Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25811 del 31/10/2017


Clicca qui per richiedere la rimozione dei dati personali dalla sentenza

Cassazione civile, sez. III, 31/10/2017, (ud. 17/05/2017, dep.31/10/2017),  n. 25811

 

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CHIARINI Maria Margherita – Presidente –

Dott. SESTINI Danilo – rel. Consigliere –

Dott. SCARANO Luigi Alessandro – Consigliere –

Dott. GRAZIOSI Chiara – Consigliere –

Dott. PELLECCHIA Antonella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 7363/2015 proposto da:

CTF CENTRO TERAPIA FISICA E RIABILITAZIONE SRL, in persona

dell’amministratore e legale rappresentante Dott.ssa

R.A.E., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA COSSERIA 2, presso lo

studio dell’avvocato ALFREDO PLACIDI, rappresentata e difesa

dall’avvocato GENOVEFFA SELLITTI giusta procura a margine del

ricorso;

– ricorrente –

contro

ASL NAPOLI (OMISSIS) SUD, in persona del Commissario Straordinario e

legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in

ROMA, VIA POLI N. 29, presso REGIONE CAMPANIA SEDE RAPPRESENTANZA,

rappresentata e difesa dagli avvocati LUCREZIA VELOTTI, EDUARDO

MARTUCCI giusta procura in calce al controricorso;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 2586/2014 della CORTE D’APPELLO di NAPOLI,

depositata il 04/08/2014;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

17/05/2017 dal Consigliere Dott. DANILO SESTINI;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

MISTRI Corrado, che ha concluso per il rigetto del ricorso;

udito l’Avvocato GENOVEFFA SELLITTI;

udito l’Avvocato EDUARDO MARTUCCI.

Fatto

FATTI DI CAUSA

La C.T.F. – Centro Terapia Fisica e Riabilitazione s.r.l., locatrice di un complesso immobiliare denominato “(OMISSIS)” in forza di contratto stipulato con la ASL NA/(OMISSIS) il 28.12.2000, agì nei confronti della conduttrice per sentir dichiarare che la clausola 6 del contratto di locazione era nulla nella parte in cui sottoponeva la determinazione del canone al parere dell’UTE e che era dovuto il corrispettivo contrattualmente convenuto, nonchè – e conseguentemente – per sentir dichiarare la risoluzione, per inadempimento della ASL, del predetto contratto e della transazione sottoscritta il 19.12.2000 (con cui era stata definita – con rinuncia agli atti – la controversia concernente un precedente contratto di locazione stipulato il 24.1.1997), con consequenziale pronuncia di risoluzione del detto contratto e della connessa convenzione di assistenza alberghiera; il tutto con condanna della ASL all’immediato rilascio dell’immobile e al risarcimento dei danni; in subordine, per sentir accertare la manifesta iniquità ed erroneità del canone quantificato dall’Agenzia del Territorio e per sentirlo determinare secondo i valori di mercato e, comunque, in via ulteriormente gradata, per ottenere il risarcimento dei danni conseguenti alla violazione, da parte della ASL, dell’obbligo di buona fede nelle trattative e nell’esecuzione del contratto.

Il Tribunale di Torre Annunziata rigettò le domande, con sentenza che è stata confermata dalla Corte di Appello di Napoli.

Ha proposto ricorso per cassazione la C.T.F. – Centro Terapia Fisica e Riabilitazione s.r.l., affidandosi a quattro motivi; ha resistito, con controricorso, la ASL Napoli (OMISSIS) (già ASL NA/(OMISSIS)); la ricorrente ha depositato memoria.

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Il primo motivo (che denuncia “violazione e falsa applicazione del L. n. 84 del 1978, artt. 60 e 61, nonchè D.P.R. n. 696 del 1979, art. 61 e art. 99 c.p.c.”), censura la Corte per avere affermato che la C.T.F. non aveva individuato norme specifiche applicabili al contratto di locazione, tali da escludere la necessità del parere previsto dal D.P.R. n. 696 del 1979, art. 61 (in relazione dell’art. 61, u.c., in base al quale “il parere di cui al comma precedente non va richiesto per i contratti di locazione il cui canone è disciplinato da disposizioni legislative”): la ricorrente si duole che la Corte abbia violato il principio iura novit curia, non provvedendo essa stessa ad individuare le norme applicabili, ed evidenzia come il contratto richiamasse la disciplina di cui alla L. n. 392 del 1978, che risultava pertanto operante ed escludeva la necessità del parere tecnico.

1.1. Il motivo è infondato: nonostante l’inciso “nè avendola individuata l’appellante”, la Corte ha compiuto un proprio accertamento sulla inesistenza di disposizioni legislative volte a disciplinare il canone; e tale accertamento risulta corretto se si considera che la ratio della previsione è quella di escludere la necessità del parere soltanto laddove il canone sia determinato dalla legge e che – nel caso in esame – tale ipotesi non risultava integrata per effetto del mero richiamo alla disciplina della L. n. 392 del 1978, che non valeva a fornire elementi per la quantificazione del canone, ma solo per il suo adeguamento e per quanto altro non espressamente previsto.

