Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25846 del 16/11/2020

Cassazione civile sez. III, 16/11/2020, (ud. 09/09/2020, dep. 16/11/2020), n.25846

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. FRASCA Raffaele – Presidente –

Dott. SCODITTI ENRICO – rel. Consigliere –

Dott. GRAZIOSI Chiara – Consigliere –

Dott. FIECCONI Francesca – Consigliere –

Dott. POSITANO Gabriele – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 36278-2018 proposto da:

COOPERATIVA PROVINCIALE SERVIZI, SOCIETA’ COOPERATIVA SOCIALE

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DI VILLA MASSIMO 33, presso

lo studio dell’avvocato MAURIZIO BENINCASA, che lo rappresenta e

difende unitamente All’avvocato LUCA ROBERTO;

– ricorrenti –

contro

ANNI SERENI SRL, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA A. VESALIO,

22, presso lo studio dell’avvocato FRANCESCO ARNAUD, che lo

rappresenta e difende unitamente all’avvocato MARIAGRAZIA ROMEO;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 2917/2018 della CORTE D’APPELLO di VENEZIA,

depositata il 24/10/2018;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

09/09/2020 dal Consigliere Dott. ENRICO SCODITTI.

 

Fatto

RILEVATO

che:

Cooperativa Provinciale Servizi – Società Cooperativa Sociale (c.p.S.) propose, innanzi al Tribunale di Venezia, opposizione avverso il decreto ingiuntivo emesso in favore di Anni Sereni s.r.l. per l’importo di Euro 584.920,00 a titolo di restituzione dell’importo versato per IVA in sede di pagamento dell’indennità per perdita dell’avviamento commerciale di cui alla L. n. 392 del 1978, art. 34. Il Tribunale adito accolse l’opposizione. Avverso detta sentenza propose appello Anni Sereni. Con sentenza di data 24 ottobre 2018 la Corte d’appello di Venezia accolse l’appello, disponendo la restituzione in favore dell’appellante della somma di Euro 584.920,00, oltre interessi legali dal pagamento fino al saldo.

Osservò la corte territoriale, sulla base di Cass. n. 13345 del 2006, che l’indennità ai sensi della L. n. 392 del 1978, art. 34 non concorreva a formare la base imponibile IVA per carenza dei requisiti di legge, non avendo natura nè corrispettiva nè sinallagmatica, e che l’accordo stipulato fra le parti non aveva valore novativo in quanto, oltre la disciplina delle modalità di subentro nella disponibilità dell’immobile al fine di evitare discontinuità nell’erogazione dei servizi per i degenti, mirava a disciplinare le modalità di corresponsione dell’indennità ai sensi dell’art. 34 determinata dalla sentenza del Tribunale di Venezia nel rispetto dei canoni di legge.

Ha proposto ricorso per cassazione Cooperativa Provinciale Servizi – Società Cooperativa Sociale (c.p.S.) sulla base di cinque motivi e resiste con controricorso la parte intimata. E’ stato fissato il ricorso in camera di consiglio ai sensi dell’art. 380 bis.1 c.p.c.. E’ stata presentata memoria.

Diritto

CONSIDERATO

che:

con il primo motivo si denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 112 c.p.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4. Osserva la parte ricorrente che in sede di opposizione a decreto ingiuntivo era stata eccepita in via subordinata, rispetto alla vigenza dell’obbligo di pagamento dell’IVA di rivalsa per espressa pattuizione, sia la compensazione con il credito risarcitorio vantato da c.p.S., essendo stata proposta l’istanza di restituzione decorso il termine annuale dalla emissione delle fatture, non consentendo così alla contribuente di recuperare con una nota di variazione l’IVA versata, sia l’insussistenza del credito, avendo Anni Sereni recuperato l’IVA pagata con la detrazione (o rimborso) o comunque non avendo dimostrato la mancata detrazione o recupero dell’imposta (ed anzi risultava provato che nell’anno 2011 la locatrice aveva emesso nei confronti della conduttrice fatture per importo imponibile assoggettato ad IVA, sicchè non era vero che Anni Sereni avesse operato in regime di esenzione d’imposta). Aggiunge che tali eccezioni non erano state esaminate dal Tribunale, per essere stato accolto il motivo di opposizione avente ad oggetto la debenza del tributo, ed erano state espressamente riproposte in sede di costituzione in appello. Osserva quindi che il giudice di appello ha omesso di pronunciare in ordine alle eccezioni riproposte.

