Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25985 del 31/10/2017


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Cassazione civile, sez. VI, 31/10/2017, (ud. 27/04/2017, dep.31/10/2017),  n. 25985

 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 3

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FRASCA Raffaele – Presidente –

Dott. SCODITTI ENRICO – Consigliere –

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – Consigliere –

Dott. ROSSETTI Marco – Consigliere –

Dott. PELLECCHIA Antonella – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 15842-2016 proposto da:

RBR SRL, in persona dell’Amministratore Unico e legale rappresentante

pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA FRANCESCO DENZA

50-A, presso lo studio dell’avvocato NICOLA LA URENTI, che la

rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

REAL CONSULT SERVIZI IMMOBILIARI DI M.D., in persona del

titolare legale rappresentante elettivamente domiciliata in ROMA,

PIAZZA GIOVINE ITALIA, 7, presso lo studio dell’avvocato RICCARDO

CARNEVALI, che la rappresenta e difende unitamente agli avvocati

PIETRO PAOLO ARCANGELI, EDOARDO CESARI, ELISABETTA PIROMALLI e

GIOVANNI VEZZOLI;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 643/2015 della CORTE D’APPELLO di BRESCIA,

depositata il 26/05/2015;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 27/04/2017 dal Consigliere Dott. ANTONELLA

PELLECCHIA.

Fatto

RILEVATO

che:

1. D.M., titolare della ditta individuale Realconsult conveniva in giudizio la RBR srl per sentirla condannare al pagamento di Euro 220.000, che affermava essere dovuti in adempimento di un contratto, che definiva di mandato, avente ad oggetto la gestione di iniziative nel campo immobiliare concretatesi nell’acquisto, da parte della società mandante, di due unità immobiliari in Bergamo. Il D. si era preso cura anche della ristrutturazione degli stessi ad opera di imprese cd artigiani scelti e seguiti da lui ed era stato coadiuvato da due architetti per il progetto e la direzione lavori. Affermava l’attore di avere diligentemente svolto il mandato affidatogli, seguendo quotidianamente i lavori, curando la contabilità, trattando e definendo i consuntivi. Il rapporto con la convenuta, si era, però, incrinato per fatti indipendenti dal deducente, e pertanto richiedeva la corresponsione della somma indicata.

Resisteva la convenuta negando di aver mai rilasciato all’attore il mandato da lui indicato nel documento prodotto; precisava che detto documento era stato rilasciato al solo scopo di consentire a D. di chiedere ai gestori dei servizi agli allacciamenti per (OMISSIS): il documento era stato lasciato in parte in bianco e all’atto della sottoscrizione non conteneva affatto la parte che vi si leggeva in carattere corsivo. Inoltre la quantificazione del corrispettivo indicato nel documento era contraddetta dallo stesso attore, il quale nella narrativa della citazione aveva affermato che, secondo le intese, la misura del corrispettivo sarebbe stata determinata al termine di ciascuna operazione in ragione dell’impegno occorso. Già premesso e ritenuto che la conoscenza del rapporto effettivamente intercorso tra le parti non potesse scaturire dal contenuto del documento dimesso dall’attore in fotocopia, la convenuta contestava le pretese attorte e allegava in modo dettagliato l’inadempimento di controparte agli obblighi assunti, dal quale era arrivato un ingente danno pari ad Euro 766.773,14 di cui chiedeva ristoro e che, inoltre, giustificava la richiesta di risoluzione del contratto e conseguentemente il rigetto delle pretese attoree. In ogni caso, la convenuta rilevava che tra le parti si era stabilita, quale compenso, la sola partecipazione di Realconsult ai risultati dell’operazione nella misura di un terzo degli stessi.

RBR chiedeva, pertanto, in via principale che fosse accertata e dichiarata l’inesistenza, l’invalidità e/o comunque l’inefficacia delle dichiarazioni negoziali contenute nella cosiddetta delega e che accertati i gravi inadempimenti di Realconsult alle obbligazioni assunte verso RBR fosse dichiarata la risoluzione del contratto con conseguente statuizione di nulla dovere all’attrice. In via riconvenzionale chiedeva il risarcimento del danno in conseguenza degli inadempimenti della parte attrice.

Il Tribunale di Bergamo respingeva la domanda attrice e in accoglimento della domanda riconvenzionale dichiarava risolto il contratto di mandato e condannava l’attore a pagare alla società convenuta la somma di Euro 285.831,00.

2. La Corte di Appello di Brescia, con sentenza n. 643 del 26 maggio 2015 ha riformato la sentenza impugnata ed ha rigettato sia la domanda dell’attrice sia la domanda riconvenzionale della convenuta.

3. Avverso tale pronunzia RBR propone ricorso in Cassazione con 6 motivi.

3.1. Resiste con controricorso Realconsult.1

4. E’ stata depositata in cancelleria ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c., e regolarmente notificata ai difensori delle parti, la proposta di inammissibilità del ricorso. La ricorrente ha depositato memoria.