2. Col secondo motivo (“violazione e falsa applicazione dell’art. 1349 c.c. e dell’art. 61 c.p.c.”), la ricorrente si duole che la Corte, pur avendo affermato che il parere dell’UTE non era vincolante ed era riconducibile nell’alveo dell’art. 1349 c.c., non abbia “poi provveduto alla determinazione del canone pur in presenza della manifesta erroneità ed iniquità di quello determinato dall’UTE”, con ciò violando anche la previsione dell’art. 61 c.p.c., in quanto la sentenza si era discostata, senza neanche un accenno di motivazione, dalle risultanze della c.t.u..

2.1. Col terzo motivo (che denuncia la violazione e falsa applicazione dell’art. 1362 c.c. e dell’art. 115 c.p.c.), la ricorrente contesta che il contratto presentasse elementi di aleatorietà accettati dalla C.T.F. e che questa avesse inteso vincolarsi ad una determinazione unilaterale del canone, rilevando che – al contrario – la locatrice aveva rinunziato al giudizio vertente sul contratto del 1997 solo a condizione che venisse concluso un nuovo contratto sulla base di un canone “concordato” e, inoltre, aveva sempre contestato la quantificazione del canone da parte dell’UTE.

2.2. Entrambi i motivi – che possono essere esaminati congiuntamente – sono inammissibili, in quanto:

ruotano intorno all’applicazione della clausola 6 del contratto (quella che prevedeva l’intervento dell’UTE), senza provvedere a trascriverla, ai sensi dell’art. 366 c.p.c., n. 6, in modo tale da consentire alla Corte di disporre, sulla base della sola lettura del ricorso, degli elementi necessari per lo scrutinio delle censure; neppure risultano trascritte o almeno indicate, ai fini dell’autosufficienza del ricorso, le ragioni della stima dell’U.T.E. e della c.t.u. (di cui la sentenza neppure dà conto);

non investono specificamente la ratio della decisione nella parte fondante – in cui ha affermato che, sottoscrivendo la clausola n. 6, le parti avevano “accettato l’eventualità che la concordata entità del canone potesse essere soggetta a variazioni in dipendenza del parere dell’UTE” e che da ciò era derivato un vincolo che costituiva “estrinsecazione dell’autonomia contrattuale” e che rimaneva insensibile alle successive manifestazioni di volontà della C.T.F.;

postulano una rivisitazione del fatto (in punto di accertamento dell’erroneità e dell’iniquità del canone accertato dall’UTE e in punto di apprezzamento della condotta tenuta dalla locatrice nel periodo successivo alla stipulazione del contratto) che non è consentita in sede di legittimità.

3. Il quarto motivo denuncia l’omesso esame di un fatto decisivo e l'”omessa pronuncia sulla domanda subordinata di risarcimento dei danni subiti per il primo contratto”, nonchè la violazione e falsa applicazione degli artt. 1322 e 1325 c.c. e dell’art. 112 c.p.c..

La ricorrente assume che la Corte non aveva considerato che la C.T.F. aveva lamentato di non essere stata informata della delibera dell’8.2.2001 (con cui la Giunta Regionale aveva sospeso l’esecutività della delibera autorizzativa del contratto di locazione) ed evidenzia che tale condotta era stata rilevante (in relazione alle previsioni degli artt. 1337 e 1375 c.c.) in quanto, se avesse avuto comunicazione della Delib., la locatrice avrebbe interrotto le opere di adeguamento evitando di sostenerne le spese; assume, inoltre, che la Corte aveva “omesso di considerare il collegamento negoziale tra il contratto di locazione a quelle condizioni pattuite e la transazione”.

Sotto altro profilo, si duole che la sentenza abbia, “tra le altre domande, completamente ignorato anche quella proposta dalla C.T.F. e finalizzata ad ottenere la declaratoria di risoluzione per inadempimento del contratto di locazione del 24/1/1997 e della connessa convenzione”.

3.1. Il motivo è inammissibile quanto ai primi profili, che sono volti a sollecitare accertamenti e valutazioni di merito non consentiti in sede di legittimità.

E’ infondato quanto all’ultimo profilo, dato che la Corte ha pronunciato – seppure sinteticamente – su tutte le domande, considerandole “travolte” dalla “denegata (…) sussistenza di ogni presupposto dell’inadempimento imputato alla ASL”.

4. Le spese di lite seguono la soccombenza.

5. Trattandosi di ricorso proposto successivamente al 30.1.2013, sussistono le condizioni per l’applicazione del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater.

PQM

La Corte rigetta il ricorso e condanna la ricorrente a rifondere alla controricorrente le spese di lite, liquidate in Euro 7.800,00 per compensi, oltre alle spese forfettarie nella misura del 15 per cento, agli esborsi liquidati in Euro 200,00 e agli accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1-quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1-bis.

Così deciso in Roma, il 17 maggio 2017.

Depositato in Cancelleria il 31 ottobre 2017

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA