Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 26106 del 27/09/2021

Cassazione civile sez. III, 27/09/2021, (ud. 09/12/2020, dep. 27/09/2021), n.26106

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – Presidente –

Dott. SCRIMA Antonietta – Consigliere –

Dott. IANNELLO Emilio – Consigliere –

Dott. POSITANO Gabriele – rel. Consigliere –

Dott. MOSCARINI Anna – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 5561/2018 proposto da:

MISORI SRL, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA TUSCOLANA 1348,

presso lo studio dell’avvocato GIAMPAOLO RUGGIERO, che lo

rappresenta e difende;

– ricorrenti –

contro

B.G., E B.A.M., elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA TOMACELLI 103, presso lo studio dell’avvocato VINCENZO

MONTONE, che lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato EMILIO

GRECO;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 4523/2017 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 10/08/2017.

 

Fatto

RILEVATO

che:

con sentenza n. 19909 del 2007 il Tribunale di Roma, Sezione specializzata Agraria, respingeva la domanda proposta dalla S.p.A. Ceramiche Appia Nuova che, nella qualità di proprietaria di terreni siti in Roma, aveva agito nei confronti di B.G., A.M., per ottenere il rilascio dei fondi. Il Tribunale aveva accertato la vigenza tra le parti di un contratto di affitto agrario, dichiarando inammissibile la domanda riconvenzionale svolta dai convenuti per il riconoscimento delle migliorie apportate ai fondi;

avverso tale sentenza la società Ceramiche Appia Nuova proponeva impugnazione, insistendo per l’accoglimento delle conclusioni spiegate in primo grado;

la Corte d’Appello di Roma, Sezione specializzata Agraria, con sentenza n. 2921 del 2011 dichiarava improcedibile l’impugnazione per il mancato rispetto del termine di 10 giorni per la notifica del ricorso, a far data dalla comunicazione della emissione del decreto di fissazione di udienza da parte del presidente;

avverso tale decisione proponeva ricorso per cassazione la S.p.A. Ceramiche Appia Nuova e la Corte di legittimità con sentenza del 21 settembre 2015, n. 18473 cassava con rinvio la decisione della Corte territoriale, rilevando la natura ordinatoria del termine previsto all’art. 435 c.p.c., comma 2, per cui il mancato rispetto non comportava alcuna decadenza, a condizione che fosse garantito alla controparte, come nel caso di specie, il termine a comparire per apprestare le relative difese, pari a 25 giorni;

la S.r.l. Misori, già Ceramiche Appia Nuova S.p.A., riassumeva il giudizio davanti alla Corte d’Appello di Roma, Sezione specializzata Agraria ribadendo le medesime conclusioni. Si costituivano B.G. e A.M. chiedendo il rigetto del gravame e rappresentando la disponibilità al rilascio dei terreni alla scadenza legale del contratto di affitto;

la Corte d’Appello di Roma, Sezione Specializzata Agraria, con sentenza del 10 agosto 2017, rigettava l’impugnazione provvedendo sulle spese di lite. Il giudice di appello condivideva le considerazioni espresse dai giudici di primo grado, che avevano ricondotto la detenzione dei terreni in capo ai B. al contratto di affitto concluso nel 1968 dai danti causa delle parti, in quanto tale ricostruzione troverebbe conferma nelle deposizioni testimoniali e nelle ricevute di affitto parzialmente documentate. Tali elementi consentirebbero di superare la circostanza che il contratto originario conterrebbe riferimenti non conformi alle effettive risultanze catastali, nonché il fatto che il contratto era stato sottoscritto da un procuratore del proprietario;

avverso tale decisione propone ricorso per cassazione la s.r.l. Misori affidandosi a sei motivi illustrati da memoria. Resistono con controricorso B.G., A.M..

