Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25918 del 16/11/2020

Cassazione civile sez. trib., 16/11/2020, (ud. 10/07/2020, dep. 16/11/2020), n.25918

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TRIBUTARIA

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FUOCHI TINARELLI Giuseppe – Presidente –

Dott. TRISCARI Giancarlo – Consigliere –

Dott. CASTORINA Maria Rosaria – rel. Consigliere –

Dott. FICHERA Giuseppe – Consigliere –

Dott. NOVIK Adet Toni – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 13970-2014 proposto da:

M.S., elettivamente domiciliato in ROMA, PIAZZA VENEZIA

11 C/O ASSONIME, presso lo studio dell’avvocato PENNELLA NICOLA,

rappresentato e difeso dall’avvocato FREDA VALERIO;

– ricorrente –

contro

AGENZIA DELLE ENTRATE DIREZIONE PROVINCIALE AVELLINO UFFICIO

CONTROLLI, in persona del Direttore pro tempore, elettivamente

domiciliata in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso l’AVVOCATURA

GENERALE DELLO STATO, che la rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 69/2013 della COMM. TRIB. REG. SEZ. DIST. di

SALERNO, depositata il 05/03/2013;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

10/07/2020 dal Consigliere Dott. CASTORINA ROSARIA MARIA.

 

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza n. 69/3/2013, depositata in data 5.3.2013 la Commissione tributaria regionale della Campania accoglieva l’appello proposto dall’Agenzia delle Entrate nei confronti della ditta M.S., esercente l’attività di commercio di materiale da costruzione, avverso la sentenza n. 134/4/2010 della Commissione tributaria provinciale di Avellino che aveva accolto il ricorso proposto dal contribuente avverso un avviso di accertamento con il quale l’Ufficio aveva accertato maggiori ricavi per l’anno di imposta 2005.

L’ufficio ricostruiva il maggior reddito attraverso il procedimento analitico induttivo di cui al D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, comma 1, lett. d) del per le gravi incongruenze tra i costi per personale dipendente e il reddito di impresa dichiarato.

Avverso la sentenza della CTR M.S. propone ricorso per cassazione affidato a cinque motivi.

L’Agenzia delle Entrate resiste con controricorso.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo di ricorso il contribuente deduce l’invalidità della sentenza e del procedimento per violazione dell’art. 2909 c.c. nonchè degli artt. 329 e 100 c.p.c. e del D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 56. Lamenta che la CTR aveva accolto l’appello nonostante non fosse stata censurata una delle due rationes decidendi poste a base della sentenza di primo grado.

La censura non è fondata.

Questa Corte ha più volte affermato che nel processo tributario la riproposizione a supporto dell’appello delle ragioni inizialmente poste a fondamento dell’impugnazione del provvedimento impositivo (per il contribuente) ovvero della dedotta legittimità dell’accertamento (per

l’Amministrazione finanziaria), in contrapposizione alle argomentazioni adottate dal giudice di primo grado, assolve l’onere di impugnazione specifica imposto dal D.Lgs. n. 546 del 1992, art. 53, quando il dissenso investa la decisione nella sua interezza e, comunque, ove dall’atto di gravame, interpretato nel suo complesso, le ragioni di censura siano ricavabili, seppur per implicito, in termini inequivoci (Cass. 32954/2018).

2. Con il terzo motivo, da esaminarsi previamente, il ricorrente denunzia violazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, comma 1, lett. d) e del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 54 in relazione all’art. 360 c.p.c., n. 3); censura la sentenza impugnata per aver erroneamente affermato la sussistenza dei presupposti per procedere ad accertamento analitico-induttivo D.P.R. n. 600 del 1973, ex art. 39, comma 1, lett.d).

La censura non è fondata.

Con l’accertamento analitico-induttivo l’Ufficio finanziario procede alla rettifica di componenti reddituali, ancorchè di rilevante importo, ai sensi del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, comma 1, lett. d) (come in materia di IVA, ai sensi del D.P.R. n. 633 del 1972, art. 54) pure in presenza di contabilità formalmente tenuta, giacchè la disposizione presuppone, appunto, scritture regolarmente tenute e, tuttavia, contestabili in forza di valutazioni condotte sulla base di presunzioni gravi, precise e concordanti che facciano seriamente dubitare della completezza e fedeltà della contabilità esaminata; sicchè essa possa essere considerata, nel suo complesso, inattendibile (Cass. n. 28728 del 2017; Cass. n. 10581 del 2015; Cass. n. 20060 del 2014; Cass. n. 5731 del 2012; Cass. n. 26341 del 2009), con conseguente spostamento dell’onere della prova a carico del contribuente (Cass. n. 28713 del 2017; Cass. n. 16119 del 2017; Cass. n. 26036 del 2015; n. 7871 del 2012).

