Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25709 del 27/10/2017

Cassazione civile, sez. VI, 27/10/2017, (ud. 23/06/2017, dep.27/10/2017),  n. 25709

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DOGLIOTTI Massimo – rel. Presidente –

Dott. CRISTIANO Magda – Consigliere –

Dott. DE CHIARA Carlo – Consigliere –

Dott. NAZZICONE Loredana – Consigliere –

Dott. FALABELLA Massimo – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 18620-2016proposto da:

P.I., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA OSLAVIA 6,

presso lo studio dell’avvocato PIERLUIGI ACQUARELLI, rappresentata e

difesa dall’avvocato CARLO STASI;

– ricorrente –

contro

D.A., elettivamente domiciliato in ROMA, LARGO LUIGI

ANTONELLI N. 27, presso lo studio dell’avvocato PATRIZIA UBALDI, che

lo rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso l’ordinanza n. 1334/2015 V.G. della CORTE D’APPELLO di LECCE,

depositata il 25/01/2016;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio non

partecipata del 23/06/2017 dal Consigliere Dott. LOREDANA NAZZICONE.

Fatto

RILEVATO

– che la parte ricorrente ha proposto ricorso, sulla base di tre motivi, avverso la sentenza della Corte d’appello di Lecce del 25.1.2016 che, per quanto ancora rileva, ha confermato la decisione del tribunale, laddove essa ha escluso la retroattività dell’assegno di mantenimento, il relativo obbligo decorrendo dalla domanda giudiziale; ha disposto che la madre, genitore presso cui il figlio ha collocamento prevalente, lo accompagni ogni due mesi per un fine settimana da Lecce, dove ella risiede, a Roma, per consentirne la frequentazione del padre e degli altri parenti di lui;

– che si difende con controricorso l’intimato;

– che la parte ricorrente ha chiesto la trattazione a breve del ricorso, istanza accolta dal presidente;

– che è stata ravvisata la sussistenza dei presupposti per la trattazione camerale, ai sensi dell’art. 380 c.p.c.;

– che in data 21 giugno 2017 la ricorrente ha depositato rinuncia al ricorso.

Diritto

CONSIDERATO

– che la ricorrente ha dichiarato di rinunciare al ricorso, senza che consti l’accettazione di controparte;

– che, pertanto, occorre, da un lato, dare conto dell’estinzione del giudizio e, dall’altro lato, provvedere alle spese del medesimo secondo il principio della soccombenza virtuale;

– che, dunque, il primo motivo, il quale lamenta la violazione degli artt. 147,148 e 316-bis c.c., per avere la corte del merito escluso la debenza della somma con riguardo ai due mesi anteriori alla proposizione della domanda giudiziale di condanna alla corresponsione dell’assegno di mantenimento per il figlio minore, escludendo la retroattività di detto obbligo – laddove, nell’assunto della ricorrente, essa aveva agito in regresso per i due mesi in questione – è manifestamente inammissibile, in quanto l’interpretazione della domanda giudiziale è riservata al giudice del merito, il cui giudizio li risolve in un accertamento di fatto (Cass. 6 maggio 2015, n. 9011; Cass. 12 dicembre 2005, n. 27428; Cass. 14 marzo 2006, n. 5491; Cass. 26 giugno 2007, n. 14751), avendo la sentenza impugnata fatto poi corretta applicazione del principio secondo cui il giudice non è condizionato dalle formali parole utilizzate dalla parte, ma deve tener conto della situazione dedotta in causa e della volontà effettiva, nonchè delle finalità che la parte intende perseguire (Cass. 18 marzo 2014, n. 6226);

– che il secondo motivo, con il quale si censura l’omesso esame di fatto decisivo ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, consistente nel non avere la corte del merito considerato – nel confermare in Euro 700,00 mensili la misura dell’assegno di mantenimento – l’onere economico derivante alla madre dall’esigenza di ottemperare all’accompagnamento del minore a Roma (dove permane necessariamente l’intero fine settimana) ogni due mesi, è manifestamente infondato, dal momento che la corte del merito ha ampiamente argomentato su tale modalità di assicurare la presenza del figlio presso il genitore, dimostrando altresì perfetta consapevolezza e cognizione dell’onerosità anche economica di tale incombente: ciò, invero, dimostra specularmente, laddove prevede che, se fosse il padre a dover prelevare il bambino, portarlo a Roma con sè, riaccompagnarlo a Lecce e quindi tornare a Roma, egli dovrebbe raddoppiare addirittura tali viaggi (v. p. 5 della sentenza impugnata), onde è apparso più ragionevole alla corte d’appello, così come prima al tribunale, disporre il contrario, anche per permettere la frequentazione con l’intera famiglia del genitore;

– che, in sostanza, non è integrata la fattispecie dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, riformulato dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54 convertito, con modificazioni, in L. 7 agosto 2012, n. 134, con riguardo al vizio di omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia) (Cass., sez. un., 7 aprile 2014, n. 8053), atteso che il fatto storico, rilevante in causa, della onerosità di tale previsione è stata presa in considerazione dal giudice;

– che il terzo motivo, il quale lamenta la violazione degli artt. 337-ter, 1175 e 1375 c.c., per avere la statuizione predetta comportato un sacrificio troppo rilevante per gli interessi della genitrice, è manifestamente inammissibile, in quanto, sotto l’egida del vizio di violazione di legge, mira in realtà a riproporre la valutazione circa le modalità e i tempi più opportuni per assicurare al minore la presenza di entrambi i genitori;

– che occorre, dunque, pronunciare condanna alle spese a carico della ricorrente;

– che, invece, non si dà la pronuncia al raddoppio del contributo unificato, posto che, in materia di impugnazioni, la declaratoria di estinzione del giudizio esclude l’applicabilità del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, relativo all’obbligo della parte impugnante non vittoriosa di versare una somma pari al contributo unificato già versato all’atto della proposizione dell’impugnazione (Cass., ord. 30 settembre 2015, n. 19560).

PQM

La Corte dichiara il giudizio estinto e condanna la ricorrente al pagamento delle spese di lite del giudizio di legittimità, liquidate in Euro 3.000,00 complessive, di cui Euro 100,00 per esborsi, oltre alle spese forfetarie ed agli accessori di legge.

In caso di diffusione del presente provvedimento, dispone omettersi le generalità e gli altri dati identificativi delle parti, a norma del D.Lgs. n. 196 del 2003, art. 52.

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio, il 23 giugno 2017.

Depositato in Cancelleria il 27 ottobre 2017

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