Diritto

CONSIDERATO

che:

5. A seguito della discussione sul ricorso, tenuta nella camera di consiglio, reputa il Collegio, pur condividendo la valutazione di esito finale di inammissibilità del ricorso formulata dalla proposta, ritiene che essa sia giustificata per le considerazioni che di seguito si espongono.

Esse sono anche idonee a superar ogni rilievo svolto da parte ricorrente nella memoria e diretto contro la proposta.

6.1. Con il primo motivo la ricorrente assume la violazione da parte della corte d’appello degli artt. 345, 183 e 112 c.p.c. per avere essa erroneamente ammesso la produzione dei documenti 1, 2 e 3 dell’atto di citazione in appello, relativi ad atti giudiziari con i quali la ricorrente aveva chiesto ad imprese appaltatrici dei lavori eseguiti il risarcimento nei danni chiesti anche alla Realconsult. In particolare RBR afferma che la controricorrente non aveva dimostrato di essere venuta in possesso di detti documenti successivamente alla sentenza di primo grado ed inoltre che la corte di appello ne ha erroneamente ritenuto l’acquisizione sul presupposto che RBR ha ammesso di aver reagito anche contro le imprese appaltatrici dei lavori chiedendo il risarcimento nel medesimo danno reclamato nei confronti della controricorrente.

Il motivo è inammissibile, in quanto la corte territoriale nella stessa motivazione che si riporta nel ricorso (e che è espressa alle pagine 19-20) e con la quale si sarebbe commessa la denunciata violazione risulta avere espressamente considerato irrilevanti le produzioni di cui trattasi, avendo valorizzato l’ammissione di avere in corso due cause nei confronti di quelli che vengono definiti “gli artigiani”: ciò risulta dall’uso dell’espressione “indipendentemente dalla produzione…”, che si legge nel sestultimo rigo della pagina 19.

Il motivo è, conseguentemente inammissibile perchè censura una motivazione della corte territoriale che non si coglie nella sentenza impugnata.

6.2. Con il secondo motivo si censura la sentenza della corte di appello nella parte in cui si afferma che la medesima RBR ha ammesso di avere promosso azioni giudiziarie nei confronti delle imprese appaltatrici non considerando il fatto che RBR aveva espressamente enunciato in atti la solidarietà del debito esistente tra la Realconsult e gli altri fornitori. Del resto quando un danno è provocato da più soggetti, per inadempimenti di contratti diversi intercorsi rispettivamente tra ciascuno di essi ed il danneggiato, sussistono tutte le condizioni necessarie perchè i predetti soggetti siano corresponsabili in solido. Pertanto, poichè il danno subito dalla ricorrente trovava causa efficiente nell’inadempimento sia di Realconsult che delle imprese di costruzioni, tutti essi erano responsabili solidalmente nei confronti della stessa società ricorrente del risarcimento dell’intero danno.

Anche questo motivo è inammissibile: esso, infatti, viola l’art. 366 c.p.c., n. 6, perchè omette di indicare dove la solidarietà era stata dedotta, al contrario di quanto affermato dalla sentenza impugnata, la quale espressamente afferma che non era mai stata dedotta. La censura supponeva l’individuazione della sede del giudizio in cui la questione della solidarietà era stata prospettata e ciò o con l’individuazione delle modalità con cui era stata prospettata espressamente o – atteso che l’illustrazione del motivo parrebbe supporre che la solidarietà fosse implicazione di allegazioni “nell’inadempimento sia di Realconsult che delle imprese di costruzione” – con l’individuazione delle dette allegazioni.

Le segnalate carenze si concretano anche in una mancanza di specificità del motivo, con conseguente inammissibilità anche alla stregua del principio di diritto sulla necessaria specificità del motivo di ricorso per cassazione (recentemente ribadito da Cass., Sez. Un., n. 7074 del 2017).

6.3. Con il terzo motivo censura ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, la sentenza del giudice del merito nel punto in cui ha ritenuto che nè il legale rappresentante della Realconsult, nè l’allora suo collaboratore S.M., abbiano assunto il ruolo di direttore dei lavori nell’ambito dell’operazione immobiliare, ruolo rivestito invece secondo la sentenza dai professionisti progettisti.

Il motivo per quanto riguarda il vizio ex art. 5 è inammissibile. Nel giudizio in esame, trova applicazione, con riguardo ai motivi concernenti la denuncia di vizio di motivazione, l’art. 360 c.p.c., n. 5, come modificato dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54 convertito, con modificazioni, dalla L. n. 134 del 2012, applicabile ai ricorsi proposti avverso provvedimenti depositati successivamente alla sua entrata in vigore (11 settembre 2012).

Il nuovo testo del n. 5) dell’art. 360 c.p.c. introduce nell’ordinamento un vizio specifico che concerne l’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che se esaminato avrebbe determinato un esito diverso della controversia).

Scompare, invece, nella nuova formulazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5, ogni riferimento letterale alla “motivazione” della sentenza impugnata e, accanto al vizio di omissione (che pur cambia in buona misura d’ambito e di spessore), non sono più menzionati i vizi di insufficienza e contraddittorietà.

Al riguardo, si ricorda il principio affermato dalle Sezioni Unite secondo cui la riformulazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5) “deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, come riduzione al minimo costituzionale del sindacato sulla motivazione in sede di giudizio di legittimità, per cui l’anomalia motivazionale denunciabile in sede di legittimità è solo quella che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante e attiene all’esistenza della motivazione in sè, come risulta dal testo della sentenza e prescindendo dal confronto con le risultanze processuali, e si esaurisce, con esclusione di alcuna rilevanza del difetto di “sufficienza”, nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile fra affermazioni inconciliabili”, nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”” (cfr. Cass. civ., Sez. Unite, 22/09/2014, n. 19881). Alla luce dell’enunciato principio, risulta che la ricorrente, denunciando il vizio di omessa motivazione su un punto decisivo della controversia, non ha rispettato i limiti di deducibilità del vizio motivazionale imposti dalla nuova formulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5.

6.4. Con il quarto motivo la ricorrente deduce violazione falsa applicazione degli artt. 1655 e 1703 c.c. e insufficiente motivazione circa un punto decisivo della controversia ai sensi dell’art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5 e censura la sentenza della corte d’appello nel punto in cui ha ritenuto la sussistenza, nella fattispecie, di un contratto di mandato invece che di un appalto di servizi. In particolare afferma che nonostante essa stessa avesse qualificato il rapporto in essere quale mandato, tuttavia risulterebbe pacifico e incontrovertibile il vero contenuto delle obbligazioni gravanti sulla controricorrente nonchè l’impegno che questa si era assunta in ordine all’ottenimento di un preciso risultato.

Il motivo è inammissibile, in quanto non contiene enunciazioni in iure volte a evidenziare come e perchè il contratto dovesse avere una piuttosto che l’altra qualificazione, ma, dopo avere appunto dato atto che nella prospettazione originaria la stessa ricorrente aveva parlato di un mandato, si limita con prospettazione assolutamente generica, a richiamare – i modo contraddittorio – una breve enunciazione del tutto generica della citazione di primo grado, un breve passo di un documento che denomina come “c.d. delega” e – senza riprodurlo – due punti a pagina 16 della conclusionale d’appello.

Da tali atti, per come evocati, non si evince in alcun modo che parte ricorrente avesse abbandonato come erronea la sua prospettazione originaria nè alcunchè che dovesse indurre la corte territoriale, nell’esercizio dei suoi poteri di qualificazione in iure, a procedere ad una qualificazione in termini di appalto.

6.5. Con il quinto e sesto motivo la società ricorrente sostiene che la corte territoriale avrebbe tuttavia omesso di motivare sull’obbligo, non assolto, della esponente di comportarsi secondo la diligenza del buon padre di famiglia anche con riferimento alla risoluzione del contratto. Afferma anche che la sentenza non avrebbe tenuto conto del fatto che la Realconsult non ha reso il conto della propria gestione, avendo sul punto il giudice del merito sbrigativamente liquidato la questione affermando che la committente era stata costantemente informata degli sviluppi dei cantieri, tanto è che la stessa ricorrente proprio grazie alle notizie ricevute dalla controricorrente ha potuto proporre le iniziative giudiziarie nei confronti degli appaltatori.

I due motivi sono inammissibili.

E’ principio consolidato di questa Corte che con la proposizione del ricorso per Cassazione, il ricorrente non può rimettere in discussione, contrapponendone uno difforme, l’apprezzamento in fatto dei giudici del merito, tratto dall’analisi degli clementi di valutazione disponibili ed in sè coerente. L’apprezzamento dei fatti e delle prove, infatti, è sottratto al sindacato di legittimità, dal momento che nell’ambito di detto sindacato, non è conferito il potere di riesaminare e valutare il merito della causa, ma solo quello di controllare, sotto il profilo logico formale e della correttezza giuridica, l’esame e la valutazione fatta dal giudice di merito, cui resta riservato di individuare le fonti del proprio convincimento e, all’uopo, di valutare le prove, controllarne attendibilità e concludenza e scegliere, tra le risultanze probatorie, quelle ritenute idonee a dimostrare i fatti in discussione (Cass. 7921/2011). Infatti nel caso di specie la ricorrente deduce una serie di questioni di fatto tendenti ad ottenere dalla corte di legittimità una nuova diversa valutazione del merito della controversia.

7. Pertanto, ai sensi degli artt. 380-bis e 385 c.p.c., il ricorso va dichiarato inammissibile. Le spese seguono la soccombenza.

PQM

la Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento in favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità che liquida in Euro 3.000,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200, ed agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, inserito dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente principale, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale, a norma del citato art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della sezione sesta civile della Corte Suprema di Cassazione, il 27 aprile 2017.

Depositato in Cancelleria il 31 ottobre 2017

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