Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25943 del 16/11/2020

Cassazione civile sez. II, 16/11/2020, (ud. 11/09/2020, dep. 16/11/2020), n.25943

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SECONDA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI VIRGILIO Rosa Maria – Presidente –

Dott. GRASSO Giuseppe – rel. Consigliere –

Dott. CASADONTE Annamaria – Consigliere –

Dott. GIANNACCARI Rossana – Consigliere –

Dott. VARRONE Luca – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 23764/2019 proposto da:

N.Y., elettivamente domiciliato in ROMA, VIALE ANGELICO N. 38,

presso lo studio dell’avvocato MARCO LANZILAO, che lo rappresenta e

difende giusta procura in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

MINISTERO DELL’INTERNO;

– intimato –

avverso il decreto di rigetto n. 5725/2019 del TRIBUNALE di NAPOLI,

depositato il 10/07/2019;

udita la relazione della causa svolta nella Camera di consiglio del

11/09/2020 dal Consigliere Dott. GIUSEPPE GRASSO.

 

Fatto

FATTO E DIRITTO

Ritenuto che la vicenda qui al vaglio può sintetizzarsi nei termini seguenti:

– il Tribunale di Napoli disattese l’opposizione proposta da N.Y. (già N.), in contraddittorio con il Ministero dell’Interno e la competente Commissione territoriale per il riconoscimento della protezione internazionale, avverso il provvedimento di diniego in sede amministrativa della domanda di protezione internazionale dal predetto avanzata;

ritenuto che il richiedente ricorre sulla base di sette motivi avverso la statuizione e che il Ministero è rimasto intimato;

ritenuto che con il secondo motivo, da esaminare prioritariamente per la natura delle questioni da esaminare, il ricorrente lamenta violazione del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 35 bis, commi 8 e segg., per non avere il Tribunale proceduto all’audizione del richiedente, nonostante l’indisponibilità dell’audio-video registrazione dell’esame condotto dalla Commissione amministrativa;

considerato che la doglianza deve essere disattesa, valendo quanto segue:

– il citato art. 35, comma 11, lett. a), interpretato nel senso che la fissazione dell’udienza (per il caso di videoregistrazione non disponibile) è funzionale ad una nuova audizione del richiedente, e che la mancata fissazione dell’udienza è causa di nullità del decreto (v. nn. 17076/19 e 8574/20); e ciò anche nel caso in cui sia stato redatto il verbale dell’audizione, non essendo questo idoneo a rendere percepibili nella loro integralità le dichiarazioni dell’istante (cfr. n. 32073/18);

– ciò posto, il decreto di fissazione dell’udienza che previamente disponga che non vi sarà audizione del richiedente non essendo questa necessaria in concreto, viola la norma nazionale in commento, che non consente distinguo a seconda della decisione prevedibile; ripeto: stiamo parlando non genericamente dell’art. 35-bis, ma della lett. a) del suo comma 11, la cui interpretazione, per le ragioni esposte nell’alinea precedente, non contrasta per nulla con la citata giurisprudenza Eurounitaria;

– tale violazione determina la nullità relativa del decreto di fissazione dell’udienza per un difetto del requisito di forma-contenuto legale di tale atto processuale, id est, si tratta di nullità a rilevanza c.d. variabile (a meno che, è ovvio, il Tribunale abbia inteso solo dire che a quell’udienza non si sarebbe proceduto all’audizione, senza escluderla in un’udienza successiva, ma non è questo il nostro caso);

– trattandosi di nullità relativa, essa è soggetta all’art. 157 c.p.c., comma 2, per cui va eccepita dalla parte nella prima istanza o difesa successiva, per tale intendendosi, ove non vi sia un atto di parte sequenziale all’atto invalido, la prima udienza successiva ad esso (giur. costante di questa Corte: cfr. ex multis, n. 1744/13);

– non avendo, nello specifico, la parte odierna ricorrente dedotto di avere eccepito detta nullità all’udienza stessa, la nullità non può più essere fatta valere; segnatamente non può essere fatta valere con il ricorso per cassazione, poichè l’art. 157 c.p.c., comma 2 e l’art. 161 c.p.c., comma 1, sulla c.d. conversione delle nullità in motivi d’impugnazione hanno ambiti applicativi differenziati;

ritenuto che con i motivi restanti (1, 3, 4, 5, 6 e 7) il ricorrente, invocando l’omessa motivazione, l’omesso esame di un fatto controverso e decisivo, l’omesso o errato esame delle dichiarazioni del richiedente, l’omesso esame delle fonti informative, la contraddittorietà delle fonti informative, la non attualità delle stesse, la violazione dell’art. 10 Cost., la violazione o falsa applicazione del D.Lgs. n. 251 del 2007, artt. 2, 3, 4,5,6 e 14 e del D.Lgs. n. 25 del 2008, art. 8, nonchè, infine, del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 5, comma 6 e art. 19, contesta in toto l’impianto della decisione, prospettando, in sintesi:

– che la motivazione resa dal Tribunale, per la sua stringatezza, non poteva considerarsi tale;

– che il report a cui il Tribunale aveva attinto risaliva al 2016, mentre il decreto era del 2019 e, quindi, non poteva considerarsi attuale;

– era errato confinare la storia narrata a una mera vicenda personale, senza tener conto della situazione in cui versa il Gambia, ove si registra violenza generalizzata, siccome può trarsi dal report di Amnesty International, di cui il ricorrente riporta uno stralcio, siccome dal sito (OMISSIS);

