Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 26047 del 05/12/2011

Cassazione civile sez. VI, 05/12/2011, (ud. 08/11/2011, dep. 05/12/2011), n.26047

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. MERONE Antonio – Presidente –

Dott. IACOBELLIS Marcello – Consigliere –

Dott. DI BLASI Antonino – Consigliere –

Dott. CIRILLO Ettore – Consigliere –

Dott. COSENTINO Antonello – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ordinanza

sul ricorso 3180-2010 proposto da:

MAZZONI PIETRO SPA SOCIO UNICO (OMISSIS), nella persona del

proprio amministratore unico pro tempore, elettivamente domiciliata

in ROMA, VIALE LIEGI 49, presso lo studio dell’avvocato ARNULFO

CARLO, rappresentato e difeso dall’avvocato BERETTA GIOVANNI giusta

procura speciale in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE, in persona del legale rappresentante pro

tempore elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO che la rappresenta e

difende, ope legis;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 143/24/2009 della COMMISSIONE TRIBUTARIA

REGIONALE di MILANO del 7/07 /09, depositata il 13/10/2009;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio

dell’08/11/2011 dal Consigliere Relatore Dott. ANTONELLO COSENTINO;

udito l’Avvocato Beretta Giovanni difensore della ricorrente che si

riporta agli scritti;

è presente il P.G. in persona del Dott. CARLO DESTRO che si riporta

alla relazione.

La Corte:

Fatto

OSSERVA

rilevato che, ai sensi dell’art. 380 bis cod. proc. civ., è stata depositata in cancelleria la relazione di seguito integralmente trascritta:

“La CTR, accogliendo l’appello dell’Ufficio, ha confermato gli avvisi di accertamento in rettifica oggetto della presente impugnazione, affermando che, per superare la presunzione di cessione, la merce in magazzino con la dicitura in conto lavorazione deve, con le modifiche del caso, ritornare al cedente e di ciò deve restare incontestabile traccia.

Ricorre per cassazione la parte privata, con due motivi, resiste la parte erariale con controricorso.

Il ricorso si rivela manifestamente privo di pregio Il primo motivo, pur formulato sotto la rubrica di una plurima violazione di norme di diritto, ripropone un’inammissibile diversa lettura delle risultanze di causa, in quanto la decisione ha dato congruamente conto della mancata prova, da parte del contribuente, di avere vinto la presunzione di cessione prevista dalle norme di cui s’invoca la violazione. In tali termini, la sentenza è in armonia con il consolidato orientamento di questa Corte secondo cui le presunzioni di cessione e d’acquisto, poste dal D.P.R. 26 ottobre 1972, n. 633, art. 53 sono presunzioni legali relative, annoverabili tra quelle cosiddette miste, che consentono, cioè, la dimostrazione contraria da parte del contribuente, ma unicamente entro i limiti di oggetto e di mezzi di prova ivi tassativamente prefigurati e stabiliti ad evidenti fini antielusivi (Cass. n. 15312/08; 21517/05;

3929/02 e, in tema di imposte dirette Cass. n. 16483/06).

Manifestamente priva di pregio è anche la seconda censura, essendo formulata in violazione del principio di autosufficienza, dato che non è specificato se e come sia stata formulata nei precedenti gradi; non risultando riferibile alla sentenza impugnata, in assenza di specifiche statuizioni della stessa al riguardo, e non essendo stata, infine, prospettata come violazione dell’art. 360 c.p.c., n. 4 (sempre che ne fosse stata sufficientemente dimostrata la formulazione nei precedenti gradi).

Si ritiene che il ricorso possa trattarsi in Camera di consiglio”;

che la relazione è stata comunicata al P.M. e notificata alle parti;

Considerato che il Collegio, a seguito della discussione in camera di consiglio, condivide le argomentazioni esposte nella relazione.

Ritenuto che le argomentazioni spese nella memoria depositata dalla ricorrente ai sensi dell’art. 380 bis c.p.c., comma 2, non introducono elementi in grado di orientare il Collegio verso conclusioni diverse da quelle proposte nella relazione;

che, in particolare, rispetto al contento della relazione vi è da aggiungere soltanto che la censura di violazione di legge proposta con riferimento alla questione della omessa regolarizzazione delle fatture rimesse alla contribuente dai suoi subappaltatori (al netto della parte di corrispettivo non versata perchè trattenuta in garanzia) è inammissibile perchè su tale questione la Commissione Tributaria Regionale non si è pronunciata; cosicchè la sentenza gravata sarebbe stata eventualmente impugnabile, in parte qua, solo per omissione di pronuncia (e, nel rispetto del principio di autosufficienza, trascrivendo nel ricorso le controdeduzioni in appello con cui la questione era stata riproposta in secondo grado ai sensi del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 56);

che, pertanto il ricorso va rigettato, per l’inammissibilità dei relativi motivi, con condanna dei ricorrenti alle spese.

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso e condanna la società ricorrente a rifondere alla contro ricorrente le spese di lite, che liquida in Euro 2.100, oltre spese prenotate a debito.

Così deciso in Roma, il 8 novembre 2011.

Depositato in Cancelleria il 5 dicembre 2011

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