Il motivo è fondato. La ricorrente ha assolto l’onere processuale previsto dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6 indicando specificatamente sia la sede processuale che il contenuto (mediante trascrizione) dell’eccezione che sarebbe stata pretermessa dal giudice di appello. Ed invero risulta che fra i motivi di opposizione a decreto ingiuntivo vi fosse quello della compensazione del credito di cui all’ingiunzione con credito risarcitorio dell’opponente e quello della stessa insussistenza del credito ingiunto a causa della detrazione o recupero dell’imposta versata con l’indennità di cui all’art. 34. Le eccezioni sono state espressamente riproposte con la comparsa di costituzione in appello, ma la corte territoriale, accogliendo l’appello, ha omesso di pronunciare sulle due eccezioni, violando l’art. 112.

Con il secondo motivo si denuncia omesso esame del fatto decisivo e controverso ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5. Espone la parte ricorrente che l’accordo di esecuzione di data 30 maggio 2011 prevedeva che Anni Sereni si obbligasse a corrispondere in favore di c.p.S. l’indennità di cui all’art. 34 nella misura accertata dal Tribunale di Venezia per l’importo di Euro 2.924.600,00 oltre IVA secondo le modalità fissate dal medesimo accordo, con il reciproco riconoscimento delle parti che con l’adempimento delle obbligazioni di cui all’accordo sarebbe stata data corretta esecuzione alla sentenza del Tribunale e l’impegno ad abbandonare il giudizio di appello relativo alla domanda per la quale era intervenuta la pronuncia di primo grado. Osserva quindi, premesso che il Tribunale si era limitato a condannare Anni Sereni alla corresponsione dell’indennità indicando il criterio di calcolo e senza quantificarne l’importo, che il giudice di appello erroneamente ha ritenuto che l’accordo fosse meramente riproduttivo, quanto all’indennità, del contenuto della sentenza, omettendo di esaminare che solo nel contratto era previsto l’assoggettamento ad IVA dell’indennità e che pertanto fonte dell’obbligo di corrispondere l’indennità e l’IVA era l’accordo contrattuale, con cui era stata transatta la lite, e non la sentenza.

Il motivo è inammissibile. Premesso che anche con riferimento a tale motivo risulta assolto l’onere processuale previsto dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6, il fatto, il cui esame sarebbe stato omesso dal giudice di merito, è la previsione nel contratto, stipulato successivamente alla sentenza di primo grado che aveva riconosciuto il diritto all’indennità di cui alla L. n. 392 del 1978, art. 34 dell’assoggettamento ad IVA della detta indennità. La denuncia del vizio motivazionale mira così a dimostrare che fonte dell’obbligo di pagamento del tributo sarebbe il contratto e non la sentenza che aveva riconosciuto il diritto. In tal modo però la censura assume quale proprio oggetto non un fatto ma il titolo giuridico dell’obbligazione ed attiene quindi non ad una circostanza di fatto, ma alla qualificazione giuridica, come tale non suscettibile di costituire l’oggetto di una denuncia di vizio della motivazione.

Anche a voler seguire la prospettazione della ricorrente, la sentenza impugnata non può comunque essere censurata per l’omesso l’esame del preteso “fatto”, avendo essa valutato l’accordo che denomina “disciplinare” ed avendone negata la natura novativa.

Con il terzo motivo si denuncia violazione e falsa applicazione degli artt. 1965,1362,1363,1372 c.c., D.P.R. n. 633 del 1972, art. 18 ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. Osserva in via preliminare la parte ricorrente che il giudice di appello ha omesso di qualificare giuridicamente l’accordo, in particolare con riferimento alla valenza transattiva del medesimo, e che inoltre ha considerato isolatamente le clausole dell’accordo, e non sulla base del complesso dell’atto e della comune intenzione delle parti, dai quali doveva emergere la natura transattiva dell’accordo, in relazione alla lite pendente, con valore quindi novativo (presente anche nella transazione c.d. conservativa). Aggiunge che la corte territoriale identifica erroneamente l’IVA di rivalsa con l’indennità che ne costituisce la base imponibile, escludendo implicitamente che l’imposta potesse essere oggetto di negoziazione fra le parti, laddove invece la rivalsa dell’IVA ha natura privatistica e può legittimamente essere oggetto di accordo privato.

Il motivo è fondato. Assorbente è la prima censura che emerge dalla complessa articolazione del motivo, e cioè la denuncia della mancanza di qualificazione giuridica dell’accordo, denominato dalla corte territoriale “disciplinare” e del quale si afferma che non avrebbe alcun “valore novativo” rispetto all’indennità, per essere questa stata determinata in via giudiziale. Con riferimento a tali profili della motivazione, non comprensibili in mancanza della qualificazione giuridica dell’atto, la denuncia di omessa qualificazione si traduce in mancanza del giudizio di diritto la quale, a sua volta, si ripercuote sulla stessa motivazione rendendola apparente. La censura in esame deve pertanto qui essere valutata alla stregua di denuncia di mancanza del requisito motivazionale, quale violazione dell’art. 132 c.p.c., n. 4. La carenza di qualificazione giuridica dell’accordo, alla luce delle concrete affermazioni contenute in sentenza, rende incomprensibile quale sia stato il giudizio di diritto del giudice di appello in ordine alla fattispecie, al punto da rendere apparente la motivazione.

Con il quarto motivo si denuncia violazione e falsa applicazione del D.P.R. n. 633 del 1972, artt. 1, 2, 3 e 15, L. n. 392 del 1978, art. 34 ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3. Osserva la parte ricorrente che Cass. n. 13345 del 2006 e la successiva Cass. n. 8559 del 2012 sono relative all’indennità prevista dall’art. 34, comma 1 mentre nel caso di specie l’indennità corrisposta è quella prevista dal comma 2, posto che la locatrice non solo aveva riottenuto l’immobile ma era anche subentrata nell’esercizio dell’attività svolta dalla conduttrice, sicchè l’indennità ha avuto una funzione remuneratoria di un bene immateriale (l’avviamento commerciale) ceduto dalla conduttrice. Aggiunge che l’assoggettamento ad IVA deve a maggior ragione essere riconosciuto in quanto l’indennità risulta prevista da un contratto a prestazioni corrispettive (la restituzione dell’immobile in rapporto sinallagmatico con il pagamento dell’indennità).

Il quarto motivo è inammissibile per sopravvenuto difetto di interesse avendovi la parte ricorrente rinunciato con la memoria depositata.

Con il quinto motivo si denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 2033 c.c., ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4. Osserva la parte ricorrente che la sentenza impugnata prevede la corresponsione degli interessi legali a decorrere dal pagamento in mancanza della prova della malafede, il cui onere probatorio ricade sul solvens.

L’accoglimento del terzo motivo determina l’assorbimento del motivo.

Il regolamento delle spese processuali, anche con riferimento all’istanza ai sensi dell’art. 373 c.p.c., viene riservato al giudice di merito cui si rinvia.

P.Q.M.

accoglie il primo ed il terzo motivo, con assorbimento del quinto motivo, dichiarando per il resto inammissibile il ricorso; cassa la sentenza in relazione ai motivi accolti; rinvia alla Corte di appello di Venezia in diversa composizione, cui demanda di provvedere anche sulle spese del giudizio di legittimità.

Così deciso in Roma, il 9 settembre 2020.

Depositato in Cancelleria il 16 novembre 2020

 

 

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