Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25987 del 31/10/2017


Clicca qui per richiedere la rimozione dei dati personali dalla sentenza

Cassazione civile, sez. VI, 31/10/2017, (ud. 27/04/2017, dep.31/10/2017),  n. 25987

 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FRASCA Raffaele – Presidente –

Dott. SCODITTI ENRICO – Consigliere –

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

Dott. PELLECCHIA Antonella – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 16529-2016 proposto da:

C.G., elettivamente domiciliato in ROMA, CORSO TRIESTE,

88, presso lo studio dell’avvocato FABRIZIO IOVINO, che lo

rappresenta e difende unitamente all’avvocato SALVATORE PICCOLO;

– ricorrente –

contro

M.A., elettivamente domiciliata in ROMA, PIAZZA

CAVOUR, presso la CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE, rappresentata e

difesa dall’avvocato LUIGI MARATTA;

– controricorrente –

e contro

L.V.;

– intimata –

avverso la sentenza n. 4960/2015 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 14/01/2016;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 27/04/2017 dal Consigliere Dott. ANTONELLA

PELLECCHIA.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con ricorso ex art. 447 bis c.p.c. C.G., quale conduttore di una unità immobiliare al piano terra di proprietà di M.A. nel Comune di (OMISSIS), domandava al Tribunale di Santa Maria Capua Vetere, sezione distaccata di Carinola, la condanna della proprietaria al pagamento della somma di Euro 16.034,03 per le addizioni apportate al bene oggetto del contratto di locazione, relativo ad una unità immobiliare al piano terra, ubicata nel comune di (OMISSIS), poichè la M. non gli aveva consentito di rimuovere il manufatto adducendo che ciò avrebbe recato nocumento al bene di sua proprietà. Costituitasi la M. dedusse che il capannone era stato realizzato senza l’autorizzazione comunale e costituiva perciò un abuso edilizio e non un’addizione o un miglioramento. Aggiunse anche che, ove tale struttura fosse stata considerata come addizione o miglioramento, non era dovuta, in ogni caso, alcuna indennità perchè era stata realizzata senza il suo consenso. Spiegò anche domanda riconvenzionale per il risarcimento del danno.

A tale giudizio veniva riunito altro procedimento civile che vedeva come convenuta la M. e come attore B.A.. Questi, con ricorso depositato nel settembre 2004, dichiarando di essere anch’egli conduttore di un locale terraneo per uso commerciale della M., aveva chiesto l’eliminazione del manufatto in ferro e lamiera che toglieva aria e luce al locale da lui condotto in locazione. Chiese anche il risarcimento danni per il minor godimento della cosa locata.

Il Tribunale adito accolse la domanda proposta dal C. e condannò la M. al pagamento di Euro 16.034,03 a titolo di indennità per il miglioramento tradizionale realizzata. Accolse anche la domanda del B. e condannò la M. al pagamento di Euro 7400.

2. La Corte di Appello di Napoli, con sentenza n. 4960 del 14 gennaio 2016 ha riformato la pronuncia di primo grado ed ha rigettato le domande proposte da C.G. e B.A. nei confronti della M..

3. Avverso tale pronunzia C.G. propone ricorso in Cassazione con due motivi.

3.1. Resiste con controricorso M.A..

4. E’ stata depositata in cancelleria ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., e regolarmente notificata ai difensori delle parti, la proposta di inammissibilità del ricorso. Il ricorrente ha depositato memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

5. A seguito della discussione sul ricorso, tenuta nella camera di consiglio, reputa il Collegio di condividere le conclusioni cui perviene detta proposta con le seguenti precisazioni che di seguito si espongono.

Esse sono anche idonee a superare ogni rilievo svolto da parte ricorrente nella memoria e diretto contro la proposta.

6.1. Con il primo motivo lamenta la violazione o falsa applicazione di norme di diritto in particolare dell’art. 1592 c.c.. Si duole che il giudice del merito abbia ritenuto non rientrare nella nozione di miglioramenti ai sensi dell’art. 1592 c.c. la realizzazione di opere su c.d. aree nude per manufatti che abbiano lo scopo di rendere funzionale all’esercizio dell’attività commerciale del conduttore anche se realizzate senza permesso dell’autorità amministrativa.

Il motivo è infondato.

Correttamente la Corte territoriale ha ritenuto non rientrante nella nozione di miglioramenti l’opera abusiva posta in essere dal ricorrente sul fondo della locatrice. Infatti il manufatto abusivo deve ritenersi carente di valore per il fondo cui accede, non potendo il proprietario trarne alcun beneficio. Nè tantomeno può trarne beneficio il conduttore che l’ha posto in essere perchè costruito senza i permessi delle autorità competenti.

Pertanto per quanto riguarda le opere eseguite su fondo altrui da un terzo con materiali propri, quando l’opera è abusiva (eventualmente configurando anche un illecito penale), il proprietario del suolo non è tenuto al pagamento dell’indennizzo di cui all’art. 936 c.p.c., comma 2, , perchè, sul piano civilistico, il manufatto abusivo deve ritenersi carente di valore per il fondo cui accede (Cass. 26509/2016).

Tale principio è già stato espresso da questa Corte anche in tema di espropriazione per pubblica utilità. Infatti gli immobili costruiti abusivamente non sono suscettibili di indennizzo, a meno che alla data dell’evento ablativo non risulti già rilasciata la concessione in sanatoria, per cui non si applica nella liquidazione il criterio del valore venale complessivo dell’edificio e del suolo su cui il medesimo insiste, ma si valuta la sola area, sì da evitare che l’abusività degli insediamenti possa concorrere anche indirettamente ad accrescere il valore del fondo. La stessa regola vale anche per le ipotesi di espropriazione cosiddetta larvata previste dalla L. n. 2359 del 1865, art. 46 atteso il necessario raccordo tra l’indennizzo previsto da tale norma e l’indennità di espropriazione (anche se regolata da leggi speciali) e ciò pure se il danno lamentato consista proprio nella diminuzione di godimento dell’immobile abusivo, poichè è principio di carattere generale desumibile dalla normativa sia urbanistica, che espropriativa (L. n. 865 del 1971, art. 16, comma 9), quello per cui il proprietario non può trarre beneficio alcuno dalla sua attività illecita (Cass. 26260/2007). Questi giustificano pure l’inibizione del precedente di cui a Cass. 29729/11 evocato nel ricorso e ancora nella memoria.

6.2. Con il secondo motivo lamenta l’omesso esame circa il fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti. Denuncia che la Corte d’Appello avrebbe errato perchè ha ritenuto che se il bene fosse stato considerato addizione in ogni caso non risultava prestato il consenso della locatrice alla realizzazione dell’opera. Ha infatti affermato che il consenso che è risultato provato attraverso interrogatorio formale della M. stato ritenuto invalido perchè dato solo per l’apposizione di struttura non fissa.

Il motivo è inammissibile.

Il motivo per quanto riguarda il vizio ex art. 5 è inammissibile. Nel giudizio in esame, trova applicazione, con riguardo ai motivi concernenti la denuncia di vizio di motivazione, l’art. 360 c.p.c., n. 5, come modificato dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54 convertito, con modificazioni, dalla L. n. 134 del 2012, applicabile ai ricorsi proposti avverso provvedimenti depositati successivamente alla sua entrata in vigore (11 settembre 2012).

Il nuovo testo del n. 5) dell’art. 360 c.p.c. introduce nell’ordinamento un vizio specifico che concerne l’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che se esaminato avrebbe determinato un esito diverso della controversia).

Scompare, invece, nella nuova formulazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5, ogni riferimento letterale alla motivazione” della sentenza impugnata e, accanto al vizio di omissione (che pur cambia in buona misura d’ambito e di spessore), non sono più menzionati i vizi di insufficienza e contraddittorietà. Al riguardo, si ricorda il principio affermato dalle Sezioni Unite secondo cui la riformulazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5) “deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, come riduzione al minimo costituzionale del sindacato sulla motivazione in sede di giudizio di legittimità, per cui l’anomalia motivazionale denunciabile in sede di legittimità è solo quella che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante e attiene all’esistenza della motivazione in sè, come risulta dal testo della sentenza e prescindendo dal confronto con le risultanze processuali, e si esaurisce, con esclusione di alcuna rilevanza del difetto di “sufficienza”, nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile fra affermazioni inconciliabili”, nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”” (cfr. Cass. civ., Sez. Unite, 22/09/2014, n. 19881).

Alla luce dell’enunciato principio, risulta che il ricorrente, denunciando il vizio di omessa motivazione su un punto decisivo della controversia, non ha rispettato i limiti di deducibilità del vizio motivazionale imposti dalla nuova formulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 6, n. 5.

7. Pertanto, ai sensi degli artt. 380-bis e 385 c.p.c., il ricorso va dichiarato inammissibile. Le spese seguono la soccombenza.

PQM

la Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità che liquida in Euro 2.200,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200, ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente principale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma del citato art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della sezione sesta civile della Corte Suprema di Cassazione, il 27 aprile 2017.

Depositato in Cancelleria il 31 ottobre 2017

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA