Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25867 del 16/11/2020

Cassazione civile sez. III, 16/11/2020, (ud. 14/09/2020, dep. 16/11/2020), n.25867

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FRASCA Raffaele – Presidente –

Dott. CIRILLO Francesco Maria – rel. Consigliere –

Dott. IANNELLO Emilio – Consigliere –

Dott. TATANGELO Augusto – Consigliere –

Dott. MOSCARINI Anna – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 36773-2018 proposto da:

CALCESTRUZZI MIRAMARE S.R.L., elettivamente domiciliata a Savona, Via

Guidobono n. 8/2, presso lo studio dell’avvocato FABRIZIO VINCENZI,

che la rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

M.M., elettivamente domiciliato in ROMA, V. DAMASO

CERQUETTI n. 34, presso lo studio dell’avvocato ANGELA TURCHIANO,

rappresentato e difeso dall’avvocato FRANCESCO BRUNO;

– controricorrente –

e contro

GROUPAMA ASSICURAZIONI S.P.A., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA

XX SETTEMBRE n. 3, presso lo studio dell’avvocato PIERO NODARO, che

la rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 1200/2018 della CORTE D’APPELLO di GENOVA,

depositata il 24/07/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

14/09/2020 dal Consigliere Dott. FRANCESCO MARIA CIRILLO.

 

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. La s.r.l. Calcestruzzi Miramare convenne in giudizio, davanti al Tribunale di Savona, l’ing. M.M., chiedendo che fosse condannato al risarcimento dei danni da essa attrice sofferti in conseguenza del grave errore professionale asseritamente imputabile al convenuto.

A sostegno della domanda espose, tra l’altro, che in data 9 agosto 2012 essa aveva venduto alla s.r.l. Maresan un immobile di sua proprietà, con atto subordinato al cambio di destinazione urbanistica dello stesso, da industriale a commerciale. Aggiunse di aver chiesto all’ing. M., suo consulente, se e quali oneri avrebbe dovuto sostenere nei confronti del Comune di Andora in conseguenza di tale mutamento di destinazione d’uso, ricevendone piena e tranquillante assicurazione che non avrebbe dovuto pagare alcunchè a quel titolo. Aveva perciò fissato il prezzo di vendita nella somma di Euro 1.410.000, mentre il prezzo sarebbe stato diverso qualora la parte attrice avesse saputo di dover corrispondere oneri urbanistici. Ricevuta dall’ing. M., in data 25 luglio 2012, assicurazione sul fatto che erano stati assolti tutti gli obblighi per la destinazione d’uso urbanistica commerciale, il Comune di Andora aveva invece comunicato che la società Calcestruzzi Miramare avrebbe dovuto pagare somme a titolo di oneri di commercializzazione e oneri di ampliamento concernenti la precedente concessione (per un totale di circa 100.000 Euro), che la parte attrice aveva dovuto versare senza poter più modificare il prezzo di vendita dell’immobile, che era stato ormai fissato con la parte acquirente.

Chiese dunque la società attrice che il convenuto fosse condannato al pagamento della somma di Euro 101.650,01 o, in subordine, ad una somma liquidata in via equitativa.

Si costituì in giudizio il professionista convenuto, chiedendo il rigetto della domanda principale e proponendo domanda riconvenzionale per il pagamento della somma di Euro 21.700 a titolo di competenze professionali non corrisposte. Chiese, inoltre, di poter chiamare in manleva la società Groupama Assicurazioni, per essere da questa garantito in caso di condanna.

Si costituì in giudizio l’indicata società di assicurazioni, chiedendo il rigetto della domanda anche sulla base di una serie di eccezioni relative alla non operatività della polizza nel caso di specie.

Fatta svolgere una c.t.u., il Tribunale rigettò sia la domanda principale, che quella riconvenzionale e condannò la società attrice ed il convenuto, in solido, alla rifusione delle spese in favore della società di assicurazione.

2. La pronuncia è stata impugnata in via principale dalla società Calcestruzzi Miramare e in via incidentale dall’ing. M., e la Corte d’appello di Genova, con sentenza del 24 luglio 2018, ha respinto l’appello principale, ha accolto quello incidentale e, in parziale riforma della sentenza del Tribunale, ha condannato la società Calcestruzzi Miramare a pagare all’ing. M. la somma di Euro 18.529,87 più interessi, nonchè alla rifusione delle spese di entrambi i gradi in favore sia del M. che della società di assicurazione.

2.1. Ha osservato la Corte territoriale che la pronuncia di rigetto della domanda avanzata dalla società attrice doveva essere confermata.

La sentenza ha rilevato che la decisione di primo grado non era corretta nella parte in cui, prendendo alla lettera il testo dell’atto di citazione, aveva sostenuto che la domanda della società Calcestruzzi Miramare doveva essere respinta perchè in quell’atto era stato scritto che il prezzo di vendita sarebbe stato ridotto se la società avesse saputo di dover corrispondere oneri di urbanizzazione. La domanda principale, al contrario, era chiara nel suo contenuto, cioè lamentava di non aver potuto chiedere un prezzo maggiore per la vendita dell’immobile a causa della dedotta negligenza professionale dell’ing. M..

Ciò nonostante, tale domanda non poteva essere accolta. La Corte genovese ha evidenziato, al riguardo, che dalla lettera inviata il 25 luglio 2012 dal professionista alla società da lui assistita risultava una cronistoria delle concessioni edilizie che egli aveva curato, secondo cui erano stati rilasciati titoli abilitativi con doppia destinazione d’uso, artigianale e commerciale; il che rispondeva al vero, perchè l’ing. M. aveva curato per la società Calcestruzzi Miramare la progettazione di un capannone industriale e, successivamente, la variante di completamento del fabbricato ad uso commerciale e artigianale. Per cui l’informazione resa alla parte attrice dal professionista non pareva affatto censurabile.

Oltre a ciò, la Corte ha posto in luce due ulteriori argomenti. Da un lato, la circostanza che la società Calcestruzzi Miramare aveva richiesto una nuova concessione, in data 23 aprile 2012, per trasformare l’edificio da artigianale a commerciale, ma si era servita per questo scopo della collaborazione di un diverso professionista, cioè l’arch. G.. Da un altro lato, non era stato in alcun modo dimostrato che all’ing. M. fosse stato richiesto un parere prima della stipulazione del contratto preliminare, datato del 31 gennaio 2012; per cui poteva concludersi che il prezzo, rimasto confermato in occasione del rogito definitivo, era stato già stabilito, senza che la lettera del 25 luglio 2012 potesse avere un effetto decisivo. E comunque la richiesta di oneri ulteriori da parte del Comune era stata comunicata il 20 giugno 2012, per cui non era mancato il tempo per una negoziazione ulteriore, ad un prezzo maggiorato.

2.2. Così respinto l’appello principale, la Corte genovese è passata all’esame dell’appello incidentale del professionista, che è stato ritenuto fondato.

Richiamate le regole giurisprudenziali circa l’onere della prova nell’adempimento delle obbligazioni, la sentenza d’appello ha osservato che la società Calcestruzzi Miramare si era limitata a contestare genericamente l’esistenza di un obbligo di pagamento di competenze professionali, ma non aveva considerato che l’ing. M. aveva depositato in data 6 aprile 2011 la relazione delle opere da lui progettate, senza che la società committente contestasse alcunchè. Doveva essere quest’ultima, invece, invocando l’inesatto adempimento del professionista, a fornire la prova di tale circostanza, onere che non era stato in alcun modo assolto. Ragione per cui, non esistendo prova dell’effettivo versamento delle somme portate dalle due bozze di fatture reperite dal c.t.u., somme che l’ing. M. contestava di aver ricevuto, i conteggi compiuti dal c.t.u. non potevano essere recepiti sotto questo profilo, pervenendosi quindi alla liquidazione della somma definitiva di Euro 18.529,87.

2.3. La Corte d’appello, infine, ha liquidato le spese rilevando che dovevano essere poste a carico dell’appellante principale anche quelle relative alla società di assicurazione chiamata in giudizio. Pur avendo la società Groupama, infatti, sollevato alcune eccezioni sulla sussistenza della copertura assicurativa, essa non aveva contestato l’esistenza della polizza ed aveva, quindi, lungamente motivato sul perchè fosse da ritenere non operativa. Ragione per cui la chiamata in garanzia non poteva ritenersi ictu oculi arbitraria.

