Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 2594 del 31/01/2017


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Cassazione civile, sez. VI, 31/01/2017, (ud. 15/12/2016, dep.31/01/2017),  n. 2594

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CURZIO Pietro – Presidente –

Dott. ARIENZO Rosa – Consigliere –

Dott. FERNANDES Giulio – Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – Consigliere –

Dott. PAGETTA Antonella – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 27785-2015 proposto da:

M.C., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA GIUSEPPE

ZANARDELLI 36, presso lo studio dell’avvocato GIUSEPPE GIULIO ROMEO,

rappresentata e difesa dall’avvocato CARMEN BORGESE giusta procura

in calce al ricorso;

– ricorrente –

contro

INPS – ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE, in persona del

legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA CESARE BECCARIA 29, presso l’AVVOCATURA CENTRALE

DELL’ISTITUTO, rappresentato e difeso dagli avvocati MAURO RICCI,

EMANUELA CAPANNOLO, CLEMENTINA PULLI giusta procura a margine del

controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 701/2015 del TRIBUNALE di PALMI del

29/09/2015, depositata il 29/09/2015;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

15/12/2016 dal Consigliere Dott. ANTONELLA PAGETTA;

udito l’Avvocato MAURO RICCI, difensore del controricorrente che si

riporta agli scritti.

Fatto

FATTO E DIRITTO

M.C. ha impugnato con ricorso straordinario ex art. 111 Cost. la sentenza con la quale il Tribunale di Palmi, adito ai sensi dell’art. 445 bis c.p.c., comma 6, ha respinto il ricorso inteso all’accertamento del requisito medico legale prescritto ai fini della indennità di accompagnamento ex lege n. 18 del 1980.

L’INPS ha resistito con tempestivo controricorso.

Si premette che la sentenza emessa nel giudizio in cui si contestano le conclusioni del CTU officiato in sede ATP non è impugnabile in via di ricorso straordinario ex art. 111 Cost., ma ricorribile per cassazione con l’ordinario strumento processuale di cui all’art. 360 c.p.c., il cui comma 1 espressamente assoggetta a ricorso per cassazione non solo le sentenze d’appello, ma anche quelle pronunciate in unico grado, come quella in esame, atteso che l’art. 445 c.p.c., u.c. dichiara inappellabili le sentenze emesse nel giudizio di cui al comma precedente. Dunque, quello proposto dalla M. va correttamente qualificato come ricorso ordinario per cassazione ex art. 360 c.p.c. di cui presenta i requisiti di forma e di sostanza. (Cass. n. 12332 del 2015).

Con il primo motivo parte ricorrente ha dedotto omessa o insufficiente motivazione sui punti decisivi della controversia, censurando la decisione per non avere tenuto conto delle critiche rivolte alla consulenza d’ufficio disposta nel corso del procedimento per ATP di cui all’art. 445 bis c.p.c..

Con il secondo motivo ha dedotto violazione e falsa applicazione della L. n. 18 del 1980, art. 1, della L. n. 508 del 1998, art. 1 e dell’art. 115 c.p.c. censurando la decisione per avere disatteso le risultanze delle certificazioni mediche versate in atti dalle quali emergeva che le patologie legate al pregresso carcinoma ed agli effetti devastanti della chemioterapia avevano comportato in capo alla ricorrente la totale assenza della capacità di autogestirsi senza l’aiuto permanente di un accompagnatore.

I motivi di ricorso, esaminati congiuntamente per ragioni di connessione, vanno qualificati come inammissibili in conformità della proposta formulata dal Consigliere relatore, non inficiata dalle deduzioni svolte in memoria da parte ricorrente.

Preliminarmente occorre evidenziare che con il secondo motivo, pur deducendosi formalmente violazione e falsa applicazione di norme di diritto, viene denunziato un vizio riconducibile all’art. 360 c.p.c., n. 5 e non all’art. 360 c.p.c., n. 3, atteso che le censure alla decisione impugnata si incentrano sulla omessa/inadeguata valutazione delle risultanze delle certificazioni mediche versate in atti ed investono, quindi, l’accertamento operato dal Tribunale.

