Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25972 del 31/10/2017


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Cassazione civile, sez. lav., 31/10/2017, (ud. 12/09/2017, dep.31/10/2017),  n. 25972

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NAPOLETANO Giuseppe – Presidente –

Dott. TORRICE Amalia – rel. Consigliere –

Dott. TRIA Lucia – Consigliere –

Dott. BLASUTTO Daniela – Consigliere –

Dott. DI PAOLANTONIO Annalisa – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 16809-2013 proposto da:

L.G., C.F. (OMISSIS), elettivamente domiciliata in ROMA,

VIA PADOVA 82, presso lo studio dell’avvocato BRUNO AGUGLIA, che la

rappresenta e difende, giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

ROMA CAPITALE, C.F. (OMISSIS) già Comune di Roma, in persona del

Sindaco pro tempore, elettivamente domiciliata in ROMA, VIA DEL

TEMPIO DI GIOVE 21, presso lo studio dell’avvocato CARLO SPORTELLI,

che la rappresenta e difende, giusta delega in atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 5685/2012 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 07/07/2012 R.G.N. 5274/2007;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

12/09/2017 dal Consigliere Dott. AMELIA TORRICE;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

FINOCCHI GHERSI Renato, che ha concluso per inammissibilità, in

subordine rigetto;

udito l’Avvocato BRUNO AGUGLIA;

udito l’Avvocato ENRICO MAGGIORE per delega verbale Avvocato CARLO

SPORTELLI.

Fatto

FATTO E MOTIVI

1. Il Dipartimento delle Risorse Umane del Comune di Roma in data 23.4.2004 contestò a L.G., dipendente in servizio presso l’asilo nido “(OMISSIS)” che: 1) aveva tentato di chiudere la porta sul cui stipite una bambina aveva appoggiato la mano; 2) in più occasioni era salita sui tavolini pronti per il pasto per ballare, obbligando i bambini a stare seduti intorno al tavolo; aveva appoggiato la scarpa sulla testa di un bambino per costringerlo a rimanere seduto 3) quotidianamente aveva ripetuto ai bambini più lenti a mangiare che se non lo avessero fatto avrebbe mangiato lei la loro razione; aveva consumato il pasto di un bambino che non mangiava mai; era solita mangiare nei piatti dei bambini, i quali non toccavano più cibo; aveva spesso segnalato al cuoco la presenza di un bambino in più per mangiare il pasto aggiuntivo; aveva lanciato sul viso di una bambina il cibo contenuto in un cucchiaio; 4) spesso aveva usato toni minacciosi nei confronti dei bambini e aveva spento le luci ovvero abbassato le tapparelle quando i bambini creavano rumore; 5) spesso aveva sporcato il viso dei bambini con i pennarelli, dipingendone le labbra a mò di rossetto continuando a farlo anche se i bambini piangevano; 6) quando non erano presenti altre persone non aveva prestato attenzione ai bambini, che in alcune occasioni si erano fatti male; 7) più volte aveva contattato i genitori dei bambini invitandoli a prelevare i figli perchè, a suo dire, il numero delle educatrici non era proporzionato a quello dei bambini. All’esito del procedimento disciplinare, il 5.8.2004 il Comune comminò la sanzione del licenziamento senza preavviso.

2. Il ricorso proposto dalla L. volto all’accertamento della illegittimità e della nullità del licenziamento e della sua sproporzione rispetto ai fatti addebitati è stato respinto dal Tribunale di Roma e la Corte di Appello di Roma ha confermato la sentenza di primo grado sulla scorta delle argomentazioni motivazionali che seguono.

