesi appropriata, tra quelle in cui è consentito adire il giudice di legittimità, essendo necessario, invece, che si faccia valere un vizio astrattamente idoneo ad inficiare la pronuncia (cfr. Cass. Sez. 3, 29/08/2013, n. 19882, Cass. Sez. 1, 24/03/2006, n. 6671, Cass. Sez. 5, 23/5/2018, n. 12690).

Inoltre, con specifico riferimento al dedotto vizio di violazione di legge (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), appare utile ricordare (si veda da ultimo Cass. Sez. 5, 25/09/2019, n. 23851) che esso “consiste nella deduzione di un’erronea ricognizione da parte del provvedimento impugnato, della fattispecie normativa astratta e, quindi, implica necessariamente un problema interpretativo della stessa; viceversa, l’allegazione di una errata ricostruzione della fattispecie concreta a mezzo delle risultanze di causa è esterna all’esatta interpretazione della norma ed inerisce alla tipica valutazione del giudice di merito, la cui censura è possibile, in sede di legittimità, sotto l’aspetto del vizio di motivazione” (e nei limiti in cui essa è consentita dalla “novellazione” del testo del medesimo art. 360 c.p.c., n. 5); “il discrimine tra l’una e l’altra ipotesi” essendo, peraltro, “segnato dal fatto che solo quest’ultima censura, e non anche la prima, è mediata dalla contestata valutazione delle risultanze di causa” (Cass. 16/02/2017, n. 4125; Cass. 13/10/2017, n. 24155). Il vizio di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, inoltre, “comprende anche la falsa applicazione della norma, ossia il vizio di sussunzione del fatto”, il quale, oltre a consistere “nell’assumere la fattispecie concreta giudicata sotto una norma che non le si addice, perchè la fattispecie astratta da essa prevista – pur rettamente individuata e interpretata – non è idonea a regolarla, può pure sostanziarsi nel trarre dalla norma in relazione alla fattispecie concreta conseguenze giuridiche che contraddicano la pur corretta sua interpretazione”, ferma restando la necessità che si parta dalla ricostruzione della fattispecie concreta così come effettuata dai giudici di merito, poichè altrimenti si trasmoderebbe nella revisione dell’accertamento di fatto di competenza di detti giudici (cit. Cass. Sez. 5, 25/09/2019, n. 23851, che richiama Cass. n. 4125 del 2017).

8.2 Orbene, per quanto riguarda la materia di cui è causa, va ricordato che il D.P.R. 29 settembre 1973, n. 600, art. 38, comma 5, nella formulazione anteriore alla modifica introdotta dal D.L. 31 maggio 2010, n. 78, art. 22, comma 1, convertito dalla L. 30 luglio 2010, n. 122, applicabile ratione temporis, infatti, consente all’Amministrazione finanziaria di accertare un reddito maggiore di quello dichiarato dal contribuente sulla base della “spesa per incrementi patrimoniali” da questi sostenuta, come accaduto nel caso di specie, la quale si presume affrontata nell’anno in cui è stata effettuata e nei quattro anni precedenti. In tal caso, il contribuente, ai sensi de successivo comma 6, è ammesso a fornire la prova contrar a, dimostrando non soltanto che il maggior reddito determinato o determinabile è costituito “in tutto o in parte da redditi esenti o da redditi soggetti a ritenuta alla fonte a titolo d’imposta”, ma anche “l’entità” e “la durata” del possesso, i quali devono risultare “da idonea documentazione”.

Come chiarito da questa Corte, il contribuente, che pure non dimostri l’utilizzo di ulteriori redditi per sostenere le spese contestate, è comunque tenuto a produrre documenti dai quali emergano elementi sintomatici del fatto che ciò sia accaduto o sia potuto decadere (in tal senso, Cass. Sez. 6-5, 13/11/2018, n. 29067, Cass. Sez. 5, 20/1/2017, n. 1510) o che ne denotino l’utilizzo per effettuare le spese contestate e non altre, dovendosi in questo senso intendere il riferimento alla prova, di cui il contribuente è onerato, dell’entità il tali eventuali ulteriori redditi e della “durata” del relativo possesso (vedi da ultimo Cass. Sez. 6-5, 23/3/2018, n. 7389, ma anche Cass. Sez. 5, 26/11/2014, n. 25104, Cass. Sez. 6-5, 16/7/2015, n. 14885), restando altrimenti irrilevante, ai fini voluti, “il loro semplice “transito” nella disponibilità” dello stesso (in questi termini, Cass. Sez. 5, 26/11/2014, n. 25104 cit.). Ad avviso di questa Corte, infatti, la norma in esame persegue la finalità di ancorare a fatti oggettivi (da un punto di vista quantitativo e temporale) la disponibilità di detti redditi e la conseguente riferibilità ad essi della maggior capacità contributiva, accertata con metodo sintetico, in capo al contribuente, escludendo l’utilizzo degli stessi per finalità non considerate ai fini dell’accertamento sintetico (ad esempio, per un ulteriore investimento finanziario), perchè, in tal caso, non sarebbero utili a giustificare le spese e/o il tenore di vita accertato, che andrebbero perciò ascritti a redditi non dichiarati (vedi Cass. Sez. 5, 18/04/2014, n. 8995, non massimata).

Più di recente, al fine di meglio delimitare l’ambito della prova contraria gravante sul contribuente, si è, al riguardo, chiarite (Cass. Sez. 5, 27/05/2020, n. 9905) che ad esempio, la prova documentale richiesta dalla norma in grado di superare la presunzione di maggiore reddito ben può essere fornita con l’esibizione degli estratti dei conti correnti bancari facenti capo alla parte contribuente, idonei a dimostrare, mediante l’indicazione dell’entità dei redditi e delle date dei movimenti, anche la “durata” del possesso dei redditi e, quindi, non il loro semplice “transito” nella disponibilità del contrbuente (Cass. sez. 6 – 5, ordinanza n. 12026 del 16/05/2018). Quanto ai mutui ultrannuali, si è, inoltre, precisato, che, qualora l’ufficio determini sinteticamente il reddito complessivo netto in relazione alla spesa per incrementi patrimoniali ed il contribuente deduca e dimostri che tale spesa sia giustificata dall’accensione di un mutuo ultrannuale, il mutuo medesimo non esclude ma diluisce la capacità contributiva; ne consegue che deve essere detratto dalla spesa accertata (ed imputata a reddito) il capitale mutuato ma ad essa vanno, invece, aggiunti, per ogni annualità, i ratei di mutuo maturati e versati (Caass., sez. 5, n. 24597 del 03/12/2010; Cass. n. 4797 del 24/2/2017 Quanto, poi, alla disponibilità di immobili, va osservato che, ai sensi dell’art. 38 citato, essa costituisce una presunzione di “capacità contributiva” ai sensi dell’art. 2728 c.c., per cui il giudice tributario, una volta accertata l’esistenza degli specifici “elementi indicatori di capacità contributiva” esposti dall’ufficio, deve valutare la prova offerta dal contribuente. L’effettiva capacità contributiva, nell’ipotesi di disponibilità di immobili, va individuata non in base alla mera proprietà e provenienza degli immobili, ma valutando le spese per il loro mantenimento (Cass. n. 10603 del 19/7/2002: Cass. n. 7408 del 31/3/2011); lo stesso principio vale per la manutenzione dei veicoli (Cass. n. 1294 del 22/1/2007).

8.3 Nella specie, la lamentata omessa motivazione della CTR sulle censure proposte dall’Ufficio, sia con riguardo alla contestata mancata presentazione, da parte della contribuente, dei saldi bancari, dai quali si sarebbe potuto evincere il reimpiego degli importi conseguiti dai disinvestimenti effettuati nel 2004 e nel 2005 negli acquisti immobiliari degli anni 2007 e 2010, sia con riguardo all’anomalia dell’intervenuto accollo di un mutuo seguito da successivi acquisti immobiliari, si risolve da parte della C.T.R. in una non corretta “sussunzione” del compiuto accertamento in fatto rispetto alla fattispecie astratta descritta dalla norma così come interpretata alla luce dei richiamati principi (quindi incorrendo nella lamentata violazione e falsa applicazione di legge), alla stregua dei quali la CTR avrebbe invece dovuto esaminare, con specifico riferimento agli anni di imposta in questione, “l’entità e la durata” del possesso di tali incrementi patrimoniali onde accertare se sussistessero elementi sintomatici della correlazione tra le prime (pregresse operazioni di disinvestimento immobiliare) e i secondi (successivi investimenti) e se la spesa per incrementi patrimoniali fosse stata sostenuta con redditi esenti o soggetti a ritenuta alla fonte a titolo d’imposta, e non già con qualsiasi altro reddito dichiarato (vedi Cass. n. 6813 del 2009, menzionata da Cass. Sez. 5, 18 aprile 2014, n. 8995 citata).

9. In conseguenza dell’accoglimento del secondo motivo di ricorso dell’Agenzia delle entrate, devono ora esaminarsi le censure proposte condizionatamente dalla controricorrente nel ricorso incidentale.

Le prime tre sono parte infondate e parte inammissibili, ciò che rende superfluo lo scrutinio del quarto motivo, in quanto assorbito.

10. Quanto al primo motivo, la contribuente lamenta la mancata disamina, da parte della C.T.R., dell’eccezione, sollevata in appello, dell’avvenuta notifica dell’atto d’appello una prima volta alla contribuente in luogo del difensore costituito e una seconda volta al difensore costituito, ma oltre il termine semestrale dal deposito della sentenza, essendo stato il giudizio instaurato dopo il 4 luglio 2009, come statuito dall’art. 327 c.p.c., nel testo modificato dalla L. 18 giugno 2009, n. 69, art. 46, comma 17.

Il motivo è infondato.

Costituisce principio pacifico nella giurisprudenza di legittimità, da cui questa Corte non intende discostarsi, infatti, quello secondo cui, in virtù del richiamo di cui al D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 1, comma 2, e art. 49, alle norme processuali codicistiche, anche nel processo tributario “la notificazione dell’atto di appello, eseguita in violazione dell’art. 330 c.p.c., comma 1, alla parte personalmente e non presso il procuratore costituito nel giudizio di primo grado, è affetta da nullità e non da inesistenza (veci Cass. Sez. 6-5, 10/7/2018, n. 18104, Cass. Sez. 5, 31/3/2017, n. 8426, Cass. Sez. 6, 6/2/2014, n. 2707, Cass. Sez. 5, 6/6/2018, n. 145L9), vizio che, se non rilevato dal giudice d’appello e seguito dall’orcine di rinnovazione della notifica ex art. 291 c.p.c., ovvero non sanato dalla costituzione dell’appellato, comporta la nullità de l’intero processo e della sentenza che lo ha definito (Cass. Sez. 6-2, 24/7/2014, n. 16801; Cass. Sez. 6, 10/5/2016, n. 9419; Cass. Sez. 5, 6/6/2018, n. 14549), sicchè la Corte di cassazione, nel dichiararlo, deve annui are con rinvio la decisione affinchè venga ripristinata la regolarità del contraddittorio (vedi Cass. Sez. 6-5, 10/7/2018, n. 18104, Cass., Sez. 5, 31/3/2017, n. 8426, Cass. Sez. 6, 6/2/2014, n. 2707, Cass. Sez. 5, 6/6/2018, n. 14549).

Nella specie, l’avvenuta costituzione della contribuente nel giudizio di – secondo grado risulta non soltanto dal frontespizio della sentenza della C.T.R., oggi impugnata, ma anche dalla stessa articolazione della censura dalla stessa proposta, allorchè è stata evidenziata la riproposizione anche in sede di legittimità delle “doglianze, già proposte nei precedenti giudizi, non presi in esame nelle rispettive sentenze in quanto le medesime hanno ritenuto assorbente la decisione presa di annullamento in toto dell’atto impositivo”, tra cui quella riguardante la doppia notifica dell’atto d’appello proposto dall’Ufficio avverso la sentenza di primo grado.

Applicando perciò gli arresti giurisprudenziali sopra esplicitati, risulta evidente che la costituzione dell’appellata nel giudizio di secondo grado ha avuto l’effetto di sanare, con effetti ex tunc, la nullità del procedimento notificatorio secondo il principio generale dettato dall’art. 156 c.p.c., comma 2, (in tali termini Cass. Sez. 5, 6/6/2018, n. 14549 cit., anche Cass. Sez. 6-2, 24/7/2014, n. 16801; Cass. Sez. 2, 3/5/2018, n. 10500; Cass. Sez. 6-5, 6/2/2014, n. 2707), restando indifferente l’ultrasemestralità della seconda notifica (quella correttamente eseguita presso il procuratore costituito).

Il motivo pertanto deve essere rigettato.

11. Col secondo motivo la contribuente lamenta la sostanziale assenza d specificità dei motivi d’appello, avendo la stessa riproposto le medesime argomentazioni formulate in primo grado “con il sistema del copia-incolla”.

A questo proposito, questa Corte ha già avuto modo di affermare la natura eccezionale della sanzione di inammissibilità dell’appello per difetto di specificità dei motivi, prevista dal D.Lgs. 31 dicembre 1992, n. 546, art. 53, comma 1, soggetta in quanto tale a interpretazione restrittiva perchè limitativa dell’accesso alla giustizia, e il conseguente obbligo di effettività del sindacato sul merito dell’impugnazione ogniqualvolta nell’atto sia comunque espressa la volontà di contestare la decisione di primo grado (in tal senso, Cass. Sez. 5, 15/1/2019, n. 707), non imponendo la norma rigidi formalismi, ma richiedendo soltanto un’esposizione chiara e univoca, anche se sommaria, sia della domanda rivolta al giudice del gravame, sia delle ragioni della doglianza (Cass. Sez. 5, 21/11/2019, n. 30341).

Peraltro, in considerazione del carattere devolutivo pieno dell’appello, quale mezzo di gravame non limitato al controllo di vizi specifici, ma volto ad ottenere il riesame della causa nel merito, la riproposizione, a supporto dell’appello proposto dal contribuente, delle ragioni di impugnazione del provvedimento impositivo, in contrapposizione alle argomentazioni adottate dal giudice di primo grado, quando il dissenso investa la decisione nella sua interezza, assolve l’onere di impugnazione specifica imposto dalla norma citata (vedi Cass. Sez. 6-5, 23/11/2018, n. 30525; Cass. Sez. 5, 20/12/2018, n. 32954), essendo a tal fine sufficiente una motivazione che, ancorchè sintetica, sia interpretabile in modo inequivoco e potendo gli elementi di specificità dei motivi essere ricavati, anche per implicito, dall’intero atto di impugnazione considerato nel suo complesso, comprese le premesse in fatto, la parte espositiva e le conclusioni (vedi Cass. Sez. 6-5, 24/8/2017, n. 20379; Cass. Sez. 5, 24/8/2017, n. 20379 cit.).

Ebbene, dall’esame dei motivi d’appello proposti dall’Agenzia delle entrate e riportati integralmente nel ricorso, risulta evidente quali fossero i motivi di doglianza espressi in quella sede, in quanto, a fronte di aria pronuncia (quella della C.T.P.) che aveva valorizzato l’allegazione, da parte della contribuente, dei rogiti notarili a dimostrazione dei disinvestimenti effettuati e stigmatizzato l’omessa valutazione degli stessi da parte dell’Ufficio, l’appellante Ufficio ebbe ad evidenziare i motivi per i quali tali pregresse operazioni, poste a fondamento della decisione, non sarebbero state invece in grado di giustificare i successivi investimenti immobiliari, sia per ragioni di carattere logico, sia per l’omessa produzione della documentazione bancaria, sia per la mancata dimostrazione del possesso degli immobili fonte di disinvestimento, così assolvendo all’obbligo di indicare le ragioni della doglianza e la domanda rivolta al giudice.

Per quanto detto, il motivo deve ritenersi infondato.

12. Col terzo motivo la contribuente lamenta la nullità degli accertamenti per non avere motivato sulla mancata considerazione delle operazioni evidenziate nell’instaurato contraddittorio con la stessa.

La censura è inammissibile.

Va anzitutto premesso che il ricorso per cassazione richiede che le censure poste a fondamento dell’invocata cassazione della decisione impugnata abbiano i caratteri della specificità, della completezza, e della riferibilità alla decisione stessa, attraverso l’esposizione di argomentazioni intellegibili ed esaurienti ad illustrazione delle dedotte violazioni di norme o principi di diritto, essendo inammissibile il motivo nel quale non venga precisato in qual modo e sotto quale profilo (se per contrasto con la norma indicata, l) con l’interpretazione della stessa fornita dalla giurisprudenza di legittimità o dalla prevalente dottrina) abbia avuto luogo lei violazione nella quale si assume essere incorsa la pronuncia di merito (cfr. Cass. Sez. 3, 11/7/2014, n. 15882, Cass. Sez. 3, 2/4/2014, n. 7692). Del resto, i requisiti di contenuto-forma previsti, a pena di inammissibilità, dall’art. 366 c.p.c., comma 1, nn. 3, 4 e 6, devono essere assolti necessariamente con il ricorso e non possono essere ricavati da altri atti, come la sentenza impugnata (vedi Cass. Sez. 5, 13/11/2018, n. 29093), ed esigono perciò la testuale riproduzione nel ricorso dei passi della motivazione di detto atto che si assumono erroneamente interpretati o pretermessi dal giudice di merito, al fine di consentire alla Corte di cassazione di esprimere il suo giudizio sulla suddetta congruità esclusivamente in base al ricorso medesimo (in termini, Cass. Sez. 5, 13/8/2004, n. 15867; Cass. Sez. 5, 29/5/2006, n. 12786, Cass. Sez. 5, 4/4/2013, n. 8312, Cass. Sez. 5, 28/6/2017, n. 16147, Cass. Sez. 5, 6/11/2019, n. 28570).