Nella specie la CTR ha ritenuto sussistere i presupposti dell’accertamento in considerazione della inverosimile sproporzione tra i costi per lavoro dipendente sostenuti pari a Euro81.986,00 e il reddito di impresa dichiarato, pari a Euro 27.970,00, con ciò di fatto affermando l’inattendibilità della contabilità.

Nulla esclude, per conseguenza, che, in sede di accertamento analitico-induttivo, l’amministrazione si possa basare anche solo su alcuni elementi ritenuti sintomatici per la ricostruzione del reddito del contribuente (Cass. 27 luglio 2011, n. 16430Cass. 15323/2015).

Quel che rileva è il peso da attribuire agli elementi prescelti e la loro idoneità ad assurgere al rango di presunzioni gravi, precise e concordanti.

3. Con il secondo motivo il ricorrente deduce l’omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti. Lamenta che la percentuale di ricarico del 44,23% utilizzata per la determinazione del maggior imponibile oggetto dell’avviso di accertamento impugnato era stata ricostruita dall’Ufficio non solo facendo riferimento a prodotti acquistati e commercializzati dal ricorrente nell’anno 2008, ossia tre anni dopo l’anno 2005 in contestazione, ma per di più valorizzando i prezzi al dettaglio e non quelli all’ingrosso praticati e che la CTR aveva omesso ogni esame della circostanza.

La censura è fondata.

Questa Corte ha più volte affermato che la determinazione in via presuntiva della percentuale di ricarico effettiva sul prezzo della merce venduta, in sede di accertamento induttivo, deve avvenire adottando un criterio che sia: (a) coerente con la natura e le caratteristiche dei beni presi in esame; (b) applicato ad un campione di beni scelti in modo appropriato; (c) fondato su una media aritmetica o ponderale, scelta in base alla composizione del campione di beni; tale modalità di determinazione della reale percentuale di ricarico prescinde del tutto dalla circostanza che la contabilità dell’imprenditore risulti formalmente regolare (Cass. 30276/2017).

Dagli stralci del ricorso e delle controdeduzioni in appello, riprodotti in ossequio al principio di autosufficienza, si evince che la CTR non ha esaminato il fatto storico che poteva essere rilevante ai fini della quantificazione della percentuale di ricarico, nè ha motivato in alcun modo sul punto.

In particolate la CTR nulla ha detto con riferimento alla quantificazione della percentuale di ricarico del 44,23%, la quale era stata ricostruita facendo riferimento esclusivamente a prodotti acquistati e commercializzati nell’anno 2008, ossia tre anni dopo l’anno 2005 in contestazione, limitandosi ad affermare che le incongruenze contabili ed in particolare l’inverosimile sproporzione tra i costi per lavoro dipendente e il reddito di impresa, lasciavano desumere l’inattendibilità della contabilità tenuta dal contribuente, per quanto ineccepibile dal punto di vista formale.

4. Il quarto motivo) con il quale il ricorrente deduce la violazione

dell’art. 132 c.p.c.) comma 2) n. 4 e dell’art. 111 Cost. per motivazione omessa e/o apparente e il quinto s con il quale il ricorrente denunzia violazione del D.P.R. n. 600 del 1973, art. 39, comma 1, lett d), artt. 2697 e 2729 c.c. lamentando che la CTR non aveva rilevato che l’ufficio aveva determinato apoditticamente il volume di affari, senza fornire alcuna prova che giustificasse tale operato, devono ritenersi assorbiti.

Il secondo motivo deve essere, pertanto, accolto e la sentenza cassata, con rinvio alla CTR della Campania in diversa composizione, anche per le spese del presente giudizio di legittimità.

P.Q.M.

La Corte accoglie il secondo motivo, rigettati il primo e il terzo e assorbiti il quarto e il quinto, cassa la sentenza e rinvia alla CTR della Campania in diversa composizione, anche per le spese del presente giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 10 luglio 2020.

Depositato in Cancelleria il 16 novembre 2020

 

 

Sostieni LaLeggepertutti.it

La pandemia ha colpito duramente anche il settore giornalistico. La pubblicità, di cui si nutre l’informazione online, è in forte calo, con perdite di oltre il 70%. Ma, a differenza degli altri comparti, i giornali online non ricevuto alcun sostegno da parte dello Stato. Per salvare l'informazione libera e gratuita, ti chiediamo un sostegno, una piccola donazione che ci consenta di mantenere in vita il nostro giornale. Questo ci permetterà di esistere anche dopo la pandemia, per offrirti un servizio sempre aggiornato e professionale. Diventa sostenitore clicca qui

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA