Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25908 del 15/12/2016

Cassazione civile, sez. VI, 15/12/2016, (ud. 16/09/2016, dep.15/12/2016),  n. 25908

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DOGLIOTTI Massimo – Presidente –

Dott. RAGONESI Vittorio – rel. Consigliere –

Dott. GENOVESE Francesco Antonio – Consigliere –

Dott. SCALDAFERRI Andrea – Consigliere –

Dott. ACIERNO Maria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 29153-2014 proposto da:

D.P.T., elettivamente domiciliata in ROMA PIAZZA CAVOUR,

presso la CORTE DI CASSAZIONE, rappresentata e difesa dall’Avvocato

FRANCESCO DAMIANO, giusta procura a margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

S.E.;

– intimato –

avverso la sentenza n. 3149/2014 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

emessa il 14/05/2014 e depositata il 08/07/2014;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

16/09/2016 dal Consigliere Relatore Dott. VITTORIO RAGONESI.

Fatto

FATTO E DIRITTO

La Corte, rilevato che sul ricorso n. 29153/15 proposto da D.P.T. nei confronti di S.E. il Consigliere relatore ha depositato ex art. 380 bis la relazione che segue.

“Il relatore Cons. Ragonesi, letti gli atti depositati, ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c. osserva quanto segue.

D.P.T. ha proposto ricorso per cassazione sulla base di un motivo avverso la sentenza 3149/14 della Corte d’appello di Napoli che aveva accolto parzialmente la sua domanda di aumento dell’assegno a carico della S. per il mantenimento delle figlie portato ad Euro 550,00 mensili ma aveva rigettato la sua domanda di assegno divorzile.

Con l’unico motivo la ricorrente lamenta la violazione e falsa applicazione della L. n. 898 del 1970, art. 5 e correlato vizio d’omessa, insufficiente e contraddittoria motivazione su un punto decisivo della controversia ex art. 360 c.p.c., n. 5 nonchè il malgoverno della prova in relazione all’art. 115 c.p.c. e violazione e falsa applicazione dell’art. 2697 c.c..

Secondo la ricorrente la Corte d’appello ed ancor prima il tribunale, avrebbe desunto la propria attività lavorativa sulla scorta dalle solè fotografie che ritraevano la ricorrente alla guida di un pulmino, adibito a trasporto dei bambini, la cui attendibilità era giustificata dall’esposizione di un bollo del 2011″ senza dare il giusto riscontro e la giusta motivazione all’altro è più fondante materiale probatorio pure esistente in atti e regolarmente acquisito nel corso del procedimento di primo grado.

In particolare la ricorrente lamenta che la Corte d’appello non abbia tenuto conto della documentazione fiscale da essa prodotta nonchè della sentenza del Tribunale penale di Napoli che in un processo a carico dello S. avrebbe accertato lo stato di bisogno di essa ricorrente.

Il motivo è per certi versi inammissibile oltre che manifestamente infondato.

Ciò posto va premesso che essendo il ricorso proposto avverso un decreto depositato il 9.10.12 alla fattispecie risulta applicabile ratione temporis l’art. 360 c.p.c., n. 5, come modificato dal D.L. n. 83 del 2012, art. 54, comma 1 convertito con L. n. 134 del 2012, che prevede la possibilità di proporre ricorso per cassazione solo per omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio che è stato oggetto di discussione tra le parti.

Da ciò discende che le censure proposte nel ricorso sotto il profilo della mancanza od insufficienza di motivazione devono ritenersi inammissibili.

Ciò posto va comunque osservato che la motivazione della sentenza non è basata sulla sola circostanza che la ricorrente sia stata fotografata alla guida di un pulmino scolastico ma anche del fatto che ” lo S. ha contribuito al mantenimento delle figlie con un versamento mensile irrisorio di 100,00 Euro, non sufficiente per il soddisfacimento di tutte le esigenze delle minori, comunque assicurato dalla madre (che ha sostenuto anche il costo delle attività extrascolastiche delle medesime, quali la frequenza a corsi di danza), fa ragionevolmente presumere che la D.P. svolga, ancora tale attività al nero. Inoltre, la medesima non ha provato l’impossibilità da parte sua di reperire una nuova occupazione, per circostanze a lei non addebitabili.”

La doglianza della ricorrente non coglie dunque l’intera motivazione della sentenza impugnata e come tale è già di per sè inammissibile.

Sotto un diverso profilo è appena il caso di rammentare che quanto al contenuto dell’onere motivazionale che grava sul giudice di appello, va ricordato che la sentenza di secondo grado deve esplicitare gli elementi imprescindibili a rendere chiaro il percorso argomentativo che fonda la decisione (Cass. Sez. un. n. 10892 del 2001), ma l’onere di adeguatezza della motivazione non comporta che il giudice del merito debba occuparsi di tutte le allegazioni della parte, nè che egli debba prendere in esame, al fine di confutarle o condividerle, tutte le argomentazioni da questa svolte. E’, infatti, sufficiente che il giudice dell’impugnazione esponga, anche in maniera concisa, gli elementi posti a fondamento della decisione e le ragioni del suo convincimento, così da doversi ritenere implicitamente rigettate tutte le argomentazioni incompatibili con esse e disattesi, per implicito, i rilievi e le tesi i quali, se pure non espressamente esaminati, siano incompatibili con la conclusione affermata e con l’iter argomentativo svolto per affermarla (Cass., n. 696 del 2002; n. 10569 del 2001; n. 13342 del 1999); è cioè sufficiente il riferimento alle ragioni in fatto ed in diritto ritenute idonee a giustificare la soluzione adottata, tenuto conto dei motivi esposti con l’atto di appello (Cass. n. 9670 del 2003; n. 2078 del 1998).

Nel caso di specie pertanto, la Corte d’appello ha correttamente selezionato gli elementi ritenuti rilevanti ai fini del decidere ed in base ad essi ha argomentato la propria decisione.

Le censure che il ricorrente propone a tale motivazione tendono in realtà a sollecitare, contra ius e cercando di superare i limiti istituzionali del giudizio di legittimità, un nuovo giudizio di merito, in contrasto con il fermo principio di questa Corte secondo cui il giudizio di legittimità non è un giudizio di merito di terzo grado nel quale possano sottoporsi alla attenzione dei giudici della Corte di Cassazione elementi di fatto già considerati dai giudici del merito, al fine di pervenire ad un diverso apprezzamento dei medesimi (cfr. Cass. n, 12984 del 2006; Cass., 14/3/2006, n. 5443).

Ricorrono i requisiti di cui all’art. 375 c.p.c. per la trattazione in camera di consiglio.

PQM.

Rimette il processo al Presidente della sezione per la trattazione in Camera di Consiglio.

Roma 3.1.16.

Il Cons. relatore”.

Considerato che non emergono elementi che possano portare a diverse conclusioni di quelle rassegnate nella relazione di cui sopra e che pertanto il ricorso va rigettato senza pronuncia di condanna della ricorrente alle spese processuali non avendo l’intimato svolto attività difensiva.

PQM

Rigetta il ricorso. Sussistono le condizioni per l’applicazione del doppio contributo. In caso di pubblicazione del presente provvedimento si dispone l’oscuramento delle generalità.

Così deciso in Roma, il 16 settembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 15 dicembre 2016

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