Ed è sempre in base al principio di autosufficienza che questa Corte ha costantemente affermato che, nel giudizio tributario, il ricorrente che censuri la sentenza della C.T.R. sotto il profilo della congruità del giudizio espresso in ordine alla motivazione di un avviso di accertamento – il quale non è un atto processuale, bensì amministrativo, la cui motivazione comprensiva dei presupposti di fatto e delle ragioni giuridiche che lo giustificano, costituisce imprescindibile requisito di legittimità dell’atto stesso -, è tenuto, a pena di inammissibilità, a riportare testualmente nel ricorso i passi della motivazione di detto atto che si assumono erroneamente interpretati o pretermessi dal giudice di merito, al fine di consentire alla Corte di cassazione di esprimere il suo giudizio sulla suddetta congruità esclusivamente in base al ricorso medesimo (in termini Cass. Sez. 5, 13/8/2004, n. 15867; Cass. Sez. 5, 29/5/2006, n. 12786, Cass. Sez. 5, 4/4/2013, n. 8312, Cass. Sez. 5, 28/6/2017, n. 16147, Cass. Sez. 5, 6/11/2019, n. 28570) e di consentirne il vaglio di decisività.

Nella Specie, a fronte del fatto che la sentenza impugnata non affronta esplicitamente il dedotto vizio formale che inficerebbe gli avvisi di accertamento (vizio che, come tale, sarebbe, in tesi, assorbite rispetto al merito, secondo il necessario ordine logico-giuridico delle questioni, ex art. 276 c.p.c., comma 2), la ricorrente non si è attenuta ai suddetti principi, non solo per non aver precisato quale censura abbia inteso proporre tra quelle indicate nell’art. 360 c.p.c., comma 1, ma soprattutto per non aver trascritto la motivazione degli avvisi di accertamento assunta come carente rispetto a pregresse deduzioni difensive, ciò che impedisce a questa Corte di verificarne i contenuti alla luce dei rilievi critici espressi nel ricorso incidentale.

Per quanto detto, il motivo è inammissibile.

13. L’accoglimento del ricorso principale impone infine l’assortimento del quarto motivo di ricorso incidentale, con il quale si pone la questione della condanna dell’Ufficio al risarcimento per danni ex art. 96 c.p.c., u.c., dovendo ogni valutazione al riguardo necessariamente essere adottata all’esito definitivo della lite.

14. Per questi motivi, accolto il ricorso principale per quanto di ragione; ricettati i primi due motivi del ricorso incidentale, dichiarata l’inammissipilità del terzo motivo e assorbito il quarto, la sentenza va cassata, con rinvio alla C.T.R. della Lombardia, in diversa composizione, alla quale è demandato di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimità. Sussistono i presupposti processuali D.P.R. n. 115 del 2002, ex art. 13, comma 1-quater, per il raddoppio del C.U. a carico del ricorrente incidentale.

P.Q.M.

La Corte accoglie il secondo motivo del ricorso principale; rigetta il primo e il secondo motivo del ricorso incidentale, dichiara l’inamrriissibilità del terzo motivo e assorbito il rimanente motivo; cassa la decisione impugnata e rinvia alla Commissione tributaria regionale della Lombardia, in diversa composizione, in relazione al motivo accolto anche per le spese del giudizio di legittimità. Raddoppio del contributo unificato a carico del ricorrente incidentale.

Così deciso in Roma, il 23 luglio 2020.

Depositato in Cancelleria il 17 novembre 2020

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