Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25912 del 19/11/2013


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Civile Sent. Sez. 3 Num. 25912 Anno 2013
Presidente: PETTI GIOVANNI BATTISTA
Relatore: ROSSETTI MARCO

SENTENZA

sul ricorso 7941-2010 proposto da:
LANTEK SISTEMI S.R.L. 02673340044, in persona del
legale rappresentante sig. CASTAGNINO SERGIO,
elettivamente domiciliata in ROMA, VIA S. TOMMASO
D’AQUINO 116, presso lo studio dell’avvocato FIORELLI
STEFANO, che la rappresenta e difende unitamente
2013

all’avvocato MILANESIO BRUNO giusta delega in atti;
– ricorrente –

1941
contro

FASD DI DANIELE FUMAGALLI 02172380962, in persona del
titolare

sig.

DANIELE

FUMAGALLI,

1

elettivamente

Data pubblicazione: 19/11/2013

domiciliata in ROMA, VIA S.SEBASTIANELLO 9, presso lo
studio dell’avvocato LOMBARDI OSVALDO, rappresentata e
difesa dall’avvocato FUMAGALLI LORETTA giusta delega
in atti;
– controricorrente

di MILANO, depositata il 26/06/2008 R.G.N. 1113/C/06;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica
udienza del 17/10/2013 dal Consigliere Dott. MARCO
ROSSETTI;
udito l’Avvocato STEFANO FIORELLI;
udito l’Avvocato LORETTA FUMAGALLI;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore
Generale Dott. TOMMASO BASILE che ha concluso per il
rigetto.

2

avverso la sentenza n. 1923/2008 della CORTE D’APPELLO

R.G.N. 7941/10
Udienza del 17 ottobre 2013

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO
1. Il sig. Daniele Fumagalli, imprenditore individuale, nel 2003 convenne
dinanzi al Tribunale di Monza la società Lantek Sistemi s.r.I., esponendo che:
(a)

aveva affidato alla società Lantek Sistemi l’incarico di sostituire i

calcolatori elettronici ed i programmi in essi installati, usati per lo
svolgimento della propria attività;

imperizia causato la perdita di un rilevante numero di dati, rappresentato da
circa 3.500 disegni tecnici necessari al sig. Daniele Fumagalli per l’esercizio
dell’impresa.
Chiedeva pertanto la condanna della Lantek Sistemi al risarcimento del
danno patito in conseguenza del fatto sopra descritto.

1.1. Il Tribunale di Monza con sentenza 28.11.2005 n. 3229 rigettò la
domanda, ritenendola non provata.

1.2. La Corte d’appello di Milano, adìta dal sig. Daniele Fumagalli, con
sentenza 26.6.2008 n. 113 (successivamente emendata da un errore
materiale con provvedimento del 30.1.2009) riformò la sentenza di primo
grado, condannando la Lantek Sistemi al pagamento in favore del sig.
Daniele Fumagalli della somma di euro 20.000, più il danno da mora e le
spese di lite.

1.3. La sentenza d’appello viene ora impugnata per cassazione dalla Lantek
Sistemi, sulla base di due motivi.
Ha resistito con controricorso il sig. Daniele Fumagalli.

MOTIVI DELLA DECISIONE
1. Il primo motivo di ricorso.
1.1. Sebbene il ricorrente abbia qualificato il proprio ricorso come fondato
su un unico motivo, in realtà egli ascrive alla sentenza impugnata due
diversi vizi: sia la violazione di legge (art. 360, n. 3, c.p.c.), sia
l’insufficiente motivazione (art. 360, n. 5, c.p.c.).

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Ci

(b) nell’esecuzione dell’incarico, il personale dalla Lantek Sistemi aveva per

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1.2. Col primo motivo di ricorso la Lantek Sistemi lamenta, ai sensi dell’art.
360, n. 3, c.p.c : , la violazione da parte della sentenza impugnata dell’art.
1226 c.c..
Osserva il ricorrente che il sig. Daniele Fumagalli nel giudizio di merito non
aveva né provato, né chiesto di provare, il concreto pregiudizio economico

In particolare, nulla era stato dimostrato dall’originario attore circa il
contenuto, lo scopo ed il pregio dei disegni tecnici della cui perdita la
controparte si doleva.
Il giudice di merito, pertanto, non avrebbe potuto liquidare il relativo
pregiudizio ai sensi dell’art. 1226 c.c.: sia perché tale norma non può essere
invocata quando manchi qualsiasi parametro concreto per la valutazione del
danno; sia perché in ogni caso la liquidazione equitativa non può sopperire
ad una carente e colpevole allegazione di parte (così il quesito diritto
conclusivo del motivo di ricorso, p. 7 di quest’ultimo).

1.3. La sentenza impugnata ha accolto l’appello del sig. Daniele Fumagalli
con una motivazione così articolata:
(a)

ha, innanzitutto, ritenuto “impossibile raggiungere la prova riguardo

all’ammontare del danno subìto” dal sig. Daniele Fumagalli, e ciò sul
presupposto che

“le allegazioni [del danneggiato] si sono rivelate

insufficienti”;
(b) ha, di conseguenza, ritenuto applicabile la previsione di cui all’art. 1226
c.c., ricorrendo una ipotesi in cui “il danno non può essere provato nel suo
esatto ammontare”;
(c) ha, quindi, liquidato il danno con la seguente motivazione: “ritenuto
applicabile l’art. 1226 c.c., l’ammontare della perdita da risarcire va
quantificata, ad avviso della Corte, nella somma di C 20.000, in valuta
attuale omnicomprensiva”, oltre il danno da mora.

1.4. Così statuendo, la decisione della Corte d’appello di Milano ha violato
l’art. 1226 c.c., per averne fatto applicazione in difetto dei presupposti di

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e

causatogli dalla perdita dei dati informatizzati.

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legge, ovvero senza avere previamente accertato la sussistenza di questi
ultimi.

1.5. L’art. 1226 c.c. (rubricato “Valutazione equitativa del danno”) stabilisce
che “se il danno non può essere provato nel suo preciso ammontare, è
liquidato dal giudice con valutazione equitativa”.

dottrina che questa previsione abbia natura sussidiaria e non sostitutiva.
La liquidazione equitativa del danno ha natura sussidiaria, perché
presuppone l’esistenza d’un danno oggettivamente accertato. Essa
attribuisce al giudice di merito non già un potere arbitrario, ma una facoltà
di integrazione in via equitativa della prova semipiena circa l’ammontare del
danno.
La liquidazione equitativa ha, poi, natura non sostitutiva, perché ad essa
non può farsi ricorso per sopperire alle carenze o decadenze istruttorie in
cui le parti fossero incorse (tanto colpevoli quanto incolpevoli, sopperendo
in quest’ultimo caso il rimedio della rimessione in termini, e non della
liquidazione equitativa).

1.5.1. La natura integrativa dell’art. 1226 c.c. emerge dalla sua genesi
storica.
Il codice civile del 1865 non conteneva alcuna norma analoga al vigente art.
1226 c.c..
Nondimeno anche nella vigenza del primo codice postunitario la dottrina e la
giurisprudenza avevano dovuto affrontare il problema dei danni di
impossibile o difficile stima.
Questo problema era stato risolto dalla prassi attraverso con la distinzione
tra danni comuni e danni propri.
Si definiva “danno comune” quello ordinariamente derivante da un fatto
illecito (o da un inadempimento) di un certo tipo, secondo

l’id quod

plerumque accidit (ad esempio, l’indisponibilità dell’immobile nel caso di
ritardata restituzione da parte del conduttore); “danno proprio” era invece

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C

E’ opinione costante, comune e risalente della giurisprudenza e della

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definito il pregiudizio non generalizzabile, patito da quel singolo danneggiato
in conseguenza di quel singolo fatto illecito (od inadempimento).
Da tale distinzione si faceva discendere il corollario che il danno proprio
dovesse essere sempre dimostrato in modo rigoroso sulla base di una prova
piena; il danno comune invece potesse essere liquidato sulla base anche
solo di un principio di prova della sua esistenza, in deroga al tradizionale
(“a posse ad esse non valet

consequentia”).
La distinzione con l’andar del tempo si trasformò in massima tralatizia e di
applicazione automatica, finendo per produrre vari inconvenienti. Il più
grave di questi era che il giudice di merito, qualificando come “danno
comune” un determinato pregiudizio, liquidava in assenza di prova danni la
cui esistenza stessa, e non solo il cui ammontare, erano eventuali, ipotetici,
supposti, immaginati. La dottrina dell’epoca cita sovente, al riguardo, il caso
del notaio condannato a risarcire il danno (asseritamente) patito dal
creditore in conseguenza della mancata iscrizione d’un atto costitutivo
dell’ipoteca sull’immobile del debitore, in un caso in cui quel bene era già
gravato da iscrizioni ipotecarie tali da assorbirne l’intero valore.
Per rimediare a questo stato di cose, il codice del 1942 introdusse l’attuale
art. 1226 c.c. (corrispondente all’art. 56 del progetto del “Libro delle
obbligazioni”, approvato con r.d. 30.1.1941-XIX), con il quale si volle:
(a) da un lato, accordare espressamente al giudice il potere di liquidazione
equitativa del danno nel caso di impossibilità di una esatta stima di esso;
(b) dall’altro, consentire tale potere solo nei casi in cui l’esistenza del danno
fosse indiscutibile, e discutibile fosse solo il suo ammontare.
Questi princìpi sono chiaramente espressi nella relazione ministeriale al libro
delle obbligazioni, ove si afferma ore rotundo che la liquidazione equitativa
è consentita dall’art. 1226 c.c. solo per il danno “di cui è sicura l’esistenza”
(Relazione ministeriale alla maestà del Re Imperatore, Cap. XV, § 38, in
fine).
La genesi dell’art. 1226 c.c. svela dunque che primo ed indefettibile
presupposto per il ricorso alla liquidazione equitativa è la dimostrata
esistenza d’un danno certo, e non soltanto eventuale od ipotetico.

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principio della certezza del danno

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La conclusione appena esposta è confermata dalla sintassi dell’art. 1226 c.c..
La norma è infatti costruita come un periodo ipotetico dell’eventualità, nel
quale la pròtasi è l’impossibilità di provare il danno, e l’apòdosi il ricorso al
potere equitativo del giudice.
E’ dunque evidente che in tanto è consentito al giudice il ricorso alla
liquidazione equitativa, in quanto sia stata previamente dimostrata

E’ l’impossibilità di quantificare un danno certamente esistente che rende
possibile il ricorso alla stima equitativa. Se, invece, è l’esistenza stessa d’un
pregiudizio economico ad essere incerta, eventuale, possibile ma non
probabile, spazio non v’è alcuno per l’invocabilità dell’art. 1226 c.c..
Questo principio costituisce da oltre cinquant’anni jus receptum

nella

giurisprudenza di legittimità (a partire da, Sez. 3, Sentenza n. 1536 del
19/06/1962, secondo cui “la valutazione equitativa del danno presuppone
che questo, pur non potendo essere provato nel suo preciso ammontare, sia
certo nella sua esistenza ontologica”; nello stesso senso, ex plurimis, Sez. 2,
Sentenza n. 838 del 03/04/1963; Sez. 3, Sentenza n. 1327 del 22/05/1963;
Sez. 2, Sentenza n. 2125 del 16/10/1965; Sez. 3, Sentenza n. 1964 del
25/07/1967; Sez. 2, Sentenza n. 181 del 22/01/1974; Sez. 1, Sentenza n.
3418 del 23/10/1968; Sez. 3, Sentenza n. 3977 del 03/07/1982; Sez. 1,
Sentenza n. 7896 del 30/05/2002).
Ne consegue che in tanto il giudice di merito può avvalersi del potere
equitativo di liquidazione del danno, in quanto abbia previamente accertato
che un danno esista, indicando le ragioni del proprio convincimento. Ciò
vuol dire che, nel caso di danno patrimoniale consistito nella distruzione di
un bene, il ricorso alla liquidazione equitativa in tanto è ammissibile, in
quanto sia certo (per essere stato debitamente provato da chi si afferma
danneggiato) che la cosa distrutta avesse un concreto valore oggettivo, e
non meramente d’affezione.

1.5.2. Il secondo presupposto per l’applicazione dell’art. 1226 c.c. è che
l’impossibilità (o la rilevante difficoltà) nella stima esatta del danno sia:
(a) oggettiva, cioè positivamente riscontrata e non meramente supposta;

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ev

l’esistenza certa, ovvero altamente verosimile, d’un effettivo pregiudizio.

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(b) incolpevole, cioè non dipendente dall’inerzia della parte gravata
dall’onere della prova.
La liquidazione equitativa del danno costituisce infatti un rimedio fondato
sull’equità c.d. “integrativa” o “suppletiva”: l’equità, cioè, intesa non quale
principio che si sostituisce alla norma di diritto nel caso concreto, ma quale
principio che completa la norma giuridica.

strumento di equo contemperamento degli interessi delle parti, nei casi
dubbi.
Se dunque l’equità integrativa ha lo scopo di contemperare i contrapposti
interessi, è evidente che essa fallirebbe del tutto il suo scopo, se vi si
potesse fare ricorso anche quando la stima del danno sia non impossibile,
ma soltanto difficile; ovvero quando la stima del danno non siasi potuta
compiere per la pigrizia od il mal talento delle parti o dei loro procuratori.
In simili casi, infatti, non vi sono contrapposti interessi da contemperare,
tutti egualmente meritevoli di tutela: al contemperamento degli interessi si
sostituisce qui l’applicazione rigorosa del principio di autoresponsabilità, in
virtù del quale ciascuno deve subire le conseguenze giuridiche delle proprie
azioni od omissioni.
Qualsiasi diversa interpretazione dell’art. 1226 c.c. si porrebbe, a tacer
d’altro, in contrasto col precetto costituzionale che garantisce la parità delle
parti e la terzietà del giudice (art. 111 cost.; sulla impossibilità che la
liquidazione equitativa possa essere utilizzata per colmare lacune istruttorie
imputabili alle parti si vedano, ex permultis, Sez. 1, Sentenza n. 10850 del
10/07/2003; Sez. 3, Sentenza n. 6056 del 16/06/1990; Sez. 3, Sentenza n.
3176 del 16/12/1963).

1.6. Si applichino ora i princìpi appena esposti al caso di specie.

1.6.1. Affinché fosse rispettato il principio di sussidiarietà della liquidazione
equitativa, la Corte d’appello avrebbe dovuto accertare in primo luogo
l’esistenza oggettiva d’un danno risarcibile.

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Qtrv

L’equità integrativa costituisce, per l’opinione unanime della dottrina, uno

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Il danno risarcibile, per quanto già esposto, non si identifica con la perdita
d’un bene, ma richiede la dimostrazione che il bene perduto fosse
suscettibile di fornire una utilità economica, anche se di impossibile o
difficile quantificazione.
Nel caso di specie, invece, la Corte d’appello di Milano ha ritenuto che la
perdita di dati informatizzati costituisca ex se un pregiudizio patrimoniale,

perduti fossero attuali od obsoleti; se avessero una concreta funzione
operativa o fossero semplicemente dati d’archivio ormai inutili; se fossero
suscettibili di valutazione economica o meno; se la loro mancanza abbia o
meno rallentato o bloccato l’esercizio dell’attività d’impresa svolta dal
danneggiato.

1.6.2. Affinché fosse rispettato il principio di “non sostitutività” della
liquidazione equitativa sarebbe stato necessario accertare (e motivare) se
l’impossibilità di liquidazione del danno nel suo esatto ammontare fosse
dipesa o meno da impossibilità oggettiva o negligenza della parte.
Nel caso di specie invece la Corte d’appello di Milano, dopo avere ammesso
che in merito all’entità del danno “/e allegazioni [del danneggiato] si sono
rivelate insufficienti”,

ha ritenuto di procedere ugualmente alla stima

equitativa. Così facendo, però, ha fatto una applicazione erronea dell’art.
1226 c.c., ricorrendo alla liquidazione equitativa in un caso in cui parrebbe
che l’impossibilità della prova del danno, per ammissione stessa della Corte
d’appello, sia dipesa da una “insufficiente allegazione” del danneggiato.

1.6.3. In definitiva, la Corte d’appello di Milano non ha rispettato alcuno dei
presupposti per l’applicazione dell’art. 1226 c.c., ad onta della loro secolare
pacificità nella dottrina e nella giurisprudenza di questa Corte.
Il primo motivo di ricorso deve quindi essere accolto, e la sentenza cassata
con rinvio ad altra sezione della Corte d’appello di Milano, la quale deciderà
sulla domanda di risarcimento proposta dal sig. Daniele Fumagalli
attenendosi al seguente principio di diritto:

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Q/v

senza previamente accertare – e comunque senza spiegare – se i dati

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“La facoltà per il giudice di liquidare in via equitativa il danno esige
due presupposti: in primo luogo, che sia concretamente accertata
l’ontologica esistenza d’un danno risarcibile, prova il cui onere
ricade sul danneggiato, e che non può essere assolto semplicemente
dimostrando che l’illecito ha soppresso una cosa determinata, se
non si dimostri altresì che questa fosse suscettibile di valutazione

esige che il giudice di merito abbia previamente accertato che
l’impossibilità (o l’estrema difficoltà) d’una stima esatta del danno
dipenda da fattori oggettivi, e non già dalla negligenza della parte
danneggiata nell’allegare e dimostrare gli elementi dai quali
desumere l’entità del danno”.

