Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25995 del 16/12/2016

Cassazione civile, sez. VI, 16/12/2016, (ud. 10/11/2016, dep.16/12/2016),  n. 25995

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. IACOBELLIS Marcello – Presidente –

Dott. MOCCI Mauro – Consigliere –

Dott. IOFRIDA Giulia – Consigliere –

Dott. CRUCITTI Roberta – rel. Consigliere –

Dott. CONTI Roberto Giovanni – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 30238-2014 proposto da:

AGENZIA DELLE ENTRATE, (OMISSIS), in persona del Direttore pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e

difende;

– ricorrente –

contro

B.A.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 2395/65/2014 della COMMISSIONE TRIBUTARIA

REGIONALE della LOMBARDIA – SEZIONE DISTACCATA di BRESCIA del

6/02/2014, depositata l’08/05/2014;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

10/11/2016 dal Consigliere Relatore Dott. ROBERTA CRUCITTI.

Fatto

RITENUTO IN FATTO

L’Agenzia delle Entrate ricorre, affidandosi a quattro motivi, nei confronti di B.A. (che non resiste) avverso la sentenza, indici i in epigrafe, con la quale la Commissione Tributaria Regionale della Lombardia -in controversia avente ad oggetto l’impugnazione di avvisi di accertamento, portanti IRPEF, emessi D.P.R. n. 600 del 1973, ex art. 38 per gli anni di imposta 2006 e 2007, in accoglimento dell’appello proposto dal contribuente, aveva riformato la decisione di primo grado di rigetto del ricorso, dichiarando illegittimi gli avvisi di accertamento.

A seguito di deposito di relazione ex art. 380 bis c.p.c. è stata fissata l’adunanza della Corte in camera di consiglio, con rituali comunicazioni.

Il Collegio ha autorizzato, come da decreto del Primo Presidente in data 14 Settembre 2016, la redazione della presente motivazione in forma semplificata.

Diritto

CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il primo ed il secondo motivo di ricorso, prospettanti violazione di legge, esaminati congiuntamente siccome connessi, sono manifestamente fondati, con assorbimento degli ulteriori due motivi, proposti in subordine.

1.1. Premesso che, in fatto, è pacifico che l’accertamento in questione non è applicabile il nuovo dispositivo del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 38, per la fondatezza del primo motivo appare sufficiente richiamare i principi sanciti dalle Sezioni Unite da questa Corte (sentenza n. 24823/2015) le quali, nell’affermare che, allo stato attuale della legislazione non sussiste, nell’ordinamento tributario nazionale una clausola generale di contraddittorio endoprocedimentale hanno individuato, tra gli altri, un argomento asseverante, a contrario, proprio nel dato normativo del D.L. n. 78 del 2010, art. 22, comma 1, convertito nella L. n. 122 del 2010 che ha introdotto l’obbligo del contraddittorio endoprocedimentale in tema di accertamento sintetico “con effetto per gli accertamenti relativi ai redditi per i quali il termine di dichiarazione non è ancora scaduto alla data di entrata in vigore del presente decreto”.

2. Relativamente all’altra doglianza (con la quale si censura la Commissione Regionale per avere affermato che i dati parametrici indicati nel redditometro sono mere presunzioni semplici da integrare con ulteriori elementi) va rilevato, contrariamente a quanto ritenuto dal Giudice di merito, che il D.P.R. n. 600 del 1973, art. 38, disciplina, fra l’altro, il metodo di accertamento sintetico del reddito e, nel testo vigente ratione temporis (cioè tra la L. n. 413 del 1991, e il D.L. n. 78 del 2010, convertito in L. n. 122 del 2010), prevede, da un lato (comma 4), la possibilità di presumere il reddito complessivo netto sulla base della valenza induttiva di una serie di elementi e circostanze di fatto certi, costituenti indici di capacità contributiva, connessi alla disponibilità di determinati beni o servizi ed alle spese necessarie per il loro utilizzo e mantenimento (in sostanza, un accertamento basato sui presunti consumi); dall’altro (comma 5), contempla le “spese per incrementi patrimoniali”, cioè quelle – di solito elevate – sostenute per l’acquisto di beni destinati ad incrementare durevolmente il patrimonio del contribuente. Resta salva, in ogni caso, ai sensi del comma 6 dell’art. 38 cit., la prova contraria, consistente nella dimostrazione documentale della sussistenza e del possesso, da parte del contribuente, di redditi esenti o soggetti a ritenuta alla fonte a titolo d’imposta (con riferimento alla complessiva posizione reddituale dell’intero suo nucleo familiare, costituito dai coniugi conviventi e dai figli, soprattutto minori: Cass. N. 5365 del 2014), o, più in generale, nella prova che il reddito presunto non esiste o esiste in misura inferiore (Cass. Nn. 20588 del 2005, 9539 del 2013).

3. Ne consegue, in accoglimento del primo o del secondo motivo, assorbiti i restanti, la cassazione della sentenza impugnata ed il rinvio, anche per il regolamento delle spese processuali, alla Commissione tributaria regionale della Lombardia.

PQM

La Corte, in accoglimento del primo e del secondo motivo, assorbiti gli altri, cassa la sentenza impugnata e rinvia, anche per il regolamento delle spese processuali, alla Commissione tributaria regionale della Lombardia, in diversa composizione.

Così deciso in Roma, il 10 novembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 16 dicembre 2016

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA