Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25989 del 16/12/2016


Clicca qui per richiedere la rimozione dei dati personali dalla sentenza

Cassazione civile, sez. VI, 16/12/2016, (ud. 09/11/2016, dep.16/12/2016),  n. 25989

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE T

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. IACOBELLIS Marcello – Presidente –

Dott. MOCCI Mauro – rel. Consigliere –

Dott. IOFRIDA Giulia – Consigliere –

Dott. CRUCITTI Roberta – Consigliere –

Dott. CONTI Roberto Giovanni – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 10046/2015 proposto da:

C.G., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DUILIO

7, presso lo studio dell’avvocato ELVIRA MATAROZZI, che lo

rappresenta e difende unitamente e disgiuntamente all’avvocato

MASSIMO MARETTO giusta procura speciale a margine del controricorso;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE C.F. (OMISSIS), in persona del Direttore pro

tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso l’AVVOCATURA GENERALE DELIO STATO, che la rappresenta e

difende ope legis;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 5886/9/2014 della COMMISSIONE TRIBUTARIA

REGIONALE di ROMA, emessa il 03/07/2014 e depositata il 03/07/2014;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

09/11/2016 dal Consigliere Relatore Dott. MAURO MOCCI;

udito l’Avvocato Massimo Maretto, per il ricorrente, che si riporta

agli scritti.

Fatto

FATTO E DIRITTO

La Corte, costituito il contraddittorio camerale sulla relazione prevista dall’art. 380 bis c.p.c., delibera di procedere con motivazione sintetica ed osserva quanto segue.

C.G. propone ricorso per cassazione nei confronti della sentenza della Commissione tributaria regionale del Lazio, che aveva rigettato il suo appello contro la decisione della Commissione tributaria provinciale di Roma. Quest’ultima, a sua volta, aveva respinto l’opposizione del contribuente avverso l’avviso di accertamento di maggiori imposte IRPEF in relazione all’anno 2005.

Nella decisione impugnata, la CTR ha affermato che il maggior tributo per l’anno 2005 era costituito dal reddito d’impresa, per 71.224,50, quale socio al 50% della s.r.l. SO.CE.AN. La ristrettezza della compagine sociale avrebbe determinato una presunzione semplice di distribuzione degli utili occulti della società ai soci ed il C. non avrebbe dato alcuna prova contraria, circa l’accantonamento o il reinvestimento dei maggiori ricavi, pur avendo riconosciuto che la SO.CE.AN. aveva eseguito, nell’anno 2005, lavori edili per conto del Comune di Roma, per la Provincia di Milano e la Provincia di Roma.

Il ricorso è affidato ad un unico motivo, col quale il contribuente lamenta violazione e falsa applicazione del D.P.R. 22 dicembre 1986, n. 917, art. 47, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3.

Assume il ricorrente che, anche a voler condividere l’accertamento del maggior reddito d’impresa in ragione di Euro 142.449,00, non sarebbe stato comunque possibile assoggettare ad imponibile IRPIT, ai sensi dell’art. 47 cit., l’intero ammontare del presunto utile accertato.

L’Agenzia si è costituita.

Il motivo è inammissibile.

Secondo il consolidato orientamento di questa Corte, i motivi del ricorso per cassazione devono investire, a pena d’inammissibilità, questioni che siano già comprese nel tema del decidere del giudizio di appello, non essendo prospettabili per la prima volta in sede di legittimità questioni nuove o nuovi temi di contestazione non trattati nella fase di merito nè rilevabili d’ufficio. (Sez. 6 – 1, n. 17041 del 09/07/2013; conf. Sez. 1, n. 7981 del 30/03/2007).

Nel caso di specie, per quanto emerge dalla decisione della CIR, il C. non ha mai sollevato, nei gradi di merito, questioni attinenti alla quantificazione dell’imponibile indicato nell’avviso di accertamento, censurando per converso l’attribuibilità del maggior reddito societario in capo ai soci ovvero l’esistenza, in concreto, di un maggior utile presuntivamente distribuito ai soci.

Al rigetto del ricorso segue la condanna del ricorrente alla rifusione delle spese processuali in favore della controricorrente, nella misura indicata in dispositivo.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna il ricorrente alla rifusione delle spese del presente giudizio, liquidate in Euro 3.500,00 oltre spese prenotate a debito.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 9 novembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 16 dicembre 2016

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA