Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 26091 del 15/10/2019

Cassazione civile sez. VI, 15/10/2019, (ud. 08/05/2019, dep. 15/10/2019), n.26091

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CURZIO Pietro – Presidente –

Dott. DORONZO Adriana – rel. Consigliere –

Dott. LEONE Margherita Maria – Consigliere –

Dott. SPENA Francesca – Consigliere –

Dott. DE FELICE Alfonsina – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 29046-2016 proposto da:

INPS – ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, in proprio e

quale mandatario della SOCIETA’ DI CARTOLARIZZAZIONE DEI CREDITI

INPS – SCCI SPA, in persona del direttore pro tempore, elettivamente

domiciliato in ROMA, VIA CESARE BECCARIA 29, presso l’AVVOCATURA

CENTRALE DELL’ISTITUTO, rappresentato e difeso dagli avvocati CARLA

D’ALOISIO, LELIO MARITATO, GIUSEPPE MATANO, EMANUELE DE ROSE,

ANTONINO SGROI, ESTER ADA VITA SCIPLINO;

– ricorrente –

contro

P.N., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA MARTIRI DI

BELFIORE 2, presso lo studio dell’avvocato RICCARDO CHILOSI, che lo

rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 229/2016 della CORTE D’APPELLO di GENOVA,

depositata il 10/06/2016;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata dell’08/05/2019 dal Consigliere Relatore Dott. ADRIANA

DORONZO.

Fatto

RILEVATO

che:

con sentenza pubblicata il 10/6/2016, la Corte di appello di Genova ha accolto l’appello proposto da P.N. contro la sentenza del Tribunale di Massa e, per l’effetto, ha dichiarato non dovuti dall’appellante i contributi alla Gestione commercianti oggetto degli avvisi di addebito opposti, relativi agli anni dal 2005 2012, e ha compensato tra le parti le spese del giudizio;

la Corte territoriale ha ritenuto insussistenti le condizioni per l’iscrizione dell’opponente, in qualità di socio amministratore della società “Ristorante La Lampara di T.G. & c. Snc”, essendo rimasto accertato che l’attività svolta dalla società era unicamente la locazione di un immobile e dell’azienda di sua proprietà e che, da parte del socio, non vi era stata alcuna attività di gestione, come ricerca della clientela, stipula dei contratti, riscossione dei canoni;

contro la sentenza, l’Inps, anche in qualità di procuratore speciale della Società di Cartolarizzazione dei Crediti Inps s.p.a., propone ricorso per cassazione, articolando due motivi, cui resiste il P. con controricorso;

la proposta del relatore, ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., è stata comunicata alle parti, unitamente al decreto di fissazione dell’adunanza in camera di consiglio.

Considerato che:

con il primo motivo di ricorso l’Inps denuncia la violazione e la falsa applicazione della L. 22 luglio 1966, n. 613, art. 1; della L. 27 novembre 1960, n. 1397, art. 1, cosi come modificato dalla L. 27 dicembre 1996, n. 662, art. 1, comma 203 e ss., della L. n. 1397 del 1960 cit., art. 2 e degli artt. 2291,2298 e 2697 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3,: l’Istituto ritiene che, alla luce del complessivo quadro normativo e delle circostanze di fatto acquisite al processo, – qualità di unico socio amministratore della s.n.c., mancato svolgimento di altre attività lavorative da parte sua, assenza di dipendenti della società, oggetto sociale, poteri attribuiti disgiuntamente a tutti i soci per gli atti di ordinaria amministrazione e congiuntamente per gli atti di straordinaria amministrazione, mancata indicazione delle persone che il luogo del P. svolgeva l’attività di gestione della società -, emergeva evidente la natura imprenditoriale e non già di mero godimento dell’attività svolta dalla società, in assenza di prova contraria offerta dall’opponente; inoltre, la qualità di impresa commerciale non poteva essere esclusa per il fatto che l’attività della società era limitata alla locazione dell’azienda, in essa compreso l’immobile, sussistendo elementi presuntivi in forza dei quali doveva ritenersi che l’attività di gestione fosse svolta solo da quest’ultimo con caratteri di abitualità, ed in assenza di prova che essa fosse stata compiuta da terzi;

con il secondo motivo l’Inps deduce la violazione e falsa applicazione della L. n. 662 del 1996, art. 1, comma 202, e L. n. 89 del 1988, art. 49, comma 1, lett. D), rilevando che, anche a voler ritenere che la società non esercitasse attività commerciale, l’iscrizione alla gestione commercianti doveva essere disposta essendo pacifico che il socio di una società in nome collettivo è lavoratore autonomo e deve pertanto essere scritto nelle liste dei commercianti;

