Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25819 del 31/10/2017

Cassazione civile, sez. III, 31/10/2017, (ud. 15/06/2017, dep.31/10/2017),  n. 25819

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Nel 2007, M.G. e G.A., in proprio e quali legali rappresentanti dei figli minori M. e M.M. convennero in giudizio E.L., C.C. e il Condominio di (OMISSIS), esponendo che il loro figlio M., mentre giocava sul balcone dell’abitazione, di proprietà di E.L. e condotta in locazione dagli attori giusto contratto stipulato con C.C., a seguito del cedimento della ringhiera del balcone stesso, su cui si era appoggiato, era precipitato al suolo per circa dieci metri, riportando gravissime lesioni personali. Chiesero quindi la condanna dei convenuti al risarcimento dei danni derivanti dall’evento lesivo.

Si costituirono i convenuti, chiedendo il rigetto della domanda, sulla base di argomentazioni varie.

In particolare, la E. negò di essere proprietaria dell’appartamento in cui si era prodotto il sinistro.

Costituitasi anche la compagnia assicuratrice Aurora S.p.a., chiamata in causa dal Condominio ed intervenuta volontariamente altra condomina dello stabile, la causa fu istruita mediante interrogatorio formale, prova per testi e c.t.u. tecnica e medico-legale sulla persona del minore.

Il Tribunale di Napoli, con sentenza n. 6932 del 9 maggio 2014, escluse la responsabilità del Condominio, accertando invece quella delle convenute E. e C..

Secondo il Tribunale, gli attori avevano prodotto convincenti prove in ordine alla proprietà dell’immobile da parte della E., a fronte delle quali la difesa della stessa si era limitata ad affermare, senza però documentarla, la sussistenza di un errore nei dati catastali identificativi del cespite.

2. La decisione è stata confermata dalla Corte di Appello di Napoli con ordinanza n. 430 del 28 gennaio 2015, emessa ai sensi dell’art. 348 bis c.p.c.

La Corte ha dichiarato inammissibile l’appello, proposto dalla E. unicamente sotto il profilo della contestata proprietà dell’unità immobiliare ove si è verificato il sinistro, ritenendo che lo stesso appello non avesse una ragionevole probabilità di essere accolto.

Infatti, secondo la Corte, la motivazione adottata del primo giudice è condivisibile considerato, da un lato, che il richiamo operato dall’appellante alle dichiarazioni da lei stessa rese nel libero interrogatorio è assolutamente irrilevante sul piano probatorio, dall’altro lato, che la circostanza che l’usufrutto dell’appartamento condotto in locazione dai M. risultasse, in base alla documentazione in atti (cioè un atto pubblico di divisione di comunione e di donazione di quote), in capo non alla C., ma a L.A., madre della E., non rilevava ai fini della pretesa erroneità della indicazione della E. quale proprietaria, ma semmai, in ordine alla ricorrenza dei presupposti perchè la C. potesse validamente disporne in qualità di locatrice.

Inoltre, sarebbe palesemente inammissibile la c.t.u. invocata dalla E. al fine dell’accertamento della proprietà in questione, peraltro dalla stessa E. attribuita, nel corso del giudizio di primo grado, una volta al figlio di C.C., E.R. – in realtà donatario della nuda proprietà dei cespiti oggetto di altra quota risultante dalla divisione della originaria comunione -, un’altra volta alla C. medesima.

3. Avverso la sentenza del Tribunale di Napoli, propone ricorso in Cassazione E.L., sulla base di cinque motivi.

3.1 Resistono con controricorso i signori M.G. e G.A., in proprio e quali legali rappresentanti dei figli minori M. e M.M., i quali sollevano eccezione di inammissibilità del ricorso per nullità o inesistenza della notifica.

3.2. Le parti hanno depositato memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

4.1. Occorre preliminarmente esaminare l’eccezione di inammissibilità del ricorso sollevata nel controricorso.

Sostengono i resistenti che la notifica tramite pec del ricorso è da considerarsi inesistente, poichè proveniente da un mittente la cui identità non è stata certificata dal sistema, in violazione della L. n. 53 del 1994, art. 3 bis.

In ogni caso, la notifica sarebbe inesistente o quanto meno nulla, anche perchè il messaggio pec non conterrebbe allegati leggibili, nè nel formato firmato elettronicamente (.p7m), nè in quello “libero” (.pdf).

Di conseguenza, non essendo intervenuta alcuna valida notifica entro il termine per la proposizione del ricorso per Cassazione (30 marzo 2015), le parti sarebbero decadute dalla possibilità di proporre gravarne.

4.2. L’eccezione è infondata.

In primo luogo, si deve osservare che, dalla relata di notifica a mezzo pec del ricorso (comprensiva delle ricevute di invio, accettazione e consegna del messaggio), non risultano anomalie con riferimento alla riconducibilità dell’indirizzo pec al difensore del ricorrente.

In secondo luogo, quanto alla pretesa illeggibilità degli allegati del messaggio pec, occorre osservare che la posta elettronica certificata è il sistema che, per espressa previsione di legge (D.P.R. 11 Febbraio 2005, n. 68) consente di inviare e-mail con valore legale equiparato ad una raccomandata con ricevuta di ritorno, presentando rispetto alla posta elettronica ordinaria caratteristiche aggiuntive tali da fornire agli utenti la certezza dell’invio e della consegna (o della mancata consegna) delle e-mail al destinatario.

Tale sistema è stato creato proprio al fine di garantire, in caso di contenzioso, l’opponibilità a terzi del messaggio.

I gestori certificano quindi con le proprie “ricevute” che il messaggio: a. è stato spedito; b. è stato consegnato; c. non è stato alterato.

In ogni avviso inviato dai gestori è apposto anche un riferimento temporale che certifica data ed ora di ognuna delle operazioni descritte. I gestori inviano avvisi anche in caso di errore in una qualsiasi delle fasi del processo (accettazione, invio, consegna) in modo che non possano esserci dubbi sullo stato della spedizione di un messaggio.

Di conseguenza, secondo la giurisprudenza, la semplice verifica dell’avvenuta accettazione dal sistema e della successiva consegna, ad una determinata data ed ora, del messaggio di posta elettronica certificato contenente l’allegato notificato è sufficiente a far ritenere perfezionata e pienamente valida la notifica. L’eventuale mancata lettura dello stesso da parte del difensore per eventuale malfunzionamento del proprio computer andrebbe imputato a mancanza di diligenza del difensore che nell’adempimento del proprio mandato è tenuto a dotarsi dei necessari strumenti informatici e a controllarne l’efficienza (cfr. Cass. pen. Sez. 4, Sent., 18-01-2017, n. 2431).

Si può quindi ritenere che nel momento in cui il sistema genera la ricevuta di accettazione della pec e di consegna della stessa nella casella del destinatario si determina una presunzione di conoscenza della comunicazione da parte del destinatario analoga a quella prevista, in tema di dichiarazioni negoziali, dall’art. 1335 c.c.

Spetta quindi al destinatario, in un’ottica collaborativa, rendere edotto il mittente incolpevole delle difficoltà di cognizione del contenuto della comunicazione legate all’utilizzo dello strumento telematico.

Di conseguenza, nel caso di specie, sarebbe stato dovere del difensore dei controricorrenti informare il mittente della difficoltà nella presa visione degli allegati trasmessi via pec, onde fornirgli la possibilità di rimediare a tale inconveniente.

5.1. Con il primo motivo di ricorso, la ricorrente lamenta la “violazione dell’art. 2051 c.c. e dell’art. 978 e 982 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 – violazione dell’art. 111 Cost. – Violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 1, n. 4, in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3”.

Il Tribunale avrebbe preso una decisione viziata da irriducibile contrasto perchè avrebbe ritenuto che l’obbligo di vigilanza su cui si fonda la responsabilità ex art. 2051 c.c. incomba in pari misura sia sul proprietario che sull’usufruttuario.

Non sarebbe invece configurabile un eguale potere fisico sulla cosa, presupposto del suddetto obbligo di vigilanza da parte di soggetti aventi (ipoteticamente) titoli diversi.

In realtà, l’esercizio di un simile potere da parte di un soggetto escluderebbe che l’altro possa esercitare lo stesso potere (Cass. 19657/2014 e 12280/2004).

Inoltre, un ulteriore contrasto sussisterebbe tra le affermazioni secondo cui in relazione allo stesso immobile vi sarebbe sia un diritto di proprietà piena, attribuito alla ricorrente, sia un diritto di usufrutto, riconosciuto alla C..

5.2. Con il secondo motivo di ricorso, la ricorrente lamenta la “violazione dell’art. 100 c.p.c. – violazione dell’art. 2697 c.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3 – violazione dell’art. 115 c.p.c., in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4”.

Il Tribunale avrebbe erroneamente addossato al convenuto l’onere di dimostrare gli errori sui dati catastali.

Infatti i gli attori, chiedendo al Tribunale di addebitare la responsabilità dell’evento alla E. ai sensi dell’art. 2053 c.c. – che stabilisce la responsabilità legale presunta a carico del proprietario per i danni cagionati dalla rovina dell’edificio – avrebbero assunto l’onere di dimostrare che la stessa E. fosse proprietaria dell’appartamento.

Tale prova non sarebbe stata fornita dagli attori, i quali avrebbero al contrario avanzato dubbi circa l’effettiva proprietà dell’immobile da parte della E..

Gli attori avrebbero dovuto richiedere la scheda catastale relativa all’appartamento, dalla quale avrebbero potuto verificare che la proprietà dell’appartamento condotto in locazione in locazione era diversa da quella risultante dall’atto pubblico di divisione.

5.3. Con il terzo motivo di ricorso, la ricorrente lamenta la “violazione dell’art. 832 c.c. e dell’art. 981 c.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3”.

Il Tribunale avrebbe affermato la responsabilità della signora E. pur accertando che la stessa non ha mai utilizzato l’immobile nè ha mai disposto dello stesso in modo pieno ed esclusivo.

Nel nostro ordinamento, però non sarebbe concepibile che il diritto di proprietà di un bene sia disgiunto dal potere di disposizione sul bene stesso, che costituisce il primo fondamentale attributo della proprietà. (Cass. 58/1706).

5.4. Con il quarto motivo di ricorso, la ricorrente lamenta la “violazione dell’art. 116 c.p.c. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4”.

La sentenza sarebbe nulla in quanto il Tribunale avrebbe erroneamente attribuito all’unico documento esibito dagli attori (l’atto pubblico di divisione) il valore di “convincenti prove documentali”.

Al contrario, il giudice di primo grado avrebbe dovuto considerare tale documento nei limiti del prudente apprezzamento di cui all’art. 116 c.p.c.

Inoltre, non si potrebbe considerare quale “attestato di proprietà” di un immobile il contratto di divisione, quando è pacifico che la persona indicata nell’atto è priva del potere di disposizione del bene.

5.5. Con il quinto motivo di ricorso, la ricorrente denuncia la “violazione dell’art. 1362 c.c. e ss. in relazione all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 3”.

Nell’attribuire efficacia di prova della proprietà all’atto di divisione della comunione, il Tribunale avrebbe violato le regole di ermeneutica contrattuale.

Infatti, se avesse correttamente tenuto conto del comportamento complessivo tenuto dalle parti successivamente all’atto di divisione, avrebbe dovuto rilevare che, sin dal compimento dello stesso, la ricorrente non avrebbe mai disposto dell’immobile nel quale si è verificato l’incidente poichè dello stesso avrebbero sempre disposto gli usufruttuari E.G. e C..

Inoltre, il Tribunale avrebbe dovuto interpretare le clausole dell’atto di divisione l’una per mezzo delle altre, attribuendo a ciascuna il senso che risultava dal complesso dell’atto, ed avrebbe dovuto rilevare che l’appartamento assegnato alla ricorrente le era stato attribuito a titolo di proprietà piena, con riserva dell’usufrutto uxorio a favore della madre, con conseguente esclusione di un possibile contemporaneo usufrutto della C..

6. Il ricorso è fondato per quanto di ragione.

Sussiste infatti la lamentata nullità della sentenza per irriducibile contrasto logico-giuridico tra le argomentazioni che ne costituiscono il fondamento.

L’accertamento, da parte della medesima sentenza, dell’esistenza sul bene immobile condotto in locazione dai M. di un diritto di usufrutto in capo alla C. (circostanza pacifica tra le parti), avrebbe dovuto portare il Tribunale ad escludere la configurabilità di una proprietà “piena”, non limitata, in capo alla E., essendo il primo diritto reale incompatibile con il secondo.

La conseguenza di quanto sopra detto è che l’art. 2051 c.c. non può applicarsi ad entrambi in quanto non è ipotizzabile un eguale potere fisico sulla cosa da parte di persone aventi ipoteticamente titoli diversi, perchè l’obbligo di vigilanza presuppone un potere fisico sulla cosa e quindi l’esercizio esclusivo di tale potere da parte dell’uno esclude che l’altro possa esercitare lo stesso potere. Tale principio si applica anche nel rapporto proprietario usufruttuario.

Pertanto la Corte d’Appello deve riesaminare l’atto di divisione nella sua complessità, al di là dell’indicazione dell’interno, ed al fine della individuazione del proprietario e/o usufruttuario dell’unità immobiliare in questione dovrà fare riferimento sia alla descrizione dell’immobile (confini e planimetria), sia al comportamento delle parti successivo alla divisione.

7. La Corte accoglie il ricorso per quanto di ragione e rinvia anche per le spese di legittimità, alla Corte d’Appello di Napoli in diversa composizione.

PQM

la Corte accoglie il ricorso per quanto di ragione e rinvia anche per le spese di legittimità, alla Corte d’Appello di Napoli in diversa composizione.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio della Sezione Terza Civile della Corte Suprema di Cassazione, il 15 giugno 2017.

Depositato in Cancelleria il 31 ottobre 2017

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