Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25626 del 14/11/2013


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Civile Sent. Sez. 3 Num. 25626 Anno 2013
Presidente: FINOCCHIARO MARIO
Relatore: MASSERA MAURIZIO

SENTENZA

sul ricorso 24233-2007 proposto da:
ITALFONDIARIO

S.P.A.00399750587

in

qualita’

di

mandataria di CASTELLO FINANCE S.R.L. nonche’ di
INTESA SAN PAOLO S.P.A., in persona del procuratore
sott. GIUSEPPE BOTTERO, elettivamente domiciliata in
ROMA, VIA BISSOLATI 76, presso lo studio
2013
1909

dell’avvocato GARGANI BENEDETTO, che la rappresenta e
difende giusta delega in atti;
– ricorrente contro

LORIA ROCCO, LORIA MAURIZIO PASQUALE, elettivamente

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Data pubblicazione: 14/11/2013

domiciliati in ROMA, CIRCONVALLAZIONE CLODIA 86,
presso lo studio dell’avvocato STERPETTI EMILIO, che
li rappresenta e difendegiusta delega in atti;
– controricorrenti

avverso la sentenza n. 7840/2007 del TRIBUNALE di

udita la relazione della causa svolta nella pubblica
udienza del 16/10/2013 dal Consigliere Dott. MAURIZIO
MAS SERA;
udito l’Avvocato ROBERTO CATALANO per delega;
udito l’Avvocato LEOPOLDO DE’ MEDICI per delega;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore
Generale Dott. ANTONIETTA CARESTIA che ha concluso
per il rigetto del ricorso.

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ROMA, depositata il 17/04/2007 R.G.N. 19842/2005;

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

.1 – Con sentenza in data 21 marzo – 17 aprile 2007 il
Tribunale di Roma, in accoglimento dell’opposizione proposta
da Maurizio Pasquale Loria e Rocco Loria all’esecuzione
promossa nei loro confronti da Intesa Gestione Crediti S.pA.,

il credito portato dal decreto ingiuntivo all’origine della
esecuzione.
.2 – Il Tribunale osservò per quanto interessa: era legittima
la notificazione dell’atto di opposizione effettuata presso il
domiciliatario ex art. 141 c.p.c.; il credito portato dal
titolo esecutivo era prescritto, poiché l’intervento spiegato
da Banca Intesa in un giudizio promosso da un terzo per
ottenere declaratoria di simulazione assoluta o in subordine
di inefficacia di alcuni atti dispositivi non valeva come atto
interruttivo.
.3 – Avverso la suddetta sentenza Italfondiario S.p.A.,
legittimato per effetto di successive incorporazioni, ha
proposto ricorso per cassazione affidato a tre motivi.
I Loria hanno resistito con controricorso.
Il ricorso, originariamente chiamato all’udienza del 29 maggio
2013, venne rinviato a causa dell’astensione dalle udienze da
parte degli avvocati.

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quale mandataria di Banca Intesa S.p.A., dichiarò prescritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

.1.1 – Il primo motivo solleva questione di costituzionalità
dell’art. 616 c.p.c. in relazione agli artt. 3 e 24 della
Costituzione.
Assume la ricorrente che la norma processuale indicata lede

ragioni di merito, considerato che il debitore ha la
possibilità di scegliere se promuovere un giudizio ordinario,
ovvero un giudizio di opposizione, che comporta la perdita
d’un grado di cognizione piena.
.1.2 – La questione è inammissibile prima che infondata.
Inammissibile per mancanza assoluta del relativo quesito,
prescritto dall’art. 366-bis c.p.c. Infatti, confermando
l’orientamento ormai consolidato, le Sezioni Unite di questa
Corte hanno stabilito (Cass. Sez. Un. 14 gennaio 2013, n.
1707) che, in tema di ricorso per cassazione, la
prospettazione di una questione di costituzionalità, essendo
funzionale alla cassazione della sentenza impugnata e
postulando la prospettazione di un motivo che giustificherebbe
tale effetto una volta accolta la questione medesima, suppone
necessariamente che, a conclusione dell’esposizione del motivo
così finalizzato, sia indicato il corrispondente quesito di
diritto previsto dall’abrogato art. 366-bis c.p.c. – ove
applicabile, come nella specie, “ratione temporis”,
indipendentemente dalla rilevabilità d’ufficio della questione

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l’art. 3 Cost. con riguardo alle opposizioni fondate su

di costituzionalità e dall’ammissibilità del ricorso che
prospetti soltanto un dubbio di costituzionalità.
Infondato poiché questa stessa sezione ha già avuto occasione
(Cass. Sez. III, 18 luglio 2011, n. 15731) di aderire
all’orientamento già espresso da questa Corte con la sentenza

infondata l’eccezione di incostituzionalità, in relazione
all’art. 3 Cost., dell’art. 616 c.p.c., come novellato
dall’art. 14 della legge 24 febbraio 2006, n. 52, laddove
stabilisce la non impugnabilità della sentenza pronunciata
sull’opposizione all’esecuzione, attesa la specificità della
materia nella quale la presenza di un titolo a monte, di
natura giudiziale o negoziale, è ragione per la prospettata
disparità di trattamento rispetto a situazioni creditorie
prive di analogo presupposto; né può considerarsi fondata la
prospettazione di un contrasto con l’art. 24 Cost., poiché il
diritto di difesa non è garantito per tutte le articolazioni
del processo previste dall’ordinamento, in quanto l’unico
limite imposto al legislatore ordinario è costituito dal
settimo comma dell’art. 111, il quale mira a garantire per
ogni sentenza, o provvedimento della libertà personale, la
possibilità del ricorso in cassazione per violazione di legge,
non anche il doppio grado del giudizio di merito.
A queste affermazioni la citata sentenza di questa sezione ha
aggiunto la considerazione ulteriore che, comunque, quanto
meno quella specifica domanda, per consolidata tradizione
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18 gennaio 2998, n. 976, secondo cui è manifestamente

definita riconvenzionale, del creditore opposto volta a
conseguire – dinanzi alla contestazione del titolo esecutivo
stragiudiziale operata con l’opposizione all’esecuzione – un
titolo – stavolta all’esito del giudizio sul rapporto già
dedotto – che tenga luogo, ora in via giudiziale, di quello

impugnazione diverso da quello delle domande di accertamento
negativo del diritto ad agire in via esecutiva, normalmente
oggetto dell’opposizione ad esecuzione in via principale come
dispiegate dal debitore.
Nella specie la ricorrente non ha dimostrato (e neppure
addotto) di avere proposto, come avrebbe potuto, una siffatta
domanda.
2.1 – Il secondo motivo adduce violazione e falsa applicazione
degli artt. 2697 c.c., 115, 166, 167 e 183 c.p.c.
L’assunto è che la sentenza ha errato laddove non ha ritenuto
l’intervento nel giudizio promosso da tale De Monte nei
confronti di Rocco Loria utile ad interrompere il corso della
prescrizione.
2.2 – La censura è infondata poiché (confronta, ex multis,
Cass. Sez. III, 15 luglio 2011, n. 15669) la proposizione
della domanda giudiziale ha efficacia interruttiva della
prescrizione, ai sensi degli artt. 2943 e 2945 c.c., con
riguardo a tutti i diritti che si ricolleghino con stretto
nesso di causalità al rapporto cui essa inerisce.

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contestato, non può essere soggetta ad un regime di

Ne consegue che un atto di intervento spiegato in giudizio
promosso da altri e avente oggetto non specificato, intervento
volto a far valere la simulazione o, in subordine,
l’inefficacia ex art. 2901 c.c. di atti di disposizione di
beni del patrimonio di uno dei debitori, non si ricollega

specifico credito.
Ma, soprattutto, la sentenza impugnata ha evidenziato che non
era stata offerta alcuna prova né della costituzione nel
predetto giudizio di Rocco Loria, né della notifica al
medesimo dell’atto di intervento della Banca.
Il quesito finale prescinde totalmente dalla surriferita ratio
decidendi della sentenza impugnata.
.3.1 – Il terzo motivo lamenta omessa, insufficiente e
contraddittoria motivazione circa un fatto controverso. Omesso
esame di documento.
La ricorrente rileva che il Tribunale ha del tutto omesso di
esaminare il contenuto della comparsa conclusionale della
Banca Commerciale Italiana S.p.A., intervenuta nel menzionato
giudizio di simulazione e revoca.
.3.2 – La censura è inammissibile poiché del tutto priva del
momento di sintesi ex art. 366-bis c.p.c., necessario non solo
per circoscrivere il fatto controverso, ma anche per
specificare in quali parti e per quali ragioni la motivazione
della sentenza si riveli, rispettivamente, omessa,
insufficiente, contraddittoria (evidente che, con riferimento
7

causalmente alla volontà di ottenere il pagamento di uno

al medesimo capo, la motivazione della sentenza non può essere
omessa e contraddittoria).
Inoltre l’omesso esame di un documento non è vizio ricorribile
per cassazione, ma semmai, ricorrendone i presupposti, può
essere fatto valere ai sensi dell’art. 395 c.p.c.
Pertanto il ricorso è inammissibile. Le spese del

giudizio di cassazione seguono il criterio della soccombenza.
La liquidazione avviene come in dispositivo alla stregua dei
parametri di cui al D.M. 140/2012, sopravvenuto a disciplinare
i compensi professionali.
P.Q.M.

Dichiara il ricorso inammissibile. Condanna la ricorrente al
pagamento delle spese del giudizio di cassazione, liquidate in
complessivi E. 8.200,00, di cui E. 8.000,00 per compensi,
oltre accessori di legge.
Roma 16.10.2013.
Il Consigliere

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Il Presidente.

4 –

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