il ricorso è inammissibile, per aver il giudice del merito deciso le questioni di diritto in modo conforme all’orientamento di questa Corte è il ricorso in esame non offre elementi per mutare l’orientamento (art. 360 bis c.p.c., n. 1,);

presupposto imprescindibile per l’iscrizione alla gestione commercianti è che sia provato, in conformità a quanto previsto dalla L. 23 dicembre 1996, n. 662, art. 1 comma 203, che ha sostituito la L. 3 giugno 1975, n. 160, art. 29, comma 1 (requisiti previsti per ritenere l’obbligo di iscrizione nella gestione assicurativa degli esercenti attività commerciali), lo svolgimento di un’attività commerciale che, nella specie, risulta essere stato escluso con un accertamento in fatto da parte della Corte del merito, supportato da una motivazione adeguata ed immune dai denunciati vizi;

è stato accertato che la s.n.c. di cui il controricorrente era socio amministratore non svolgeva attività diretta all’acquisto ed alla gestione di beni immobili bensì la sola attività di riscossione del canone di locazione dell’azienda di cui era proprietaria;

diviene così irrilevante la circostanza che l’attività di gestione fosse svolta esclusivamente dall’odierno controricorrente, o che questi non svolgesse attività lavorativa o, ancora, che non vi fossero dipendenti, così come non assume valore decisivo la mancanza di prova contraria, idonea ad escludere la presunzione normativa di esercizio di attività imprenditoriale ricollegabile, secondo l’assunto dell’istituto, alla circostanza che la società fosse costituita in forma diversa da quella semplice;

tale decisione è in linea con i principi già espressi da questa Corte (Cass., ord. 6/4/2017, n. 9002; Cass. ord., 29/12/2016, n. 27376; Cass. 26/8/2016, n. 17370; Cass. 6/9/2016, n. 17643; Cass. 11/2/2013, n. 3145; 2013), secondo cui l’attività di mera riscossione dei canoni di un immobile affittato non costituisce di norma attività d’impresa, indipendentemente dal fatto che ad esercitarla sia una società commerciale (Cass. ord. 11 febbraio 2013, n. 3145), salvo che si dia prova che costituisca attività commerciale di intermediazione immobiliare (Cass. n. 845/2010), e l’eventuale impiego dello schema societario per attività di mero godimento, in implicito contrasto con il disposto dell’art. 2248 c.c., non può trovare una sanzione indiretta nel riconoscimento di un obbligo contributivo di cui difettino i presupposti;

sotto tale riguardo, questa Corte – con riferimento alle società in accomandita semplice – ha affermato il principio (Cass. n. 3835 del 26 febbraio 2016) secondo cui ai sensi della L. n. 662 del 1996, art. 1, comma 203, che ha modificato la L. n. 160 del 1975, art. 29, e della L. n. 45 del 1986, art. 3, in tali società la qualità di socio accomandatario non è sufficiente a far sorgere l’obbligo di iscrizione nella gestione assicurativa degli esercenti attività commerciali, essendo necessaria anche la partecipazione personale al lavoro aziendale, con carattere di abitualità e prevalenza, la cui ricorrenza deve essere provata dall’istituto;

tale prova, nel caso in esame, secondo i giudici di merito non è stata fornita, essendo emerso che la società di cui il P. era socio e non svolgeva attività commerciale, in quanto l’unica attività svolta dalla società era costituita dalla locazione di un immobile di sua proprietà, con esclusione di qualsiasi attività di gestione da parte del socio;

è pertanto infondato anche il secondo motivo di ricorso, in difetto di prova, che avrebbe dovuto essere fornita dall’Inps, dello svolgimento di partecipazione di lavoro personale nell’azienda, da parte dell’odierno controricorrente, con carattere di abitualità e prevalenza (Cass. 03/04/2017, n. 8613);

le spese del presente giudizio vanno regolate come da dispositivo; sussistono le condizioni di cui al D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese del presente giudizio, liquidate in Euro 2.600,00 per compensi professionali e Euro 200 per esborsi, oltre al 1.5() di rimborso forfettario delle spese generali e altri accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma del D.P.R. cit., art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 8 maggio 2019.

Depositato in Cancelleria il 15 ottobre 2019

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