3. La L. non aveva censurato la statuizione con la quale il Tribunale aveva ritenuto che i comportamenti indicati nei punti 2, 3, 4, 5 e 7 della contestazione disciplinare fossero ben collocabili nel tempo (anno scolastico 2003/2004) ma aveva convenuto sulla non necessità della indicazione del momento della commissione dei fatti addebitati come posti in essere usualmente; il giudice di primo grado non aveva tenuto conto, ai fini del giudizio sulla legittimità del licenziamento, della condotta relativa alla mancata cura dei bambini (punto 6 della contestazione); avuto riguardo alla particolare gravità e peculiarità del fatto l’addebitato tentativo di chiudere la porta sul cui stipite una bambina aveva appoggiato la mano (p. 1 della contestazione) era facilmente collocabile nell’arco temporale indicato nella contestazione (anno scolastico 2003/2004); gli addebiti concernenti il collocamento del piede sulla testa di un bambino (p. 2 della contestazione) e il lancio di un cucchiaio di pasta sul volto di una bambina (p. 3 della costituzione) erano individuabili e collocabili nel tempo perchè gli atti richiamati nella lettera di contestazione, messi a disposizione della lavoratrice, indicavano i nomi delle colleghe che avevano riferito tali comportamenti e quelli dei bambini di volta in volta coinvolti; la L. aveva dimostrato di essere stata in grado di approntare compiute difese in sede disciplinare.

4. L’ avvenuta realizzazione delle condotte di cui ai punti 1, 2, 3, e 4 della contestazione disciplinare risultava confermata dalle deposizioni rese nel giudizio di appello dalle tre educatrici supplenti, che avevano confermato quanto riferito ai funzionari del Comune e dai testi escussi nel giudizio penale instaurato nei confronti della lavoratrice; detto quadro probatorio non risultava smentito dalle deposizioni rese dai testi indicati dalla lavoratrice perchè non sempre presenti all’interno dell’Asilo; la mancanza di abitualità e il contesto particolare (festa di carnevale) escludeva la rilevanza dei fatti addebitati al punto 5 della contestazione disciplinare (uso di pennarelli indelebili e non atossici per dipingere i volti dei bambini). La sentenza con la quale la Corte di Appello penale aveva assolto la L. dal reato di cui all’art. 571 c.p., in relazione alle condotte oggetto dei punti 2, 3, 4 della contestazione, non passata in giudicato e pronunciata in un giudizio al quale il Comune non aveva partecipato in qualità di parte civile, non era vincolante e consentiva la valutazione autonoma del materiale probatorio acquisito nel processo penale e dei comportamenti addebitati in sede disciplinare ai fini della formulazione del giudizio sulla legittimità del licenziamento.

5. L’addebitato invito rivolto ai genitori dei bambini 61 prelevare i figli perchè il numero di educatrici non era ritenuto proporzionato a quello dei bambini (p. 7 della contestazione), fatto questo ammesso dalla lavoratrice, violava i principi di correttezza e buona fede e ledeva l’immagine del Comune, perchè la questione del rapporto educatrici/bambini, avrebbe dovuto essere risolta all’interno della scuola senza coinvolgimento dei genitori.

6. I fatti addebitati nei punti da 1 a 4 e 7 della contestazione disciplinare e posti a fondamento del licenziamento erano tanto gravi da non consentire la prosecuzione del rapporto di lavoro e rispetto a questi la sanzione del licenziamento senza preavviso prevista dall’art. 25, p. 8 (“recte 7) lett. f) del CCNL Comparto Regioni e Autonomie Locali del 6.7.1995 doveva ritenersi proporzionata. La L., infatti, non aveva assolto con la dovuta attenzione al compito di cura di bambini e per questo particolarmente sensibili ed influenzabili ma, all’opposto, aveva posto in essere condotte: incoerenti con il progetto educativo, contenuto nel Regolamento degli Asili Nido e nello Statuto del Comune, richiamati nella comunicazione del licenziamento; disorientanti nei confronti dei bambini (questi erano stati costretti ad assistere passivamente alle esibizioni di danza effettuate dalla L. su basi musicali non adatte alla loro età ed erano stati materialmente obbligati mangiare; il pasto era stato sottratto ai bambini più lenti nell’assunzione del cibo); contrarie alle più elementari norme igieniche (la L. mangiava nei piatti dei bambini, danzava sui tavoli già predisposti per la somministrazione dei pasti); causative di danni ai bambini, seppur temporanei, nell’inserimento nel nido e di crescita. La L. aveva insistito nei suoi comportamenti nonostante le obiezioni mosse dalle altre educatrice e aveva minacciato queste ultime.

7. La gravità delle condotte poste in essere era desumibile oltrechè dalla rilevanza degli obblighi violati, dall’ intenzionalità delle condotte poste in essere, dal livello di responsabilità proprio delle mansioni affidate, dai danni arrecati agli utenti ed al Comune. La sussistenza della giusta causa di licenziamento escludeva la configurabilità di condotte mobbizzanti da parte del Comune e da parte delle colleghe di lavoro.

8. Avverso detta sentenza L.G. ha proposto ricorso per cassazione affidato ad un unico articolato motivo, illustrato da successiva memoria, al quale ha resistito con controricorso Roma Capitale.

Sintesi del motivo.

9. Con l’unico motivo la ricorrente denuncia, ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3, violazione e falsa applicazione di norme di diritto e degli accordi collettivi nazionali di lavoro.

10. La ricorrente sostiene che la Corte territoriale avrebbe violato l’art. 24 del CCNL Comparto Regioni ed Autonomie Locali del 6.4.1995 (“recte” 6.7.1995) nell’affermare che la contestazione disciplinare era sufficientemente specifica in ordine alla collocazione temporale degli addebiti.

11. Essa lamenta, inoltre, che: le ragioni del “decisum” poggerebbero su una motivazione incongrua perchè la Corte territoriale, per un verso, aveva ritenuto l’irrilevanza della sentenza penale nella parte in cui aveva assolto essa ricorrente e, per altro verso, aveva valutato autonomamente il quadro probatorio emerso nel giudizio penale che aveva portato alla sua condanna; la Corte territoriale avrebbe fatto malgoverno delle risultanze istruttorie perchè aveva valorizzato le deposizioni rese dalle colleghe educatrici senza tenere conto della inimicizia tra queste ed essa ricorrente e non avrebbe tenuto conto delle deposizioni favorevoli ad essa ricorrente rese nel giudizio penale.

12. La ricorrente assume, inoltre, che, diversamente da quanto affermato nella sentenza impugnata, la sanzione risolutiva sarebbe sproporzionata, ai sensi dell’art. 25 del CCNL, rispetto ai comportamenti contestati, deducendo che questi, erroneamente ricostruiti, rientravano in un progetto didattico volto a coinvolgere i bambini nella musica, nella danza, nel disegno e addebita alla sentenza malgoverno delle risultanze istruttorie. Infine, la ricorrente ha riproposto la domanda di risarcimento dei danni conseguiti al mobbing senza formulare alcuna censura nei confronti della sentenza impugnata.

Esame del motivo.

13. Il motivo presenta profili di infondatezza e di inammissibilità.

14. Esso è infondato nella parte in cui addebita alla sentenza violazione dell’art. 24 del CCNL del 6.4.1995 (“recte” 6.7.1995) per avere la Corte territoriale ritenuto specifica la contestazione disciplinare nonostante questa non contenesse alcuna indicazione del tempo di commissione delle condotte addebitate.

15. Al riguardo va ribadito, perchè condiviso dal Collegio, il principio ripetutamente affermato da questa Corte secondo cui, nell’ipotesi di licenziamento intimato per mancanza disciplinare, la regola della specificità della contestazione dell’addebito non richiede necessariamente, ove questo sia riferito a molteplici fatti, l’indicazione anche del giorno e dell’ora in cui gli stessi fatti sono stati commessi, allorchè oggettivamente risulti che il dipendente, avendo avuto piena cognizione dell’accusa rivoltagli, ha potuto esercitare utilmente il diritto di difendersi (Cass. 16831 del 2013, 11933/2003, 2045/1998, 4327/1998, 21561/1994, quest’ultima relativa a contestazione riferita ad una molteplicità di episodi).

16. La sentenza impugnata ha fatto corretta applicazione del principio di diritto innanzi richiamato perchè ha accertato che l’indicazione dell’anno scolastico 2003/2004 e il riferimento agli atti istruttori del procedimento disciplinare, nei quali risultavano precisati i nomi delle colleghe che avevano riferito i singoli episodi, e quelli dei bambini coinvolti, atti messi a disposizione della L., avevano consentito alla lavoratrice di avere piena contezza delle accuse rivolte ed ha rilevato che la medesima era stata in grado di prendere posizione e di difendersi ampiamente e su tutti i fatti contestati.

17. Le doglianze che addebitano alla Corte territoriale vizi motivazionali in ordine alla ricostruzione delle condotte addebitate e poste a base del licenziamento (incongruità ed incoerenza della motivazione) sono inammissibili perchè: estranee al perimetro del vizio azionato (art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3); sollecitano il riesame del merito della causa non consentito in sede di legittimità (Cass.SSU 24148/ 2013, 8054/2014; Cass. 1541/2016, 15208/2014, 24148/2013, 21485/2011, 9043/2011, 20731/2007; 181214/2006, 3436/2005, 8718/2005) 1541/2016, 15208 /2014, 24148/2013, 21485/2011, 9043/2011, 20731/2007; 181214/2006, 3436/2005, 8718/2005); mettono in discussione, senza addebitare alla sentenza impugnata vizi motivazionali in ordine a fatti controversi e decisivi per il giudizio, il principio ripetutamente affermato da questa Corte secondo cui il giudice del merito è libero di scegliere le risultanze istruttorie ritenute maggiormente idonee a dimostrare la veridicità dei fatti in discussione, e di dare liberamente prevalenza all’uno o all’altro dei mezzi di prova acquisiti, salvo i casi tassativamente previsti dalla legge (Cass. SS.UU. 5802 /1998 e 2418/2013; Cass. 18119/2008, 1014/2006, 15355/2004,1892/2002).

18. Le censure formulate con riguardo al giudizio valoriale di gravità delle condotte contestate e di proporzione della sanzione risolutiva, che si muovono su binari di incerto confine tra le ragioni di violazione e falsa applicazione dell’art. 25 del CCNL Comparto Regioni ed Autonomie Locali e di vizi di erronea ricostruzione delle condotte poste a base del licenziamento, secondo uno schema argomentativo non lineare e di disagevole lettura, che non consente di riferirle con certezza al mezzo impugnatorio prescelto, sono inammissibili nella parte in cui si risolvono nella critica della valutazione del materiale probatorio in ordine alla ricostruzione delle condotte oggetto di contestazione disciplinare (punto 17 di questa sentenza).

19. Le censure in esame sono infondate nella parte in cui, muovendo dall’assunto che le condotte poste a base del licenziamento sarebbero punite con sanzione conservativa dalli art. 25 del CCNL relativo al personale del Comparto Autonomie locali del 6.4.1995, propongono un diverso apprezzamento della gravità dei fatti e della concreta ricorrenza degli elementi che integrano la fattispecie punita con la sanzione del licenziamento tipizzata dalla clausola collettiva.

20. La sentenza impugnata è, infatti, conforme ai principi ripetutamente affermati da questa Corte secondo cui la valutazione in ordine alla legittimità del licenziamento disciplinare di un lavoratore per una condotta contemplata da una norma del CCNL fra le ipotesi di licenziamento per giusta causa deve essere, in ogni caso, effettuata attraverso un accertamento in concreto, da parte del Giudice del merito, della reale entità e gravità del comportamento addebitato al dipendente nonchè del rapporto di proporzionalità tra sanzione e infrazione, anche quando si riscontri la astratta corrispondenza del comportamento del lavoratore alla fattispecie tipizzata contrattualmente, occorrendo sempre che la condotta sanzionata sia riconducibile alla nozione legale di giusta causa, tenendo conto della gravità del comportamento in concreto del lavoratore, anche sotto il profilo soggettivo della colpa o del dolo (Cass. 8826/2017, 18858/2016, 10842/2016, 21017/2015).

21. La Corte territoriale, come evidenziato nei punti 6 e 7 di questa sentenza, ha, infatti, formulato il giudizio valoriale tenendo conto della funzione di educatrice della L., della particolare condizione di sensibilità ed influenzabilità dei bambini dovuta alla loro tenera età, e per questo necessitanti di percorsi educativi di iniziale educazione all’integrazione nella vita sociale, della importanza delle esperienze di partecipazione dei bambini, della incoerenza dei comportamenti addebitati e posti base del licenziamento con il progetto educativo del Regolamento degli Asili Nido e con lo Statuto del Comune di Roma, della rilevanza degli inadempimenti, delle conseguenze, sia pure temporanee, delle condotte della L. sull’inserimento dei bambini nel nido e sulla crescita degli stessi, della intenzionalità delle condotte addebitate e del grado di imprudenza dimostrato nella relazione con i bambini.

22. La sentenza impugnata, inoltre, è coerente, con il principio, parimenti affermato più volte da questa Corte, secondo cui il datore di lavoro non può irrogare la sanzione risolutiva quando questa costituisca una sanzione più grave di quella prevista dal contratto collettivo in relazione ad una determinata infrazione (Cass. 22375/2017, 6165/2016, 5305/2016, 19053/2005, 16260/2004) perchè, diversamente da quanto opina la ricorrente, le condotte addebitate rientrano nelle fattispecie tipizzate in sede collettive punite con il licenziamento senza preavviso.

23. L’art. 25 del CCNL del Comparto Regioni ed Autonomie Locali del 6.7.1995, richiamati (comma 1) il principio di gradualità e proporzionalità delle sanzioni in relazione alla gravità della mancanza ed in conformità di quanto previsto dal D.Lgs. n. 29 del 1993, art. 59 e i criteri generali valutativi (a) intenzionalità del comportamento, grado di negligenza, imprudenza o imperizia dimostrate, tenuto conto anche della prevedibilità dell’evento; b) rilevanza degli obblighi violati; c) responsabilità connesse alla posizione di lavoro occupata dal dipendente; d) grado di danno o di pericolo causato all’amministrazione, agli utenti o a terzi ovvero al disservizio determinatosi; e) sussistenza di circostanze aggravanti o attenuanti, con particolare riguardo al comportamento del lavoratore, ai precedenti disciplinari nell’ambito del biennio previsto dalla legge, al comportamento verso gli utenti; f) al concorso nella mancanza di più lavoratori in accordo tra di loro), al comma 7, lett. e) chiude l’elenco delle diverse fattispecie tipizzate punite con il licenziamento senza preavviso disponendo che detta sanzione si applica alle “violazioni intenzionali dei doveri non ricomprese specificatamente nelle lettere precedenti, anche nei confronti di terzi, di gravità tale, in relazione ai criteri di cui al comma 1, da non consentire la prosecuzione neppure provvisoria del rapporto di lavoro”.

24. Il ricorso va, in conclusione, rigettato.

25. Le spese seguono la soccombenza.

26. Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, deve darsi atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

PQM

LA CORTE

Rigetta il ricorso.

Condanna la ricorrente a rifondere al controricorrente le spese del giudizio di legittimità, liquidate in Euro 4.000,00 per compensi professionali, Euro 200,00 per esborsi, oltre 15% per rimborso spese generali forfetarie.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 12 settembre 2017.

Depositato in Cancelleria il 31 ottobre 2017

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