3. Contro la sentenza della Corte d’appello di Genova propone ricorso la società Calcestruzzi Miramare con atto affidato a cinque motivi.

Resistono l’ing. M. e la Groupama Assicurazioni con due separati controricorsi.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo di ricorso si lamenta, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4), violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c., oltre a motivazione illogica e irriducibilmente contraddittoria.

Dopo aver ricapitolato i fatti nel loro storico svolgimento, la parte ricorrente osserva che la sentenza impugnata ha affermato, in relazione alla lettera del 25 luglio 2012, che l’informazione ivi fornita dal professionista non era censurabile, in tal modo andando ad esaminare un profilo non richiesto. La sentenza, invece, avrebbe dovuto stabilire “se l’errore professionale compiuto dall’ing. M. avesse, o meno, causato il pregiudizio lamentato” dalla società attrice; d’altra parte, il compito a lui affidato era quello di determinare la destinazione d’uso del capannone, per cui era chiaro come fosse errata l’affermazione secondo cui nessun contributo era dovuto per la variazione di destinazione.

2. Con il secondo motivo di ricorso si lamenta, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, nn. 3), 4) e 5), violazione e falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., oltre a insufficiente, inesatta o contraddittoria motivazione.

Sostiene la società ricorrente che le espressioni usate dal professionista per escludere l’esistenza di un qualsivoglia obbligo di versamento di ulteriori somme non potevano essere valutate in modo diverso da come essa aveva fatto; cioè nel senso di dare tranquillante certezza di una circostanza rivelatasi poi inesatta. D’altra parte, dalla c.t.u. espletata in primo grado era emerso che una semplice verifica dei pagamenti eseguiti avrebbe dimostrato che la P.A. aveva applicato gli oneri concessori in relazione alla destinazione artigianale dell’immobile e non a quella commerciale; per cui la relativa differenza era a carico della parte richiedente, come l’ing. M. avrebbe facilmente dovuto comprendere.

3. Il primo ed il secondo motivo, da trattare congiuntamente in considerazione dell’evidente connessione tra loro esistente, sono, quando non inammissibili, comunque privi di fondamento.

3.1. Rileva innanzitutto il Collegio che il ricorso è redatto con una tecnica poco rispettosa delle previsioni dell’art. 366 c.p.c., comma 1, nn. 3) e 6), del codice di rito.

Quanto al n. 3), infatti, il ricorso contiene un’esposizione sommaria dei fatti di causa al limite dell’inammissibilità, posto che non individua in modo chiaro quali siano state le diverse argomentazioni delle parti nei gradi di merito, nè il percorso logico da esse seguito per sostenere le rispettive conclusioni.

In relazione, invece, al n. 6) – punto sul quale la Groupama Assicurazioni ha compiuto un’ampia e motivata serie di critiche nel controricorso – è in effetti vero che la tecnica di redazione del ricorso offre il fianco a numerose censure, posto che in esso si fanno continui cenni ad atti e documenti di causa senza indicare in alcun modo nè se nè dove essi siano stati messi a disposizione di questa Corte.

3.2. Tanto premesso, i due motivi sono comunque privi di fondamento.

Quanto al primo, il Collegio osserva che non è configurabile il vizio di ultrapetizione in riferimento ad una valutazione delle prove compiuta dal giudice di merito. Secondo la società ricorrente, la Corte d’appello avrebbe violato l’art. 112 c.p.c. perchè in relazione alla suindicata lettera del 25 luglio 2012 – che l’ing. M. si sarebbe limitato a definire non influente – ha espresso un giudizio di incensurabilità rispetto alle informazioni ivi espresse. Balza all’occhio in modo palese che una simile valutazione di un documento, peraltro nemmeno riprodotto, certamente non può costituire ultrapetizione.