Tanto premesso si osserva che questa Corte ha ripetutamente affermato che in tema di ricorso per cassazione, ai fini del rituale adempimento dell’onere, imposto al ricorrente dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, di indicare specificamente nel ricorso anche gli atti processuali su cui si fonda e di trascriverli nella loro completezza con riferimento alle parti oggetto di doglianza, è necessario che, in ossequio al principio di autosufficienza, si provveda anche alla loro individuazione con riferimento alla sequenza dello svolgimento del processo inerente alla documentazione, come pervenuta presso la Corte di cassazione, al fine di renderne possibile l’esame (v. tra le altre, Cass., n. 8569 del 2013).

E’ stato inoltre chiarito che la parte che addebita alla consulenza tecnica d’ufficio lacune di accertamento o errori di valutazione oppure si duole di erronei apprezzamenti contenuti in essa (o nella sentenza che l’ha recepita) ha l’onere di trascrivere integralmente nel ricorso per cassazione almeno i passaggi salienti e non condivisi e di riportare, poi, il contenuto specifico delle critiche ad essi sollevate, al fine di evidenziare gli errori commessi dal giudice del merito nel limitarsi a recepirla e nel trascurare completamente le critiche formulate in ordine agli accertamento ed alle conclusioni del consulente d’ufficio. Le critiche mosse alla consulenza ed alla sentenza devono pertanto possedere un grado di specificità tale da consentire alla Corte di legittimità di apprezzarne la decisività direttamente in base al ricorso. (v., tra le altre, Cass. n. 16368 del 2014, n. 13845 del 2007).

E’ stato poi ulteriormente precisato che, in sede di legittimità, la denuncia di un vizio consistente in acritica adesione alla consulenza di ufficio, pur in presenza di elementi richiedenti specifico esame, non può limitarsi alla generica espressione della doglianza di motivazione inadeguata, essendo, invece, onere della parte, in considerazione del principio di autosufficienza del ricorso e del carattere limitato del mezzo di impugnazione, di indicare quali siano le circostanze e gli elementi rispetto ai quali si invoca il controllo di logicità sub specie dell’apprezzamento della “causalità dell’errore”, ossia della decisività di tali circostanze (ex plurimis: Cass. n. 7078 del 2006). Qualora in sede di giudizio di appello, venga disposta una nuova (rispetto a quella eseguita in prime cure) consulenza tecnica d’ufficio, l’eventuale accoglimento, da parte del giudice del gravame, della tesi del secondo consulente d’ufficio non necessita di una confutazione particolareggiata delle diverse risultanze e valutazioni della prima consulenza, essendo necessario soltanto che detto giudice non si limiti ad una acritica adesione al parere del secondo ausiliario, ma valuti le eventuali censure di parte, indicando le ragioni per cui ritiene di dover disattendere le conclusioni del primo consulente (v. tra le altre Cass. n. 4657 del 2011, n. 3577 del 2004); non incorre nel vizio di carenza di motivazione la sentenza che recepisca “per relationem” le conclusioni e i passi salienti di una relazione di consulenza tecnica d’ufficio di cui dichiari di condividere il merito; pertanto, per infirmare, sotto il profilo dell’insufficienza argomentativi, tale motivazione è necessario che la parte alleghi le critiche mosse alla consulenza tecnica d’ufficio già dinanzi al giudice “a quo”, la loro rilevanza ai fini della decisione e l’omesso esame in sede di decisione; al contrario, una mera disamina, corredata da notazioni critiche, dei vari passaggi dell’elaborato peritale richiamato in sentenza, si risolve nella mera prospettazione di un sindacato di merito, inammissibile in sede di legittimità. (v. fra le altre, Cass. n. 10222 del 2006; 7078 del 2006).

Con specifico riferimento alle controversie in materia di prestazioni previdenziali e assistenziali derivanti da patologie relative allo stato di salute dell’assicurato, è stato affermato che il difetto di motivazione della sentenza che abbia prestato adesione alle conclusioni del consulente tecnico d’ufficio è ravvisabile solo in caso di palese deviazione dalle nozioni correnti della scienza medica, la cui fonte va indicata, o nell’omissione degli accertamenti strumentali dai quali, secondo le predette nozioni, non si può prescindere per la formulazione di una corretta diagnosi. Al di fuori di tale ambito la censura anzidetta costituisce mero dissenso diagnostico non attinente a vizi del processo logico – formale, che si traduce, quindi, in una inammissibile critica del convincimento del giudice (v., tra le altre, Cass. n. 4570/2013, n. 26558/11, n. 9988/2009 e n. 8654/2008).

