Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2607 del 04/02/2010

Cassazione civile sez. I, 04/02/2010, (ud. 25/11/2009, dep. 04/02/2010), n.2607

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE PRIMA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PROTO Vincenzo – Presidente –

Dott. CECCHERINI Aldo – Consigliere –

Dott. NAPPI Aniello – rel. Consigliere –

Dott. ZANICHELLI Vittorio – Consigliere –

Dott. DIDONE Antonio – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso proposto da:

S.M.A., rappresentato e difeso dall’avv. MARRA A.

L., come da mandato a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

Presidenza del Consiglio dei Ministri;

– intimata –

avverso il decreto n. 1783/2007 della Corte d’appello di Napoli,

depositato il 30 marzo 2007;

Sentita la relazione svolta dal Consigliere Dott. Aniello Nappi;

Udite le conclusioni del P.M. Dott. GAMBARDELLA Vincenzo, che ha

chiesto il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con il decreto impugnato la Corte d’appello di Napoli ha condannato la Presidenza del Consiglio dei Ministri al pagamento della somma di Euro 4.331,00 in favore di S.M.A., che aveva proposto domanda di equa riparazione per la durata irragionevole di un giudizio promosso il 23 febbraio 1993 e non ancora definito in primo grado dal T.A.R. Campania alla data del 6 dicembre 2006.

Ricorre per cassazione S.M.A. e deduce violazione di legge e vizio di motivazione, lamentando l’inadeguatezza dell’indennità riconosciutagli e l’ingiustificata compensazione delle spese.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Il ricorso è fondato nei limiti di cui si dirà.

Secondo la giurisprudenza di questa Corte, infatti, “il giudice investito della domanda di equa riparazione del danno derivante dalla irragionevole durata del processo, ai sensi della L. 24 marzo 2001, n. 89, deve preliminarmente accertare se sia stato violato il termine di ragionevole durata, identificando puntualmente quale sia la misura della durata ragionevole del processo in questione, essendo questo un elemento imprescindibile, logicamente e giuridicamente preliminare, per il corretto accertamento dell’esistenza del danno e per l’eventuale liquidazione dell’indennizzo” (Cass., sez. 1^, 9 settembre 2005, n. 17999, m. 584619).

Nel caso in esame i giudici del merito hanno determinato in tre anni la durata ragionevole della procedura di primo grado, in cinque anni e nove mesi l’eccedenza irragionevole della sua durata. E questa valutazione non è censurabile nè risulta in realtà censurata.

Errata è invece la determinazione dell’indennizzo in soli Euro 4.331,00, dal momento che la giurisprudenza ha “individuato nell’importo compreso tra Euro 1.000,00 ed Euro 1.500,00 la base di calcolo dell’indennizzo per ciascun anno in relazione al danno non patrimoniale, da quantificare poi in concreto avendo riguardo alla natura e alle caratteristiche di ciascuna controversia” (Cass., sez. 1^, 26 gennaio 2006, n. 1630, m. 585927).

Il decreto impugnato va pertanto, nei suddetti limiti, cassato.

Tuttavia, non essendo necessari ulteriori accertamenti di fatto, la cassazione può essere disposta senza rinvio e l’indennizzo determinato in Euro 5.000,00, in ragione di Euro 750,00 per ciascuno dei primi tre anni di ritardo e di Euro 1.000,00 per ciascun ulteriore anno di ritardo.

La ricorrente ha richiesto anche l’integrazione per la natura previdenziale del giudizio. Ma secondo la giurisprudenza di questa Corte, “ai fini della liquidazione dell’indennizzo del danno non patrimoniale conseguente alla violazione del diritto alla ragionevole durata del processo, ai sensi della L. 24 marzo 2001, n. 89, non può ravvisarsi un obbligo di diretta applicazione dell’orientamento della giurisprudenza della Corte europea dei diritti dell’uomo, secondo cui va riconosciuta una somma forfettaria nel caso di violazione del termine nei giudizi aventi particolare importanza, fra cui anche la materia previdenziale; da tale principio, infatti, non può derivare automaticamente che tutte le controversie di tal genere debbano considerarsi di particolare importanza, spettando al giudice del merito valutare se, in concreto, la causa previdenziale abbia avuto una particolare incidenza sulla componente non patrimoniale del danno, con una valutazione discrezionale che non implica un obbligo di motivazione specifica, essendo sufficiente, nel caso di diniego di tale attribuzione, una motivazione implicita” (Cass., sez. 1^, 14 marzo 2008, n. 68 98, m. 602256). E nel caso in esame una tale particolare incidenza non è stata neppure allegata. La decisione nel merito assorbe le censure relative alle spese.

Le spese seguono la soccombenza e sono quindi a carico dell’Amministrazione convenuta, ma, per quanto attiene al giudizio di legittimità, possono essere compensate per una metà, in considerazione degl’accoglimento solo parziale del ricorso. Non possono essere invece compensate le spese del giudizio di merito, come nel decreto impugnato, perchè l’Amministrazione convenuta vi diede comunque causa.

P.Q.M.

La Corte, in accoglimento del ricorso, cassa il decreto impugnato e, decidendo nel merito, condanna. La Presidenza del Consiglio dei Ministri al pagamento in favore di S.M.A. della somma di Euro 5.000,00 oltre interessi legali dalla domanda, nonchè al pagamento delle spese processuali, compensate per una metà le spese del giudizio di legittimità.

Liquida in complessivi Euro 1.165,00 (Euro 520 per onorari, Euro 620,00 per diritti, Euro 25,00 per esborsi) le spese della fase di merito; e per l’intero in complessivi Euro 600,00 di cui Euro 500,00 per onorari, oltre spese generali e accessori come per legge, le spese della fase di legittimità, con distrazione in favore del difensore antistatario.

Così deciso in Roma, il 25 novembre 2009.

Depositato in Cancelleria il 4 febbraio 2010

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