Quanto al secondo motivo, si tratta di censura pure infondata. Glie. artt. 115 e 116 c.p.c. sono invocati fuor di luogo, anche perchè la sentenza ha compiuto una valutazione globale delle prove, considerando il fatto che la pratica per il cambiamento di destinazione da artigianale a commerciale era stata curata da un diverso professionista, che l’avviso era giunto in tempo utile per rinviare il definitivo o per rivederne le condizioni e che il professionista non era stato sentito per la stipula del preliminare. Per cui, in definitiva, la censura, dietro l’apparente prospettazione di una violazione di legge, contiene in realtà una censura di vizio di motivazione che va ben oltre i limiti di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5), e che si risolve nell’evidente tentativo di sollecitare in questa sede un diverso e non consentito esame del merito.

4. Con il terzo motivo di ricorso si lamenta, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), violazione e falsa applicazione dell’art. 115 c.p.c., censurando quella parte della motivazione nella quale la Corte d’appello ha affermato che l’ing. M. non era stato consultato nel momento della stipulazione del contratto preliminare.

Osserva la parte ricorrente che tale circostanza non avrebbe bisogno di essere dimostrata, “nel senso che essa non era mai stata contestata da controparte”; in forza del principio di non contestazione, quindi, dovrebbe ritenersi provato che il professionista avesse rassicurato la propria cliente ancora prima della stipulazione del preliminare circa l’inesistenza di oneri aggiuntivi da versare al Comune di Andora. Neppure sarebbe esatta, poi, l’affermazione della sentenza secondo cui la parte ricorrente era stata informata dell’esistenza dell’obbligo di pagamento già il 20 giugno 2012; a quella data, infatti, essa si era rivolta all’ing. M. per avere conferma della situazione, ricevendo in risposta la citata lettera del 25 luglio 2012.

4.1. Il motivo è inammissibile.

In relazione alla presunta lesione del principio di non contestazione, la censura è inammissibile perchè nulla dice del contenuto degli atti difensivi dell’ing. M., per cui riesce incomprensibile la ragione in base alla quale si dovrebbe ritenere non contestato che il professionista fosse stato consultato prima della stipula del contratto preliminare.

Quanto al diverso profilo relativo al momento esatto nel quale l’odierna società ricorrente ebbe cognizione della sussistenza di oneri ulteriori da sostenere in relazione alla vendita del bene, il Collegio osserva che si tratta di censura inammissibile; da un lato, perchè è tesa in modo evidente ad un riesame del merito, dall’altro perchè essa non coglie la ratio decidendi della sentenza impugnata, la quale ha evidenziato che la lettera del Comune di Andora del 20 giugno 2012 pervenne anche alla società oggi ricorrente e che esisteva perciò un tempo sufficiente a consentire una rinegoziazione del contratto o, almeno, un suo rinvio.

5. Con il quarto motivo di ricorso si lamenta, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), violazione e falsa applicazione dell’art. 1460 c.c. in tema di onere della prova nell’eccezione di inadempimento.

La censura contesta la motivazione della sentenza nella parte in cui essa ha affermato che la società Calcestruzzi Miramare non avrebbe mai contestato le somme indicate nelle parcelle del professionista incaricato. Richiamati i principi della sentenza 30 ottobre 2001, n. 13533, delle Sezioni Unite di questa Corte in tema di onere della prova in caso di inadempimento, la società ricorrente osserva che, se il debitore, convenuto per l’adempimento del contratto, invoca l’eccezione di inadempimento per paralizzare la pretesa dell’attore, “i ruoli sono invertiti”, per cui “chi formula l’eccezione può limitarsi ad allegare l’altrui inadempimento, mentre sarà la controparte a dover neutralizzare l’eccezione”. In base a tali criteri, nulla sarebbe dovuto all’ing. M., contrariamente a quanto stabilito dalla Corte d’appello. La sentenza, inoltre, avrebbe errato anche nel riconoscere la fondatezza della domanda di pagamento del compenso sulla base delle fatture allegate dal professionista, perchè non sussisterebbe la prova che le stesse fossero state inviate alla società ricorrente.

5.1. Il motivo non è fondato.

La censura va analizzata sotto i diversi profili proposti.

Il primo riguarda l’eccezione di inadempimento. Su questo punto la scarsa esposizione dei fatti che connota il ricorso non giova alla parte ricorrente. La sentenza, infatti, ha detto che le somme richieste si riferivano a prestazioni precedenti rispetto alle contestazioni per cui è causa e che i compensi erano stati richiesti dal professionista con una parcella dell’aprile 2011, quindi ben prima dei fatti contestati (v. p. 19); ed ha aggiunto che la Calcestruzzi Miramare non aveva in nulla specificato in cosa consistesse l’inadempimento. Su queste circostanze il ricorso nulla dice, limitandosi la parte ricorrente a dedurre di essersi avvalsa dell’eccezione di inadempimento e richiamando la motivazione del Tribunale. Ora, anche tralasciando la genericità della censura, non è chiaro il richiamo all’onere della prova. La fattura, il lungo tempo trascorso e la mancata contestazione possono essere assunti come elementi di prova unitamente al contesto complessivo; il che è esattamente ciò che la Corte d’appello ha fatto.

La seconda contestazione, tra l’altro non coerente con la violazione dell’art. 1460 c.c. richiamato nella rubrica del motivo, lamenta in punto di fatto che le fatture dell’ing. M. siano state mai recapitate; ma questo è un elemento non esaminabile in questa sede e, probabilmente, del tutto nuovo, tanto più che la parte ricorrente in nulla indica o prova che la questione sia stata posta in sede di merito. Senza contare che la censura non coglie la ratio decidendi della sentenza, la quale ha osservato che l’ing. M. aveva contestato di aver ricevuto i pagamenti di quelle fatture e che l’odierna ricorrente non aveva fornito alcun riscontro dei pagamenti.

Le ulteriori argomentazioni sono tutte rivolte al riesame del merito e, come tali, inammissibili in questa sede.

6. Con il quinto motivo di ricorso si lamenta, in riferimento all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3), violazione e falsa applicazione dell’art. 115 c.p.c., contestando che la condanna alle spese sia stata estesa fino a comprendere anche le spese della società di assicurazioni chiamata in causa dall’ing. M..

Poichè l’operatività della polizza era stata contestata in più punti dalla società Groupama, la parte ricorrente lamenta che le spese di costituzione e difesa di quest’ultima avrebbero dovuto essere poste a carico del professionista autore della chiamata in causa.

6.1. Il motivo non è fondato.

A parte l’evidente improprietà del richiamo all’art. 115 c.p.c. (come correttamente rilevato nel controricorso della società Groupama a p. 23), parametro del tutto inconferente rispetto alla censura, la motivazione della sentenza impugnata è corretta e conforme alla giurisprudenza di questa Corte.

La Corte d’appello ha osservato, come si è detto, che la società di assicurazione chiamata in manleva contestò di dover pagare, ma non contestò l’esistenza del contratto, soffermandosi con ampiezza di argomenti sul fatto che la polizza di assicurazione non fosse nella specie operante. In tal modo, però, la linea difensiva della Groupama dimostra che la chiamata in garanzia non poteva ritenersi arbitraria.

Trova quindi applicazione la giurisprudenza di questa Corte, correttamente richiamata dai giudici genovesi, secondo cui il rimborso delle spese processuali sostenute dal terzo chiamato in garanzia dal convenuto deve essere posto a carico dell’attore, ove la chiamata in causa si sia resa necessaria in relazione alle tesi sostenute dall’attore stesso e queste siano risultate infondate, a nulla rilevando che l’attore non abbia proposto nei confronti del terzo alcuna domanda; mentre il rimborso rimane a carico della parte che abbia chiamato o abbia fatto chiamare in causa il terzo qualora l’iniziativa del chiamante si riveli palesemente arbitraria (sentenze 14 maggio 2012, n. 7431, e 25 settembre 2019, n. 23948, nonchè ordinanze 21 aprile 2017, n. 10070, e 6 dicembre 2019, n. 31889).

Non sussiste, quindi, alcuna violazione di legge.

7. Il ricorso, pertanto, è rigettato.

A tale esito segue la condanna della società ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, liquidate ai sensi del D.M. 10 marzo 2014, n. 55.

Sussistono inoltre le condizioni di cui al D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, per il versamento, da parte della società ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna la società ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di cassazione, liquidate per ciascuno dei controricorrenti in complessivi Euro 5.500, di cui Euro 200 per spese, oltre spese generali ed accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza delle condizioni per il versamento, da parte della società ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Sezione Terza Civile, il 14 settembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 16 novembre 2020

 

 

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