Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25797 del 14/12/2016


Clicca qui per richiedere la rimozione dei dati personali dalla sentenza

Cassazione civile, sez. VI, 14/12/2016, (ud. 07/07/2016, dep.14/12/2016),  n. 25797

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE L

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. CURZIO Pietro – Presidente –

Dott. ARIENZO Rosa – Consigliere –

Dott. FERNANDES Giulio – Consigliere –

Dott. GARRI Fabrizia – rel. Consigliere –

Dott. MANCINO Rossana – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 10550-2014 proposto da:

M.F., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA ARCHIMEDE

122, presso lo studio dell’avvocato FABIO MICALI, rappresentata e

difesa dall’avvocato FRANCESCO MICALI, giusta mandato speciale a

margine del ricorso;

– ricorrente –

contro

INPS – ISTITUTO NAZIONALE PREVIDENZA SOCIALE, in persona del suo

legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA CESARE BECCARLA 29, presso L’AVVOCATURA CENTRALE

DELL’ISTITUTO, rappresentato e difeso dagli Avvocati MAURO RICCI,

CLEMENTINA PULLI, EMANUELA CAPANNOLO, giusta procura speciale a

margine del controricorso;

– controricorrente –

e contro

MINISTERO ECONOMIA FINANZE, (OMISSIS), in persona del Ministro pro

tempore, elettivamente domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12,

presso L’AVVOCATURA GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e

difende ope legis;

– resistente –

avverso la sentenza n. 1378/2013 della CORTE D’APPELLO di MESSINA del

20/06/2013, depositata il 06/09/2013;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

07/07/2016 dal Consigliere Relatore Dott. FABRIZIA GARRI;

udito l’Avvocato Mauro Ricci difensore del resistente che si riporta

ai motivi.

Fatto

FATTO E DIRITTO

1. La Corte di appello di Messina ha confermato la sentenza del Tribunale di Mistretta che aveva, a sua volta aveva rigettato la domanda di M.F. intesa al riconoscimento del diritto a percepire la pensione di inabilità, o in subordine l’assegno di assistenza, avendo verificato l’insussistenza del requisito economico che deve concorrere con quello sanitario e dell’incollocazione (per quanto concerne l’assegno) per il riconoscimento del diritto.

2. Per la cassazione della sentenza ricorre M.F. con due motivi cui resiste con tempestivo controricorso l’Inps mentre il Ministero dell’Economia e delle Finanze si è costituito al solo fine di partecipare alla discussione.

3. Tanto premesso il ricorso è manifestamente infondato.

3.1. Nei giudizi volti al riconoscimento del diritto a pensione o ad assegno di invalidità civile, il requisito reddituale, al pari del requisito sanitario e di quello socio – economico (c.d. incollocazione al lavoro), costituisce elemento costitutivo del diritto, la cui sussistenza va verificata anche d’ufficio ed è preclusa solo dalla relativa non contestazione, ove la situazione reddituale sia stata specificamente dedotta, nonchè dal giudicato, nel caso in cui non sia stato proposto sul punto specifico motivo di appello (cfr. Cass. n. 16395/2008 e recentemente Cass. n. 11966 del 2015 in motivazione). Il giudice, poi, ha l’obbligo di rilevare d’ufficio l’esistenza di una norma di legge idonea ad escludere, alla stregua delle circostanze di fatto già allegate ed acquisite agli atti di causa, il diritto vantato dalla parte, e ciò anche in grado di appello, senza che su tale obbligo possa esplicare rilievo la circostanza che in primo grado le questioni controverse abbiano investito altri e diversi profili di possibile infondatezza della pretesa in contestazione e che la statuizione conclusiva di detto grado si sia limitata solo a tali diversi profili, atteso che la disciplina legale inerente al fatto giuridico costitutivo del diritto è di per se sottoposta al giudice di grado superiore, senza che vi ostino i limiti dell’effetto devolutivo dell’appello (cfr. Cass. 10.4.2013 n. 8764).

3.2. Nella specie la ricorrente, cui il giudice di primo grado aveva negato la prestazione avendo escluso che sussistessero le condizioni sanitarie necessarie al conseguimento delle stesse, ha documentato il reddito proprio e quello del coniuge e la Corte di appello ha verificato l’avvenuto superamento dei limiti dettati per entrambe le prestazioni azionate.

3.3. Sulla questione attinente alla computabilità o meno del reddito del coniuge ai fini dell’integrazione del requisito economico, costitutivo del diritto alla pensione di inabilità civile, ha inciso lo ius superveniens costituito dal D.L. 28 giugno 2013, n. 76, art. 10, commi 5 e 6, conv. in L. 9 agosto 2013, n. 99 (“Primi interventi urgenti per la promozione dell’occupazione, in particolare giovanile, della coesione sociale, nonchè in materia di Imposta sul valore aggiunto (IVA) e altre misure finanziarie urgenti”).

Prima di tale ultimo intervento legislativo questa Corte aveva ritenuto che “ai fini dell’accertamento della sussistenza del requisito reddituale per l’assegnazione della pensione di inabilità agli invalidi civili assoluti, di cui alla L. n. 118 del 1971, art. 12, assume rilievo non solamente il reddito personale dell’invalido, ma anche quello (eventuale) del coniuge del medesimo, onde il beneficio va negato quando l’importo di tali redditi, complessivamente considerati, superi il limite determinato con i criteri indicati dalla norma suindicata” (cfr. Cass. nn. 16363/2002, 16311/2002, 12266/2003, 14126/2006, 13261/2007, n. 4677, 5003, 5009, 5016 del 2011 e 10658 del 2012).

3.4. Con il D.L. 28 giugno 2013, n. 76, all’art. 10, comma 5, ha inserito, dopo il D.L. 30 dicembre 1979, n. 663, art. 14 septies, comma 6, convertito, con modificazioni, dalla L. 29 febbraio 1980, n. 33, il legislatore ha stabilito che: “Il limite di reddito per il diritto alla pensione di inabilità in favore dei mutilati e degli invalidi civili, di cui alla L. 30 marzo 1971, n. 118, art. 12, è calcolato con riferimento al reddito agli effetti dell’IRPEF con esclusione del reddito percepito da altri componenti del nucleo familiare di cui il soggetto interessato fa parte”. In numerose sentenze (cfr. Cass. n. 27812 del 2013, n. 28565 del 2013 e, recentemente, Cass. n. 11688 del 2015 ed ivi numerosi riferimenti) è stato affermato che con tale previsione il legislatore ha inteso definire un nuovo regime reddituale senza, tuttavia, pregiudicare le posizioni di tutti quei soggetti che, avendo presentato domanda nella vigenza della precedente normativa non avessero ancora visto la definizione in sede amministrativa del procedimento ovvero fossero parti di un procedimento giudiziario ancora sub iudice. Il diritto alla pensione, sulla base dei nuovi requisiti stabiliti, decorrerà solo dalla data di entrata in vigore della nuova disposizione (28.6.2013) e non possono essere pagati importi arretrati sulle prestazioni riconosciute. Peraltro, ove tale pagamento sia già intervenuto, le somme erogate non sono recuperabili purchè il loro riconoscimento sia intervenuto prima della data di entrata in vigore del nuovo requisito reddituale e risulti comunque rispettoso dello stesso (cfr. Cass. n. 26120 del 2014 ed anche Cass. n. 19658 del 2012).

3.5. Nel caso in esame è stato accertato che dal cumulo dei redditi della ricorrente con quelli del coniuge deriva il superamento dei limiti fissati per il riconoscimento della prestazione assistenziale azionata.

3.6. Non trova applicazione la novella legislativa che introduce quale requisito il solo reddito dell’invalido atteso che la M., nata il (OMISSIS), a quella data (il 28 giugno 2013) aveva già compiuto il sessantacinquesimo anno di età e, pertanto, non poteva più beneficiare delle prestazioni assistenziali azionate.

4.- In conclusione il ricorso deve essere rigettato perchè manifestamente infondato.

5.- Quanto alle spese queste vanno compensate con il Ministero che costituitosi al solo fine della partecipazione alla discussione non si è poi presentato all’udienza odierna. Quelle sostenute dall’Inps, liquidate in dispositivo, vanno poste a carico della ricorrente soccombente non sussistendo le condizioni di cui all’art. 152 disp. att. c.p.c. per tenerla esente.

6.- La circostanza che il ricorso sia stato proposto in tempo posteriore al 30 gennaio 2013 impone di dar atto dell’applicabilità del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17. Invero, in base al tenore letterale della disposizione, il rilevamento della sussistenza o meno dei presupposti per l’applicazione dell’ulteriore contributo unificato costituisce un atto dovuto, poichè l’obbligo di tale pagamento aggiuntivo non è collegato alla condanna alle spese, ma al fatto oggettivo – ed altrettanto oggettivamente insuscettibile di diversa valutazione – del rigetto integrale o della definizione in rito, negativa per l’impugnante, dell’impugnazione, muovendosi, nella sostanza, la previsione normativa nell’ottica di un parziale ristoro dei costi del vano funzionamento dell’apparato giudiziario o della vana erogazione delle, pur sempre limitate, risorse a sua disposizione (così Cass., Sez. Un., n. 22035/2014).

PQM

La Corte, rigetta il ricorso.

Condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità in favore dell’Inps che si liquidano in Euro 2500,00 per compensi professionali, Euro 100,00 per esborsi, 15% per spese forfetarie ed accessori come per legge.

Compensa le spese tra la ricorrente ed il Ministero dell’economia e delle finanze.

Ai sensi del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte della ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso principale a norma dell’art. 13, comma 1 bis citato D.P.R..

Così deciso in Roma, il 7 luglio 2016.

Depositato in Cancelleria il 14 dicembre 2016

LEGGI ANCHE


NEWSLETTER

Iscriviti per rimanere sempre informato e aggiornato.

CERCA CODICI ANNOTATI

CERCA SENTENZA