– i fatti, quindi, erano stati travisati e la situazione complessiva del Paese apoditticamente predicata;

– quanto al mancato riconoscimento della protezione umanitaria viene osservato che il Tribunale non aveva considerato che, proprio lo stato di violenza diffusa che percorreva il Gambia avrebbe reso vulnerabili i diritti primari del richiedente in caso di suo rimpatrio;

considerato che il complesso censuratorio sopra sintetizzato non supera il vaglio d’ammissibilità, dovendo osservarsi quanto segue:

a) il Tribunale ha giudicato inattendibile la narrazione, in quanto stereotipata e comunque riconducibile a vicenda familiare (il richiedente aveva raccontato di essere stato costretto a fuggire a causa delle vessazioni del padre, il quale non aveva accettato la scelta di una compagna, poi sposata, non indicata dalla famiglia e di aver curato dei problemi gastrici durante la permanenza in Libia), escludendo che si versasse in ipotesi di persecuzione, che assegna il diritto al rifugio;

b) quanto alla situazione generale in Gambia, richiamando report di Amnesty International, ha escluso che il richiedente in caso di rimpatrio possa restare vittima di violenza indiscriminata, quindi era da escludere il diritto alla protezione sussidiaria, nè il ricorrente allega che all’epoca del giudizio di merito fossero compulsabili fonti ulteriori e aventi contenuto non assimilabile;

c) il Tribunale esclude del pari la ricorrenza della protezione umanitaria, stante la descritta situazione generale, l’inattendibilità del narrato soggettivo, l’assenza di specifica vulnerabilità addotta (la permanenza in Libia fu di soli otto mesi, con lo svolgimento di lavoro in campagna);

d) piuttosto palesemente la critica in esame è diretta al controllo motivazionale, in spregio al contenuto dell’art. 360 c.p.c., vigente n. 5, difatti, invece che porre in rilievo l’omesso esame di un fatto controverso e decisivo o l’assenza di giustificazione argomentativa della decisione, con la stessa il ricorrente propone un’alternativa lettura delle fonti informative, senza che, tuttavia, resti radicalmente smentita la valutazione di positivo sviluppo democratico del Paese; nel mentre, la circostanza che, avuto riguardo a Paesi che versano in situazione di sottosviluppo, i report presentino “luci e ombre”, non sottrae al giudice del merito il sindacato motivazionale, che dovrebbe considerarsi mero simulacro, nel solo caso in cui le affermazioni non siano ancorate ad alcuna fonte informativa attendibile (cfr., ex mutis, Sez. 6 n. 11312/2019);

– per contro il Giudice del merito ha deciso applicando il principio enunciato da questa Corte, la quale ha avuto modo di chiarire che ai fini del riconoscimento della protezione sussidiaria, a norma del D.Lgs. n. 251 del 2007, art. 14, lett. c), la nozione di violenza indiscriminata in situazioni di conflitto armato, interno o internazionale, in conformità con la giurisprudenza della Corte di giustizia UE (sentenza 30 gennaio 2014, in causa C-285/12), deve essere interpretata nel senso che il conflitto armato interno rileva solo se, eccezionalmente, possa ritenersi che gli scontri tra le forze governative di uno Stato e uno o più gruppi armati, o tra due o più gruppi armati, siano all’origine di una minaccia grave e individuale alla vita o alla persona del richiedente la protezione sussidiaria; il grado di violenza indiscriminata deve aver pertanto raggiunto un livello talmente elevato da far ritenere che un civile, se rinviato nel Paese o nella regione in questione correrebbe, per la sua sola presenza sul territorio, un rischio effettivo di subire detta minaccia (Sez. 6, n. 18306, 08/07/2019, Rv. 654719);

e) correttamente è stato negato il diritto alla protezione umanitaria, la quale, in assenza di precipua, ulteriore allegazione, dovrebbe trovare fondamento nella narrazione soggettiva, giudicata inattendibile e nella situazione oggettiva del Paese, tale da non esporre a concreto rischio in caso di rimpatrio il richiedente;

considerato che non v’è luogo a regolamento delle spese non avendo il Ministero svolto difese;

considerato che il D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater (inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17) è applicabile ratione temporis (essendo stato il ricorso proposto successivamente al 30 gennaio 2013), si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto;

che di recente questa Corte a sezioni unite, dopo avere affermato la natura tributaria del debito gravante sulla parte in ordine al pagamento del cd. doppio contributo, ha, altresì chiarito che la competenza a provvedere sulla revoca del provvedimento di ammissione al patrocinio a spese dello Stato in relazione al giudizio di cassazione spetta al giudice del rinvio ovvero – per le ipotesi di definizione del giudizio diverse dalla cassazione con rinvio (come in questo caso) – al giudice che ha pronunciato il provvedimento impugnato; quest’ultimo, ricevuta copia della sentenza della Corte di cassazione ai sensi dell’art. 388 c.p.c., è tenuto a valutare la sussistenza delle condizioni previste dal D.P.R. n. 115 del 2002, art. 136, per la revoca dell’ammissione (S.U. n. 4315, 20/2/2020).

P.Q.M.

rigetta il ricorso.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater (inserito dalla L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17), si dà atto della sussistenza dei presupposti processuali per il versamento da parte del ricorrente di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello previsto per il ricorso principale, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis, se dovuto.

Così deciso in Roma, il 11 settembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 16 novembre 2020

 

 

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA