Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2596 del 02/02/2018

Civile Ord. Sez. L Num. 2596 Anno 2018
Presidente: DI CERBO VINCENZO
Relatore: PICCONE VALERIA

ORDINANZA

sul ricorso 1054-2012 proposto da:
A.A.

elettivamente

domiciliata in ROMA, VIA FIRENZE 32, presso lo studio
dell’avvocato VITTORIO BARBERA,

rappresentata e difesa

d3l1’avvocato ANDREA CIANNAVEI, giusta delega in atti;
– ricorrente contro

POSTE ITALIANE S.P.A. C.F. 97103880585, in persona del
2017
4055

legale rappresentante pro tempore, elettivamente
domiciliata in ROMA, VIALE MAZZINI 134, presso lo
studio dell’avvocato LUIGI FIORILLO, che la
rappresenta e difende, giusta delega in atti;
– controricorrente –

Data pubblicazione: 02/02/2018

avverso

la

sentenza

n.

10387/2010

della

CORTE

D’APPELLO di ROMA, depositata il 24/12/2010 R.G.N.

6546/2006.

Camera di consiglio del 18 ottobre 2017 – n. 29 del ruolo
Presidente: Di Cerbo – Relatore: Piccone

RILEVATO

che con sentenza in data 15 ottobre 2010 la Corte di Appello di Roma dichiarava
inammissibile il ricorso proposto da P.P., C.C., G.G.,
A.A., F.F., Massimilano Nobili e B.B. nei confronti di Poste
Italiane S.p.A. avverso la sentenza del locale Tribunale che aveva respinto la domanda
proposta dai ricorrenti diretta ad ottenere l’accertamento della nullità dei contratti
stipulati con la resistente e la conversione in rapporto di lavoro a tempo indeterminato
a decorrere dalla data della prima assunzione, oltre al pagamento delle retribuzioni e
accessori di legge;
che avverso tale sentenza A.A. ha proposto ricorso affidato a un motivo, cui
ha opposto difese l’intimata con controricorso;

CONSIDERATO
che con l’unico motivo di ricorso A.A. deduce la nullità della sentenza e del
procedimento per violazione degli artt. 112 e 342 cod. proc. civ., censurando la
dichiarazione di inammissibilità dell’appello;
che la Corte d’appello, richiamando la giurisprudenza di legittimità in tema di
specificità dei motivi di impugnazione (in particolar modo, Sez. Un. 29 gennaio 2000,
n. 16 e Sez. Un. 16 ottobre 2008, n. 25246) ha ritenuto che parte appellante si sia
sottratta all’onere di specificazione dei motivi, avendo trascurato le motivazioni
addotte dal giudice di primo grado ed esposto, a sostegno del gravame, una serie di
argomentazioni concernenti, genericamente, la disciplina giuridica delle assunzioni a
termine senza una effettiva e concreta censura delle motivazioni addotte dalla
sentenza impugnata;
che, per consolidata giurisprudenza di legittimità (V., fra le più recenti, Sez. II, 23
febbraio 2017, n. 4695) il requisito della specificità dei motivi nel giudizio d’appello (in
quanto revisio prioris istantiae e non iudicium novum) di cui all’art. 342 cod. proc. civ.
(che nel caso di specie deve applicarsi ratione temporis nel testo anteriore alle
modifiche apportategli dall’art. 54, comma 1, lett.a) del d.l. n. 83 del 2012 convertito
con modifiche dalla legge n. 134 del 2012) impone che alle argomentazioni svolte
nella sentenza impugnata si contrappongano quelle dell’appellante, dirette ad
incrinarne il fondamento logico giuridico;
che tale principio si risolve in una valutazione del fatto processuale che esige una
verifica in concreto, ispirata ad un principio di simmetria e condotta alla luce del
i

RG. 01054/2012

PQM
La Corte dichiara il ricorso inammissibile. Condanna la ricorrente al pagamento, in
favore della controricorrente, delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in euro
2

raffronto tra la motivazione del provvedimento appellato e la formulazione dell’atto di
gravame, nel senso che quanto più approfondite e dettagliate risultino le
argomentazioni del primo, tanto più puntuali devono profilarsi quelle utilizzate nel
secondo, per confutare l’impianto motivazionale del giudice di primo grado;
che, nel caso di specie, il Tribunale ha ritenuto tutti i contratti oggetto di giudizio
assoggettati alla normativa di cui all’art. 25 del c.c.n.l. e, come tali, illegittimi soltanto
per difetto di prova in ordine alla clausola di contingentamento, ma ha escluso che
potesse disporsi la conversione del contratto a tempo indeterminato sulla base di un
iter argomentativo complesso;
che, in particolare, il giudice affronta in maniera estesa ed approfondita la questione
della conversione, affermando che, a seguito dell’intervento del D.Lgs. n. 368/2001, la
nullità parziale del contratto, nelle altre ipotesi di violazione delle norme contrattuali,
non può condurre alla conversione del contratto a termine in quello a tempo
indeterminato, e che, tenuto conto dell’ampio processo di ristrutturazione aziendale
che ha condotto alla procedura di mobilità del personale, deve farsi ricorso alla norma
generale di cui all’art. 1418, comma 2, c.c. e non a quella di cui all’art. 1424 c.c. che
dispone che il contratto nullo può produrre gli effetti di un diverso contratto, salvi gli
effetti di cui all’art. 2126 c.c.;
che, conseguentemente, il Tribunale è addivenuto ad una decisione di rigetto della
domanda avendo i lavoratori già ricevuto, in relazione ai periodi di lavoro effettivo, la
corresponsione delle retribuzioni maturate che, in ogni caso, era stata richiesta, nelle
conclusioni di parte appellante, solo quale effetto della conversione dei contratti,
ritenuta preclusa dal giudicante;
che parte appellante, invece, ha incentrato le proprie censure in appello
esclusivamente sul difetto di prova da parte della società circa l’intensificazione
stagionale dell’attività lavorativa, ritenendo ingiustificato l’assunto del giudice di primo
grado circa l’adeguatezza dell’assolvimento all’onere probatorio per effetto della
documentazione prodotta (aspetto in realtà irrilevante in considerazione della ritenuta
illegittimità dei contratti per difetto di prova sulla clausola di contingentamento);
che, in prosieguo, la A.A., limitandosi ad affermare che, non essendo stata ritenuta
possibile la conversione, non le restava che “riproporre tutte le eccezioni contestazioni
ed allegazioni del ricorso, chiedendo che la Corte d’Appello su ogni singola eccezione
e contestazione esamini la situazione dell’odierna appellante” ha effettuato una lunga
disamina della normativa generale in tema di contratti a termine per escluderne la
legittimità limitandosi, con riguardo alle conseguenze della nullità già ritenuta in primo
grado, a far riferimento all’art. 2126 cod.civ. richiamato dallo stesso giudice del
tribunale;
che, quindi, come congruamente osservato dalla Corte d’appello, nessuna specifica
confutazione, ai sensi dell’art. 342 cod. proc. civ., si riscontra nell’atto di appello in
ordine alle ragioni effettive del rigetto del ricorso introduttivo, ampiamente
argomentate dal giudice di primo grado e non oggetto di censura;
che, inoltre, la ricorrente si è limitata a riportare soltanto alcuni stralci del ricorso in
appello – apparentemente molto più lungo – non consentendo alla Corte, in violazione
del principio di autosufficienza del ricorso (su cui, fra le tante, Sez. 6, Ord. n. 19985
del 10 agosto 2017) di verificare l’eventuale rispetto dei canoni di impugnazione di cui
all’art. 342 cod. proc. civ.;
che, pertanto, il ricorso va dichiarato inammissibile;
che le spese seguono la soccombenza e si liquidano come in dispositivo;

4.000,00 per compensi ed euro 200,00 per esborsi, oltre spese generali nella misura
del 15% ed accessori di legge.
Così deciso nella Adunanza camerale del 18 ottobre 2017
Il Presidente

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