Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25623 del 14/11/2013


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Civile Sent. Sez. 3 Num. 25623 Anno 2013
Presidente: SEGRETO ANTONIO
Relatore: CIRILLO FRANCESCO MARIA

N-L

SENTENZA

sul ricorso 29760-2007 proposto da:
SOAVE

GIANNI,

SOAVE

MASSIMO,

elettivamente

domiciliati in ROMA, CIRCONVALLAZIONE CLODIA 5,
presso lo studio dell’avvocato MASULLO GIUSEPPE
MARIA, che li rappresenta e difende unitamente
all’avvocato RAVIGNANI RICCARDO giusta delega in
atti;
– ricorrenti contro

NEGRETTI DORIANO, elettivamente domiciliato in ROMA,
VIA L. ANDRONICO 24, presso lo studio dell’avvocato

1

Data pubblicazione: 14/11/2013

ROMAGNOLI ILARIA, che lo rappresenta e difende
unitamente all’avvocato SELLA ANTONIO DOMENICO giusta
delega in atti;
– controricorrenti

avverso la sentenza n. 1447/2006 della CORTE

569/2003;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica
udienza del 09/10/2013 dal Consigliere Dott.
FRANCESCO MARIA CIRILLO;
udito l’Avvocato GIUSEPPE MARIA MASULLO;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore
Generale Dott. MAURIZIO VELARDI che ha concluso per
il rigetto del ricorso.

2

D’APPELLO di VENEZIA, depositata il 28/09/2006 R.G.N.

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. Donano Negretti, premesso di essere comproprietario di
un fondo rustico in agro di Nogarole Rocca, assumendo che
Fernanda Ambrosi aveva venduto a Massimo e Gianni Soave,
dietro corrispettivo di 85 milioni di lire, un fondo

citava a giudizio, davanti al Tribunale di Verona, i predetti
Massimo e Gianni Soave, chiedendo che fosse accolta la sua
domanda di riscatto agrario sul fondo oggetto della vendita.
I convenuti si costituivano, chiedendo il rigetto della
domanda.
Il Tribunale accoglieva la domanda.
2. Proposto appello da parte dei convenuti soccombenti, l
Corte d’appello di Venezia, con sentenza del 28 settembre
2006, rigettava l’appello, confermava l’impugnata sentenza e
condannava gli appellanti al pagamento delle ulteriori spese
del grado.
Osservava la Corte territoriale, per quanto interessa in
questa sede, che dalle deposizioni testimoniali assunte era
emerso che il Negretti coltivava direttamente e manualmente il
fondo in precedenza coltivato da suo padre e che nessun
rilievo poteva assumere la circostanza – ammessa dal medesimo
Negretti – di svolgere abitualmente l’attività di macellaio.
Non sussisteva, infatti, incompatibilità tra le due attività;
e l’appellato, anche senza calcolare la capacità lavorativa
della moglie – la cui attività di collaborazione non era stata

confinante con il proprio, senza offrirglielo in prelazione,

dimostrata – disponeva comunque di trenta giorni di ferie
all’anno oltre ad altre centoquattro giornate di lavoro.
Poiché il fabbisogno complessivo era di circa centotrenta
giornate annuali, il Negretti possedeva sicuramente il
requisito di legge per l’esercizio del riscatto.

propongono ricorso Massimo e Gianni Soave, con unico atto
affidato a due motivi.
Resiste Donano Negretti con controricorso.
Le parti hanno presentato memorie.
MOTIVI DELLA DECISIONE

l. Con il primo motivo di ricorso si lamenta, ai sensi
dell’art. 360, primo comma, n. 3), cod. proc. civ., violazione
o falsa applicazione dell’art. 2697 cod. civ., in riferimento
all’art. 8 della legge 26 maggio 1965, n. 590, ed all’art. 7
della legge 14 agosto 1971, n. 817.
Rilevano i ricorrenti che le norme richiamate richiedono,
per l’esercizio del riscatto, lo status di coltivatore diretto
da almeno due anni, l’essere proprietario del fondo confinante
e il possedere una capacità lavorativa non inferiore ad un
terzo di quella occorrente per la normale coltivazione del
proprio fondo unito a quello da riscattare. La sussistenza di
tali requisiti deve essere dimostrata da parte di chi esercita
il riscatto. La Corte di merito non avrebbe rispettato tale
principio, avendo valutato solo se le prove raccolte fossero
idonee ad escludere la sussistenza dei citati requisiti.
4

3. Avverso la sentenza della Corte d’appello di Venezia

-

Alla pagina 5 del ricorso è formulata la richiesta di
conferma del seguente principio di diritto (di cui alla
sentenza 28 ottobre 2004, n. 20909, di questa Corte):
«In tema di prelazione agraria, la prova concreta della
sussistenza dei presupposti per l’esercizio del relativo

2. Con il secondo motivo di ricorso si lamenta, ai sensi
dell’art. 360, primo comma, n. 3), cod. proc. civ., violazione
o falsa applicazione dell’art. 31 della legge n. 590 del 1965,
e dell’art. l del decreto legislativo 29 marzo 2004, n. 99.
Rilevano i ricorrenti che le norme richiamate richiedono,
ai fini del riconoscimento della qualifica di coltivatore
diretto, il carattere abituale dello svolgimento di tale
attività. In particolare, l’art. l del d.lgs. n. 99 del 2004 norma entrata in vigore prima della pronuncia della sentenza
impugnata

stabilisce

che

è

imprenditore

agricolo

professionale colui il quale dedichi almeno il cinquanta per
cento del proprio tempo di lavoro complessivo alle attività
agricole.
Alla pagina 6 del ricorso è formulata la richiesta di
conferma del seguente principio di diritto:
«In

tema

di

prelazione

agraria,

il

requisito

dell’abitualità di cui all’art. 31 della legge n. 590 del 1965
deve essere valutato sulla base del parametri indicati
nell’art. l del d.lgs. n. 99 del 2004».

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diritto spetta a chi lo esercita».

3. I due motivi di ricorso sono entrambi inammissibili, in
quanto supportati da quesiti di diritto che non soddisfano i
requisiti minimi di cui all’art. 366-bis cod. proc. civ.,
norma applicabile ratione temporis,

così come delineati dalla

giurisprudenza di questa Corte.

semplice riproposizione di un principio di diritto già
enunciato in altra pronuncia, pecca di evidente astrattezza e
genericità, limitandosi a riproporre un’affermazione che pure esatta in linea teorica – non consente di comprendere
come la stessa si adatti al caso in esame. Non risulta dal
quesito, infatti, quale sia la censura effettivamente posta
all’esame di questa Corte, anche perché la Corte territoriale
ha affrontato il problema della sussistenza in capo al
Negretti dei requisiti di cui all’art. 8 della legge n. 590
del 1965 per l’esercizio del riscatto.
Com’è stato anche di recente confermato, il quesito
inerente ad una censura in diritto – dovendo assolvere alla
funzione di integrare il punto di congiunzione tra la
risoluzione del caso specifico e l’enunciazione del principio
giuridico generale – non può essere meramente generico e
teorico, ma deve essere calato nella fattispecie concreta, per
mettere la Corte in grado di poter comprendere dalla sua sola
lettura l’errore asseritamente compiuto dal giudice di merito
e la regola applicabile. Ne consegue che esso non può
consistere in una semplice richiesta di accoglimento del
6

3.1. Ed invero il primo quesito, formulato come la

motivo ovvero nel mero interpello della Corte in ordine alla
fondatezza della propugnata petizione di principio o della
censura così come illustrata nello svolgimento del motivo
(sentenza 7 marzo 2012, n. 3530).
3.2. Ugualmente inammissibile è il quesito relativo al

che la Corte d’appello avrebbe errato nel non valutare il
requisito dell’abitualità della coltivazione alla luce dei
criteri di cui all’art. l del d.lgs. n. 99 del 2004. Il
quesito, infatti, non specifica né per quale ragione tale
norma sopravvenuta dovrebbe applicarsi al ricorso attuale introdotto con citazione dell’il agosto 1997 – né quale
sarebbe la conseguenza dell’eventuale risposta affermativa al
quesito ai fini dell’accoglimento del motivo di ricorso,
risultando perciò affetto da assoluta genericità.
4. In conclusione, il ricorso è dichiarato inammissibile.
A tale esito segue la condanna delle parti ricorrenti, in
solido fra loro, al pagamento delle spese del giudizio di
cassazione, liquidate in conformità ai soli parametri
introdotti dal decreto ministeriale 20 luglio 2012, n. 140,
sopravvenuto a disciplinare i compensi professionali.
PER QUESTI MOTIVI

La Corte

dichiara inammissibile

il ricorso e condanna i

ricorrenti in solido al pagamento delle spese del giudizio di
cassazione, liquidate in complessivi euro 3.700, di cui euro
200 per spese, oltre accessori di legge.
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secondo motivo, nel quale il ricorrente si limita a sostenere

Così deciso in Roma, nella camera di consiglio della Terza

Sezione Civile, il 9 ottobre 2013.

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