2. Il secondo motivo di ricorso.
2.1. Col secondo motivo di ricorso la Lantek Sistemi censura la sentenza
impugnata per avere adottato una motivazione carente.

2.2. Prima di esaminare il merito del motivo, questa Corte deve porsi
d’ufficio la questione della sua ammissibilità, in quanto apparentemente non
concluso dalla chiara indicazione del “fatto controverso” rispetto al quale si
assume che la motivazione adottata sia stata carente (ai sensi dell’art. 366
bis c.p.c., nel testo applicabile ratione temporis).
Al quesito sull’ammissibilità del motivo deve tuttavia darsi risposta positiva.
A pag. 7 del ricorso, 2° e 3° capoverso, si legge infatti: “laddove la Corte
[d’appello] ha stabilito C 20.000 [di risarcimento] ben potevano essere
30.000 o 40.000, in quanto si tratta di dati assolutamente avulsi da ogni
riferimento concreto. E sul punto deve rilevarsi (…) un vizio logico di
motivazione della sentenza ecc.”.
Questo passo del ricorso, pur ponendosi all’estremo limite dell’ammissibilità,
non lo travalica, per due ragioni.
La prima ragione è che il “fatto controverso” è comunque indicato in un
periodo sintatticamente e graficamente isolato, formante un unico
capoverso

(“laddove la Corte [d’appello] ha stabilito C 20.000 [di

Pagina 10

e

economica; in secondo luogo, il ricorso alla liquidazione equitativa

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risarcimento]”). Ed assurdo sarebbe sostenere che il “fatto accertato” dal
giudice di merito, e cioè la stima del danno, espresso in questi termini non
sia da ritenere “chiaro”.
La seconda ragione è che le Sezioni Unite di questa Corte, più volte
chiamate a stabilire in che modo andasse formulata l’indicazione del “fatto
controverso” ai sensi dell’art. 366

bis

c.p.c., hanno costantemente

[del ricorso], in maniera da non ingenerare incertezze, né in sede di
formulazione del ricorso, ne’ in sede di valutazione della sua ammissibilità”
(Sez. U, Sentenza n. 20603 del 01/10/2007; Sez. U, Ordinanza n. 21864
del 19/10/2007; Sez. U, Sentenza n. 7770 del 31/03/2009; non sarà inutile
aggiungere che il medesimo concetto è chiaramente indicato nella relazione
illustrativa del d. Igs. 15.2.2006 n. 40, che introdusse nel codice di rito l’art.
366 bis).
Nel caso di specie, il secondo motivo di ricorso soddisfa tali requisiti: esso si
compone infatti di poche righe, e proprio la sua sinteticità e la sua
concisione non consentono alcun dubbio circa l’individuazione del “fatto
controverso” che il ricorrente ritiene non adeguatamente motivato dal
giudice di merito. Tale fatto è rappresentato, senza possibilità di errore,
dalla quantificazione nella somma di euro 20.000 del danno liquidato al sig.
Daniele Fumagalli.

2.3. Nel merito, anche il secondo motivo di ricorso è fondato.
La liquidazione equitativa del danno, una volta che sia stata accertata
l’esistenza dei presupposti di legge per potervi fare ricorso (il che, per
quanto detto, nel caso di specie non è avvenuto) non può mai avere natura
arbitraria.
La liquidazione equitativa del danno non può mai avvenire “a senso” o “per
sensazione”, ma esige che il giudice di merito affronti sempre e comunque i
due snodi logici di qualsiasi giudizio di accertamento del danno: la
determinazione del danno e la sua conversione in denaro.

Pagina 11

clY

affermato che essa deve essere “tale da circoscrivere puntualmente i limiti

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2.3.1. La determinazione del danno è una attività descrittiva, consistente
nella ricognizione dell’esistenza del danno. Essa richiede al giudice
un’attività di accertamento e non di valutazione patrimoniale.
La determinazione, per quanto già esposto supra, § 1.5, è sottratta a
qualsiasi giudizio equitativo. Essa deve essere compiuta in modo rigoroso e

2.3.2. La conversione del danno, come sopra determinato, in valori
monetari richiede invece al giudice un giudizio, consistente nella
comparazione tra il danno accertato ed un valore economico di riferimento.
Questa, e solo questa, attività di valutazione può essere compiuta in via
equitativa ai sensi dell’art. 1226 c.c..
Si è detto tuttavia che la valutazione equitativa è espressione dell’equità
suppletiva; che deve realizzare l’equo contemperamento degli interessi delle
parti, e che non può essere utilizzata per sollevare una delle parti dall’onere
della prova su essa incombente.
E’ dunque evidente che il giudice il quale faccia ricorso alla liquidazione
equitativa del danno deve dimostrare di avere osservato tali precetti,
altrimenti la liquidazione equitativa sarebbe sottratta a qualsiasi controllo.
Affinché dunque possa ritenersi controllabile il rispetto dei princìpi di
sussidiarietà e non sostitutività della liquidazione equitativa, come sopra
illustrati (§ 1.5), è necessario che il giudice di merito indichi:
(a) di quali elementi di fatto abbia tenuto conto per liquidare il danno in via
equitativa, descrivendoli analiticamente;
(b) in base a quali criteri abbia attribuito quel determinato valore economico
agli elementi sub (a).

2.3.3. La giurisprudenza di questa Corte di cassazione, nei sensi appena
indicata, è unanime e pressoché sterminata.

2.3.3.1. Essa ha ripetutamente affermato che:
(-) “il giudice del merito ha l’obbligo di motivare la liquidazione equitativa
del danno indicando i criteri adoperati e gli elementi di fatto valorizzati,

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sulla base delle prove ritualmente dedotte.

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criteri ed elementi rispetto ai quali egli deve fornire la dimostrazione della
loro attinenza alla liquidazione del danno” (Sez. 3, Sentenza n. 3191 del
14/02/2006);
(-) il giudice del merito deve “dar conto delle circostanze di fatto da lui
considerate nel compimento della valutazione equitativa e del percorso
logico che lo ha condotto al risultato finale della liquidazione, in ordine al

Sentenza n. 20320 del 20/10/2005);
(-) il giudice di merito quando compie la liquidazione equitativa deve
dimostrare “di avere tenuto presenti tutti gli elementi di fatto acquisiti al
processo” (Sez. 3, Sentenza n. 9626 del 16/06/2003);
(-) il giudice di merito, quando compie la liquidazione equitativa, deve
“indicare, sia pure sommariamente, i criteri adoperati, in modo da evitare
che la decisione sia arbitraria e sottratta ad ogni controllo”

(Sez. 3,

Sentenza n. 752 del 23/01/2002);
(-) la liquidazione equitativa del danno deve dare “adeguatamente conto
dell’uso di tale facoltà, indicando il processo logico e valutativo seguito”
(Sez. 3, Sentenza n. 8807 del 27/06/2001);
(-) la liquidazione equitativa del danno “non esonera il giudice dall’obbligo di
dare conto di quali elementi della fattispecie concreta abbia tenuto conto nel
decidere equitativamente” (Sez. 3, Sentenza n. 6426 del 09/05/2001).

2.3.3.2. Scendendo dal piano dei princìpi a quello delle fattispecie, concrete,
può essere utile ricordare a mero titolo d’esempio che, in applicazione dei
criteri appena esposti:
(a) è stata ritenuta carente la motivazione con la quale il giudice di merito
aveva liquidato un danno patrimoniale da perdita della capacità di guadagno
con le seguenti parole: “il danno patrimoniale, valutato in via equitativa,
tenendo conto delle “chances” di lavoro utilmente spendibili nei futuro, può
liquidarsi in Euro 30.000 mentre il danno morale si determina in Euro
18.000″ (Sez. 3, Sentenza n. 3582 del 13/02/2013);
(b) è stata ritenuta carente la motivazione con la quale il giudice di merito
aveva liquidato un danno da diffamazione con le seguenti parole: “tenuto

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e/

quale deve egli considerare tutte le circostanze del caso concreto” (Sez. 3,

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conto che la reputazione del [diffamato] era già compromessa, ecc.” (Sez. 3,
Sentenza n. 3191 del 14/02/2006);
(c) è stata ritenuta carente la motivazione con la quale il giudice di merito
aveva liquidato un danno non patrimoniale subito dai familiari della vittima
di un infortunio facendo automatico riferimento alla somma liquidata
dall’ente previdenziale a titolo di indennizzo, senza motivare la

e senza distinguere la posizione dei vari familiari (Sez. L, Sentenza n. 517
del 13/01/2006);
(d) è stata ritenuta carente la motivazione con la quale il giudice di merito
aveva liquidato un danno da usurpazione del marchio limitandosi ad
affermare che la condotta accertata era potenzialmente produttiva di danno,
e che “sussistevano elementi di orientamento certi e sicuri per un giudizio
equitativo”, pervenendo in tal modo a quantificare il danno in £ 4.000.000
(Sez. 1, Sentenza n. 7896 del 30/05/2002);
(e) è stata ritenuta carente la motivazione con la quale il giudice di merito
aveva liquidato un danno limitandosi “alla pura e semi:Vice indicazione
dell’importo che ha ritenuto di attribuire alla [parte] danneggiata,
trascurando del tutto di menzionare gli elementi di fatto ed i criteri che per
tale liquidazione ha ritenuto di assumere in considerazione” (Sez. 3,
Sentenza n. 6426 del 09/05/2001; l’enfasi è aggiunta per segnalare
l’identità tra la fattispecie oggi all’esame della Corte, e quella decisa dalla
sentenza appena ricordata).

2.4. E’ giunto dunque il momento di comparare il contenuto dell’obbligo
motivazionale gravante sul giudice di merito che proceda alla liquidazione
equitativa, per come delineato dal diritto vivente, con il contenuto della
motivazione impugnata.

2.4.1. Si è visto come per questa Corte di cassazione il giudice di merito
deve:
(a) indicare le circostanze di fatto delle quali ha tenuto conto;
.

(b) indicare i criteri economici adottati per la valutazione;

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e

/

corrispondenza di tale somma ad una liquidazione personalizzata del danno

R.G.N. 7941/10
Udienza del 17 ottobre 2013

(c) indicare il processo logico seguito, in modo che la sua decisione sia
controllabile.
Si è visto altresì come in nessun caso il giudice di merito possa motivare la
liquidazione equitativa semplicemente limitandosi

“alla pura e semplice

indicazione dell’importo che ha ritenuto di attribuire alla [parte]

2.4.2. Nel caso di specie, non uno di tali criteri è stato rispettato dalla Corte
d’appello di Milano.
La sentenza impugnata, infatti, si è limitata a motivare la propria decisione
con un responso quasi oracolare:

“ritenuto applicabile l’art. 1226 c.c.,

l’ammontare della perdita da risarcire va quantifica [sic], ad avviso della
Corte, nella somma di C 20.000′.
Quella che precede è dunque non già una motivazione carente, ma una
motivazione del tutto omessa, tale da rasentare addirittura la nullità della
sentenza per violazione dell’art. 132 c.p.c..
In essa infatti non si espongono né le circostanze di fatto prese in esame,
né il parametro economico di riferimento adottato per il giudizio di
conversione del danno in denaro (supra, § 2.3.2), né il criterio logico
seguito.
Anche sotto questo profilo, pertanto, la sentenza impugnata deve essere
cassata con rinvio ad altra sezione della Corte d’appello di Milano, la quale
provvederà – una volta accertata la effettiva sussistenza dei presupposti per
l’applicazione dell’art. 1226 c.c., come indicati al § 1.6.3 – a dare adeguato
conto e ragione dei fatti valutati e dei criteri adottati per la monetizzazione
del risarcimento.
3. Le spese.
Le spese del giudizio di legittimità saranno liquidate dal giudice del rinvio.
P.q.m.
la Corte di cassazione, visto l’art. 383, comma primo, c.p.c.:
-) accoglie il ricorso;

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danneggiata” (Sez. 3, Sentenza n. 6426 del 09/05/2001, cit.).

R.G.N. 7941/10
Udienza del 17 ottobre 2013


-) cassa la sentenza impugnata e rinvia la causa ad altra sezione della Corte
d’appello di Milano;
-) rimette al giudice del rinvio la liquidazione delle spese del giudizio di
legittimità.
Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Terza Sezione civile

della Corte di cassazione, addì 17 ottobre 2013.

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