Diritto

CONSIDERATO

che:

con il primo motivo si deduce la violazione dell’art. 83 c.p.c. e dell’art. 112 c.p.c., relativamente all’eccezione di difetto di procura sulle domande riconvenzionali avanzate da controparte e l’omessa pronunzia, con riferimento all’art. 360 c.p.c., n. 5. La Corte avrebbe errato nel ritenere superata la questione relativa alla validità della procura per la proposizione della domanda riconvenzionale tesa al riconoscimento delle migliorie, atteso che tale domanda era stata dichiarata inammissibile dal Tribunale e la statuizione non era stata impugnata. Al contrario, la società ricorrente aveva interesse all’esame della questione poiché una delle domande riconvenzionali riguardava l’accertamento del rapporto agrario con scadenza agosto 2013 e, comunque, le riconvenzionali per migliorie costituivano una sostanziale eccezione di incompetenza per materia del giudice ordinario, in favore della Sezione specializzata Agraria;

con il secondo motivo si lamenta la violazione degli artt. 36 e 112 c.p.c., nonché dell’art. 46 della Legge Agraria, relativamente all’eccezione di improponibilità e di improcedibilità delle domande riconvenzionali formulate dalla parte resistente e l’omessa pronunzia, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3. La Corte territoriale avrebbe dovuto rilevare il mancato esperimento del tentativo di conciliazione con riferimento a tutte le difese di controparte riguardanti, oltre che la domanda riconvenzionale per il pagamento della indennità di migliorie, anche l’infondatezza della pretesa della società Ceramiche Appia Nuova, per scadenza negoziale fissata per il mese di agosto 2013;

i primi due motivi devono essere trattati congiuntamente perché strettamente connessi e sono inammissibili per una pluralità di ragioni;

in primo luogo, perché dedotti in violazione dell’art. 366 c.p.c., n. 6, in quanto parte ricorrente avrebbe dovuto trascrivere l’originario atto di citazione proposto davanti al giudice ordinario, prima della declaratoria di incompetenza e, soprattutto, il contenuto delle domande riconvenzionali al fine di consentire alla Corte di legittimità di valutare la rilevanza delle odierne censure;

in secondo luogo, le doglianze non sono specifiche e non colgono l’argomentazione della Corte territoriale, che ha evidenziato che la domanda riconvenzionale era stata dichiarata inammissibile (per la ragione più liquida) perché erano ancora vigenti i contratti agrari; da questo discendeva che la competenza della Sezione specializzata era stata valutata a monte, con la sentenza del Tribunale ordinario del 7 dicembre 2004, non impugnata sul punto dall’odierna ricorrente che, al contrario, in adesione alla declaratoria di incompetenza, aveva provveduto a riassumere il giudizio davanti alla Sezione specializzata Agraria, con ricorso notificato il 1 giugno 2005;

infine, parte ricorrente non ha individuato un reale interesse, ai sensi dell’art. 100 c.p.c., ad una pronunzia che avrebbe potuto comportare la trattazione del giudizio davanti al Tribunale ordinario e non alla Sezione specializzata Agraria, atteso che la valutazione riguardo all’eventuale utilità che ne avrebbe potuto trarre prescinde dalle statuizioni in concreto adottate dall’organo giurisdizionale (accoglimento o rigetto della domanda di rilascio per detenzione senza titolo);

quanto al secondo motivo occorre aggiungere che la censura è intrinsecamente illogica, non potendo la parte dolersi della declaratoria di inammissibilità della domanda riconvenzionale passata in giudicato e nello stesso tempo insistere per l’esame della questione relativa al preventivo esperimento del tentativo di conciliazione, di cui all’art. 46 della Legge Agraria, sostenendo che la mera difesa, con la quale si chiede di dichiarare infondata la domanda proposta da Ceramiche Appia Nuova, costituisce anche essa una domanda riconvenzionale;

tutto questo a prescindere dalla considerazione che, sia nel primo, che nel secondo motivo, le censure sono dedotte irritualmente, atteso che l’omessa pronunzia ai sensi dell’art. 112 c.p.c., avrebbe dovuto essere formulata con riferimento all’art. 360 c.p.c., n. 4 e non ex art. 360 c.p.c., n. 5 (primo motivo) e art. 360 c.p.c., n. 3 (secondo motivo);

con il terzo motivo si lamenta la violazione degli artt. 112, 115, 116 e 156 e segg., oltre che degli artt. 61 c.p.c. e segg., artt. 191 c.p.c. e segg. e art. 2697 c.c., riguardo all’eccezione di nullità della consulenza tecnica, nonché violazione del principio dell’onere della prova con riferimento all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4. La consulenza tecnica sarebbe stata redatta tenendo conto anche delle sommarie informazioni rese dalle parti e dai terzi in loco e tali dichiarazioni sarebbero state implicitamente poste a fondamento della decisione del Tribunale;

sotto altro aspetto la consulenza sarebbe errata, perché avrebbe dovuto comparare i dati catastali con i contratti depositati, mentre l’ausiliario si sarebbe limitato a confrontare i dati catastali soltanto con il contratto di affitto, dando prevalenza ai primi. In ogni caso, le risultanze documentali avrebbero evidenziato una situazione opposta rispetto a quella descritta dal consulente tecnico. Sarebbero anche errate le valutazioni operate dai giudici di merito riguardo alla ricostruzione dei rapporti contrattuali relativi ai terreni in oggetto che non corrisponderebbero a quelli disciplinati dal contratto di affitto del 1968;

con il quarto motivo si lamenta la violazione di artt. 112,115,116,156 c.p.c. e segg. e artt. 214 c.p.c. e segg. e artt. 61 c.p.c. e segg. e artt. 191 c.p.c. e segg., oltre che degli artt. 1599,2697 e 2702 c.c. e art. 49 della Legge Agraria riguardo all’eccezione di nullità e l’irrilevanza dei documenti prodotti da controparte, con riferimento all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4. La pretesa della odierna ricorrente sarebbe fondata, anche considerando l’insufficienza del materiale probatorio esibito da controparte. Infatti, il contratto di affitto, non sarebbe sottoscritto da G.P., indicato nell’epigrafe dell’atto, il quale non avrebbe la legittimazione a disporre del compendio immobiliare. La Corte territoriale avrebbe dovuto applicare l’art. 214 c.p.c., perché all’udienza del 26 giugno 2002 la difesa dell’odierna ricorrente aveva eccepito il difetto di sottoscrizione. Sotto altro profilo il proprietario avrebbe “svuotato i suoi poteri antecedentemente con il contratto di enfiteusi, in assenza di deposito della ipotizzata procura e soprattutto del nominativo dell’asserito procuratore che non risulta neppure dal contratto di fitto”. Analoghe considerazioni riguarderebbero il valore probatorio delle ricevute di pagamento del canone di affitto, che sarebbero oltremodo frammentarie e anche gli altri documenti prodotti dall’odierna ricorrente avrebbero offerto ulteriori motivi di perplessità sulla sussistenza del rapporto di affitto. Rispetto a tali questioni la Corte avrebbe omesso di rispondere alle domande, avrebbe deciso sulla base di elementi non provati dalle parti, utilizzando una consulenza tecnica nulla, nonostante i terreni in oggetto non fossero riferibili a quelli menzionati nel presunto contratto;

con il quinto motivo si deduce la violazione di artt. 2721 c.c. e segg. e artt. 244 c.p.c. e segg. e la nullità delle prove testimoniali assunte, attesa l’inammissibilità e l’irrilevanza delle istanze istruttorie di prova orale formulate da controparte, in relazione all’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 4. La prova testimoniale espletata, in realtà, sarebbe irrilevante, perché formulata in maniera irrituale, senza un riferimento ad un contratto scritto, a causa del disconoscimento della firma apposta.

Contrariamente a quanto affermato dalla Corte territoriale, le dichiarazioni dei testi sarebbero superficiali e le valutazioni generose nei confronti dei testi in considerazione dei rapporti stretti esistenti tra questi ultimi e le controparti e a causa della contraddittorietà delle dichiarazioni rese;

i motivi, da trattare congiuntamente perché strettamente connessi, sono inammissibili per una pluralità di ragioni. Innanzitutto parte ricorrente, pur denunciando formalmente ipotetiche violazioni di legge che vizierebbero la sentenza di secondo grado, (perché in contrasto con gli stessi limiti morfologici e funzionali del giudizio di legittimità) sollecita a questa Corte una inammissibile nuova valutazione di risultanze di fatto (ormai definitivamente cristallizzate sul piano processuale) sì come emerse nel corso dei precedenti gradi del procedimento, così strutturando il giudizio di cassazione in un nuovo, non consentito, terzo grado di merito, nel quale ridiscutere analiticamente tanto il contenuto, ormai consolidatosi, di fatti storici e vicende processuali, quanto l’attendibilità maggiore o minore di questa o di quella ricostruzione probatoria, quanto ancora le opzioni espresse dal giudice di appello non condivise e per ciò solo censurate al fine di ottenerne la sostituzione con altre più consone ai propri desiderata – quasi che nuove istanze di fungibilità nella ricostruzione dei fatti di causa fossero ancora legittimamente proponibili dinanzi al giudice di legittimità;

a ciò occorre aggiungere che parte ricorrente ha omesso di dimostrare di avere tempestivamente dedotto la nullità della consulenza riguardo ai profili evidenziati con il terzo motivo;

infatti, avrebbe dovuto trascrivere le censure che assume di avere dedotto al fine di provare di avere tempestivamente evidenziato i profili di nullità o inattendibilità dell’elaborato peritale;

inoltre, le doglianze sono dedotte in assoluta violazione l’art. 366 c.p.c., n. 6, poiché pur consistendo in una richiesta di rivalutazione dell’elaborato peritale si omette di trascriverne il contenuto o, quanto meno, i passaggi essenziali;

per il resto si chiede alla Corte di legittimità di riesaminare tutto il materiale probatorio e in particolare, i documenti esibiti, che sono semplicemente richiamati e non trascritti, allegati o localizzati all’interno del fascicolo di legittimità;

con riferimento specifico al quarto ed al quinto motivo si chiede alla Corte di valutare la fondatezza della ricostruzione alternativa e fattuale prospettata, ritenuta più appagante, nella quale le censure non sono formulate attraverso la doverosa individuazione delle norme violate, ma prospettando l’applicazione di ulteriori disposizioni processuali e sostanziali senza allegare di avere sottoposto quelle questioni al giudice di secondo grado, dandone atto riproducendo i motivi di appello;

per il resto le doglianze relative alla valutazione la prova testimoniale sono inammissibili poiché quelle considerazioni sono di competenza esclusiva del giudice di merito e non sono sindacabili in sede di legittimità quando, come nel caso di specie, il convincimento si fonda sulla valutazione dei diversi elementi acquisiti, considerati nel loro complesso, pur senza una esplicita confutazione di tutti gli ulteriori profili non menzionati e non accolti;

con l’ultimo motivo si lamenta l’omesso esame di un fatto decisivo con riferimento all’art. 92 c.p.c., in tema di spese processuali, in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 5. La decisione di applicare il principio della soccombenza non terrebbe conto dell’inammissibilità della domanda riconvenzionale relativa alle migliorie e del fatto che la documentazione posta a sostegno delle difese degli odierni ricorrenti sarebbe – secondo parte ricorrente-incongruente, lacunosa e comunque insufficiente;

il motivo è inammissibile. La Corte territoriale ha fatto corretta applicazione del principio della soccombenza, mentre il riferimento all’inammissibilità della domanda riconvenzionale non ha alcun rilievo, poiché si tratta di una statuizione adottata nel precedente grado di giudizio (fase precedente l’annullamento con rinvio) e non riproposta in quello di appello. Nello stesso modo è evidente che non possono costituire oggetto di valutazione ai fini della pronunzia sulle spese processuali i profili di presunta incompletezza e contraddittorietà della prova, giacché tale aspetto è stato espressamente ritenuto insussistente dalla Corte territoriale, sulla base delle argomentazioni che la ricorrente non ha adeguatamente confutato con i motivi precedenti;

ricorrono i presupposti per la condanna per lite temeraria. Il ricorso è stato proposto avverso una sentenza depositata il 10 agosto 2017 e dunque dopo l’entrata in vigore della riforma processuale introdotta dal D.Lgs. 2 febbraio 2006, n. 40. Al presente giudizio è di conseguenza applicabile l’art. 385 c.p.c., comma 4, il quale – introdotto dal D.Lgs. n. 40 del 2006, ed applicabile ai giudizi di cassazione avverso sentenze pronunciate dopo la sua entrata in vigore, ai sensi dell’art. 27 del D.Lgs. citato, consente la condanna del ricorrente che abbia agito con colpa grave al pagamento di una somma, equitativamente determinata, in favore della controparte;

l’art. 385 c.p.c., comma 4, infatti, è stato abrogato dalla L. 18 giugno 2009, n. 69, art. 46: tuttavia, per espressa previsione dell’art. 58, comma 1, di quest’ultima legge, le disposizioni ivi contenute che modificano il codice di procedura civile “si applicano ai giudizi instaurati dopo la data della sua entrata in vigore”, con la precisazione che per “giudizi instaurati dopo l’entrata in vigore” della L. n. 69 del 2009, debbono intendersi quelli iniziati in primo grado dopo il suddetto momento;

ai fini della condanna ex art. 385 c.p.c., comma 4, l’infondatezza “in iure” delle tesi prospettate in sede di legittimità, in quanto contrastanti con la giurisprudenza consolidata, costituisce indizio di colpa grave così valutabile in coerenza con il progressivo rafforzamento del ruolo di nomofilachia della Suprema Corte;

l’ipotesi ricorrente nel caso di specie di proposizione di un ricorso inammissibile per una pluralità di ragioni (specificamente, perché privo di autosufficienza, relativo a questioni fattuali e non specifico) con formulazione di motivi inammissibili per consolidato orientamento pluridecennale, e comunque anche non più consentiti dal novellato art. 360 c.p.c., n. 5, costituisce per giurisprudenza di questa Corte indice di colpa grave (Cass. Sez. 6 – 3, Ordinanza n. 3376 del 22/02/2016 e Cass. Sez. 5, Sentenza n. 14035 del 23/05/2019, Rv. 654111-01);

la ricorrente va, pertanto, condannata al pagamento di una somma, equitativamente determinata, in favore dei controricorrenti a ristoro del dispendio di tempo ed energie necessariamente impiegati per i colloqui col difensore e l’approntamento della difesa. Tale pregiudizio, considerati la durata del processo e l’oggetto di esso, può equitativamente liquidarsi ex art. 1226 c.c., in Euro 5.000 attuali;

ne consegue che il ricorso deve essere dichiarato inammissibile; le spese del presente giudizio di cassazione – liquidate nella misura indicata in dispositivo – seguono la soccombenza con ulteriore condanna ex art. 385 c.p.c.. Va dato atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, se dovuto, da parte del ricorrente, ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1-quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, in misura pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis (Cass., sez. un., 20/02/2020, n. 4315), evidenziandosi che il presupposto dell’insorgenza di tale obbligo non è collegato alla condanna alle spese, ma al fatto oggettivo del rigetto integrale o della definizione in rito, negativa per l’impugnante, del gravame (v. Cass. 13 maggio 2014, n. 10306).

PQM

dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese in favore dei controricorrenti, liquidandole in Euro 5.200,00 per compensi ed Euro 5.000,00 ex art. 385 c.p.c., oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della non sussistenza dei presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello previsto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza della Corte Suprema di Cassazione, il 9 dicembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 27 settembre 2021

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