Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25963 del 24/09/2021

Cassazione civile sez. VI, 24/09/2021, (ud. 05/03/2021, dep. 24/09/2021), n.25963

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 2

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. LOMBARDO Luigi Giovanni – Presidente –

Dott. FALASCHI Milena – rel. Consigliere –

Dott. TEDESCO Giuseppe – Consigliere –

Dott. GIANNACCARI Rossana – Consigliere –

Dott. CRISCUOLO Mauro – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 28295-2019 proposto da:

D.A., + ALTRI OMESSI, elettivamente domiciliati in

ROMA, PIAZZA CAVOUR presso la CANCELLERIA della CORTE di CASSAZIONE,

rappresentati e difesi dall’avvocato PISCOPO ERNESTO;

– ricorrenti –

contro

MINISTERO DELLA GIUSTIZIA (OMISSIS), in persona del Ministro pro

tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso l’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e

difende ope legis;

– controricorrente –

avverso il decreto n. cronolog. 463/2019 della CORTE D’APPELLO di

NAPOLI, depositato il 19/02/2019;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 05/03/2021 dal Consigliere Relatore Dott. FALASCHI

MILENA.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA E RAGIONI DELLA DECISIONE

Con decreto n. 463 del 19.02.2019 la Corte d’appello di Napoli, rigettando l’opposizione proposta da D.A., + ALTRI OMESSI L. n. 89 del 2001, ex art. 5-ter avverso il provvedimento di rigetto della domanda citata legge ex art. 2-bis, condividendo le argomentazioni del Consigliere designato secondo cui non risultava in alcun modo dimostrata l’effettiva durata della procedura fallimentare per la parte di rilievo nei confronti dei ricorrenti per mancata produzione di documentazione idonea a chiarire tale aspetto.

Per la cassazione di tale decreto propongono ricorso gli originari ricorrenti, affidato a due motivi, cui resiste con controricorso il Ministero della giustizia intimato.

Su proposta del relatore, che riteneva che il ricorso potesse essere dichiarato manifestamente infondato, con la conseguente definibilità nelle forme di cui all’art. 380 bis c.p.c., in relazione all’art. 375 c.p.c., comma 1, n. 5), il presidente ha fissato l’adunanza della camera di consiglio.

In prossimità dell’adunanza camerale i ricorrenti hanno curato il deposito di memoria illustrativa.

Atteso che:

– con il primo motivo i ricorrenti lamentano, ex art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, la mancata applicazione della L. n. 89 del 2001, art. 2 nel non riconoscere la Corte di merito l’indennizzo con violazione della presunzione di veridicità e di accettazione delle circostanze non oggetto di contestazione specifica in relazione all’art. 115 c.p.c.

Con il secondo motivo i ricorrenti denunciano, ex art. 360 c.p.c., nn. 3 e 5, la violazione dell’art. 2697 c.c. e dell’art. 115 c.p.c. quanto alla errata e/o mancata valutazione delle prove documentali acquisite agli atti afferenti alla procedura fallimentare de qua.

Le censure, che possono essere trattate congiuntamente vertendo entrambe sull’accertamento del lamentato ritardo, sono inammissibili prima che infondate.

Occorre in primo luogo osservare che i motivi di ricorso denotano carenze dei necessari requisiti di specificità, completezza e riferibilità alla decisione impugnata, non cogliendone in realtà la ratio decidendi.

Infatti la Corte distrettuale ha negato il riconoscimento dell’equo indennizzo ai sensi della L. n. 89 del 2001, art. 2-bis, comma 3 sull’assunto che nelle prime difese i ricorrenti avevano esposto di avere ricevuto nella loro qualità di creditori/lavoratori subordinati della società fallita, in sede di riparto parziale, avvenuto nell’anno 2003, la soddisfazione almeno in parte delle loro pretese, oltre alla circostanza – dedotta dall’Amministrazione resistente, condivisa dai giudici di merito – che trattandosi in gran parte di somme da corrispondersi per TFR, come riconosciuto nel ricorso, per siffatti crediti e previsto l’intervento surrogatorio del Fondo di garanzia presso l’Inps, per cui ben avrebbero dovuto i ricorrenti, tenuto conto delle loro stesse ammissioni, consentire a questa Corte il compiuto riscontro dei loro assunti, riproducendo più o meno integralmente nel corpo del ricorso il testo delle risultanze dei piani di riparto, delle dichiarazioni dell’I.N.P.S. e della dichiarazione del curatore circa la puntuale individuazione dei restanti crediti ammessi al passivo che restavano, allo stato, insoddisfatti, onde dimostrare di avere almeno assolto all’onere di allegazione su loro incombente.

Di tutto ciò non vi è riscontro nel ricorso stante la genericità delle doglianze che neanche espongono l’entità e la natura dei crediti pretesi nei confronti della procedura fallimentare.

Del resto il principio di non contestazione (posto dapprima dalla L. n. 533 del 1973, art. 416, comma 3, come sostituito sul rito del lavoro, poi dall’art. 167 c.p.c., comma 1, novellato dalla L. n. 353 del 1990, e infine dall’art. 115, comma 1, come modificato dalla L. n. 69 del 2009), invocato da parte ricorrente, mira a selezionare i fatti pacifici e a separarli da quelli controversi, per i quali soltanto si pone l’esigenza dell’istruzione probatoria e ad escludere, all’atto della decisione, l’applicabilità della regola di giudizio di cui all’art. 2697 c.c., nei casi in cui il fatto costitutivo della domanda, benché non provato, sia da ritenersi implicitamente pacifico. Il che si verifica in maniera direttamente proporzionale al grado di specificità dell’allegazione (id est, deduzione volitiva) del fatto e alla possibilità di sue narrazioni alternative. Tale principio opera in un ambito non solo soggettivamente ma anche oggettivamente dominato dalla disponibilità delle parti, nel senso che sono suscettibili di non contestazione soltanto i fatti storici la cui ricostruzione ex post richieda il dispendio dell’attività probatoria, la quale a sua volta è normalmente rimessa alle parti (non a caso, potere dispositivo della prova e principio di non contestazione condividono la medesima norma di legge: art. 115 c.p.c., comma 1).

Ciò non significa affatto, però, che ad essere disponibile sia la verità storica e che, dunque, sia sottratto al giudice ogni potere di verificarla. Ciò di cui una parte dispone attraverso la non contestazione è solo la prova del fatto contrario a quello allegato dall’altra. E non essendovi equivalenza concettuale tra fatto non contestato e fatto provato, il primo essendo un a priori rispetto al secondo, che costituisce la risultante eventuale dell’istruzione probatoria, il giudice deve in ogni caso sottoporre a controllo il fatto non contestato, e ciò si badi – indipendentemente dalla possibilità di esercitare poteri istruttori d’ufficio. Tre (in larga approssimazione) le conseguenze. Il principio di non contestazione non è applicabile alla mera negazione di un fatto, che è essa stessa contestazione; esso si attenua drasticamente nell’ambito delle questioni rilevabili d’ufficio; e l’emergere di elementi (logici ovvero di prova indiretta o documentale) di segno opposto alla non contestazione reclama il controllo terzo sulla verità storica del fatto, che non è negoziabile e che nessuna tecnica processuale può porre al riparo dalla valutazione del giudice (in termini, Cass. n. 8969 del 2015).

Orbene, in applicazione dei principi sopra enunciati deve affermarsi che la mancanza degli elementi costitutivi del diritto azionato, attenendo alla medesima causa petendi, è deducibile o rilevabile d’ufficio in ogni stato o grado del giudizio (Cass. n. 14535 del 1999; Cass. n. 14035 del 2002; Cass. n. 21275 del 2015) e come tale sfugge alla disponibilità delle parti e si sottrae all’operatività del principio di non contestazione.

La Corte territoriale ha quindi correttamente svolto l’accertamento contestato, a prescindere dalla formulazione di una eccezione di parte in tal senso, trattandosi di una domanda che risulta infondata sulla base di fatti impeditivi e/o estintivi accertati dal giudice del merito.

Conclusivamente, alla luce delle considerazioni sopra svolte, il ricorso va dichiarato inammissibile.

Le spese del giudizio di legittimità seguono la soccombenza.

Non vi è l’obbligo di pagamento del doppio contributo unificato (v. D.P.R. n. 115 del 2002, art. 10 e Cass., Sez. Un., 28 maggio 2014 n. 11915).

P.Q.M.

La Corte rigetta il ricorso;

condanna parte ricorrente al rimborso delle spese in favore del controricorrente Ministero che liquida in complessivi Euro 3.000,00, oltre spese prenotate e prenotande a debito.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della VI-2 Sezione Civile, il 5 marzo 2021.

Depositato in Cancelleria il 24 settembre 2021

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