Tale affermazione deve essere conciata alla nuova configurazione del motivo di ricorso per cassazione di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, applicabile ratione temporis alla fattispecie in esame in ragione della data di pubblicazione – il 7 marzo 2014 – della sentenza impugnata. riguardo le Sezioni unite di questa Corte hanno chiarito che “la riformulazione dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, disposta dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54 conv. in L. 7 agosto 2012, n. 134, deve essere interpretata, alla luce dei canoni ermeneutici dettati dall’art. 12 preleggi, come riduzione al “minimo costituzionale” del sindacato di legittimità sulla motivazione. Pertanto, è denunciabile in cassazione solo l’anomalia motivazionale che si tramuta in violazione di legge costituzionalmente rilevante, in quanto attinente all’esistenza della motivazione in sè, purchè il vizio risulti dal testo della sentenza impugnata, a prescindere dal confronto con le risultanze processuali. Tale anomalia si esaurisce nella “mancanza assoluta di motivi sotto l’aspetto materiale e grafico”, nella “motivazione apparente”, nel “contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili” e nella “motivazione perplessa ed obiettivamente incomprensibile”, esclusa qualunque rilevanza del semplice difetto di “sufficienza” della motivazione”. (Cass. SS.UU. n. 8053 del 2014) In particolare è stato precisato che il controllo previsto dall’art. 360 c.p.c.,. nuovo n. 5 concerne l’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza (rilevanza del dato testuale) o dagli atti processuali (rilevanza anche del dato extratestualc), che abbia costituito oggetto di discussione e abbia carattere decisivo (vale a dire che se esaminato avrebbe determinato un esito diverso della controversia). In conseguenza la parte ricorrente sarà tenuta ad indicare, nel rigoroso rispetto delle previsioni di cui all’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6), e art. 369c.p.c., comma 2, n. 4), – il fatto storico, il cui esame sia stato omesso, il dato, testuale (emergente dalla sentenza) o extratestuale (emergente dagli atti processuali), da cui ne risulti l’esistenza, il come e il quando (nel quadro processuale).

Alla luce della giurisprudenza richiamata i motivi in esame risultano inidonei alla valida censura della decisione. Premesso che la sentenza impugnata ha dichiarato di aderire alla consulenza tecnica del procedimento per ATP costituiva specifico onere di parte ricorrente dimostrare, mediante trascrizione dei pertinenti brani della relazione peritale che le conclusioni attinte dal ctu erano frutto di errore sotto il profilo logico-scientifico e che vi era stato omesso esame di un fatto decisivo oggetto di discussione fra le parti; così come era onere di riprodurre i termini puntuali dei rilievi critici alla consulenza tecnica d’ufficio dei quali si lamenta il mancato esame. Parte ricorrente si è sottratta a tale onere limitandosi a contrastare l’accertamento di appello mediante richiami generici alla documentazioni medica in atti, omettendo di trascrivere, in violazione del disposto dell’art. 366 c.p.c., n. 6, il relativo contenuto e di indicare la sede processuale in cui tali documenti erano stati prodotti.

A tale stregua parte ricorrente non deduce le formulate censure in modo da renderle chiare ed intellegibili in base alla lettura del solo ricorso, non ponendo questa Corte nella condizione di adempiere al proprio compito istituzionale di verificare il relativo fondamento (v. Cass., n. 8932 del 2006, n. 1108 del 2006, n. 21659 del 2005, n. 16132; del 2005, n. 3803 del 2004, n. 15177 del 2002,.n. 4777 del 1998 sulla base delle sole deduzioni contenute nel medesimo, alle cui lacune non è possibile sopperire con indagini integrative, non avendo la Corte di legittimità accesso agli atti del giudizio di merito (v. Cass. n. 3158 del 2003, n. 12444 del 2003, n. 1161 del 1995).

Le spese sono liquidate secondo soccombenza.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Condanna parte ricorrente alla rifusione all’INPS delle spese di lite che liquida in Euro 2.000,00 per compensi professionali, Euro 100,00 per esborsi, oltre spese forfettarie nella misura del 15%, oltre accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 15 dicembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 31 gennaio 2017

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