Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25609 del 14/12/2016


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Cassazione civile, sez. III, 14/12/2016, (ud. 14/10/2016, dep.14/12/2016),  n. 25609

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. VIVALDI Roberta – Presidente –

Dott. TRAVAGLINO Giacomo – Consigliere –

Dott. OLIVIERI Stefano – rel. Consigliere –

Dott. RUBINO Lina – Consigliere –

Dott. DELL’UTRI Marco – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 22747/2012 proposto da:

C.A., (OMISSIS), considerato domiciliato ex lege in

ROMA, presso la CANCELLERIA DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentato

e difeso dall’avvocato GIOACCHINO BERNA giusta procura in calce al

ricorso;

– ricorrente –

contro

ENEL DISTRIBUZIONE SPA, (OMISSIS), ENEL SERVIZIO ELETTRICO SPA, in

persona del proprio procuratore lege in ROMA, presso la CANCELLERIA

DELLA CORTE DI CASSAZIONE, rappresentate e difese dall’avvocato

ALESSANDRO REALE giusta procura in calce al controricorso;

– controricorrenti –

avverso la sentenza n. 970/2011 della CORTE D’APPELLO di PALERMO,

depositata il 18/07/2011;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

14/10/2016 dal Consigliere Dott. STEFANO OLIVIERI;

udito l’Avvocato PIETRO SCIUME’ per delega;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SGROI Carmelo, che ha concluso per il rigetto.

Fatto

FATTI DI CAUSA

Sulla domanda di condanna al risarcimento dei danni da inadempimento ex contractu proposta, con atto di citazione notificato in data 1.1.1999, da ENEL Distribuzione s.p.a. nei confronti dell’utente della fornitura elettrica C.A., per omessa misurazione dei consumi nel periodo 21.2.1982-20.2.1987 dovuta a manomissione del contatore, il Tribunale Ordinario di Palermo decideva accertando la intervenuta prescrizione della pretesa creditoria per decorso del termine ordinario decennale, avendo la società proposto tardivamente, oltre il termine assegnato ai sensi dell’art. 183 c.p.c., comma 5, la controeccezione di interruzione della prescrizione.

La decisione di primo grado è stata riformata dalla Corte d’appello di Palermo che con sentenza 18.7.2011 n. 970 ha ritenuto rilevabile ex officio la interruzione della prescrizione ex art. 2943 c.c., comma 4 (nella specie comprovata da numerose lettere di intimazione di pagamento trasmesse dall’ENEL nel 1987, 1994 e 1998), trattandosi di eccezione in senso lato, alla stregua dell’insegnamento di cui alla sentenza n. 15661/2005 di questa Corte resa a SS.UU. (intervenuta nelle more del giudizio a risolvere il contrasto di giurisprudenza), rilevando altresì che la fattispecie configurava altresì l’illecito penale – reato di truffa o furto aggravati – rendendosi pertanto irrilevante la questione del termine prescrizionale applicabile, atteso il disposto dell’art. 2947 c.c., comma 3, che rinviava al più lungo termine di prescrizione del reato, e non avendo l’utente provato l’epoca di definizione del procedimento penale svoltosi a suo carico.

La Corte territoriale riteneva inoltre raggiunta sia la prova della responsabilità del C. – in base al verbale di ispezione, ai testi escussi, ed al comportamento passivo tenuto dallo stesso (titolare di azienda agricola) a fronte di un calo degli importi delle bollette superiore alla metà dei consumi precedenti -, sia la prova del “quantum” liquidato in base ai consumi registrati nell’anno precedente -, rendendosi superfluo l’espletamento di una c.t.u. basata sugli attuali consumi della azienda in quanto non rispondenti, dato il lungo tempo trascorso, alla situazione pregressa, e dovendo inoltre liquidarsi gli interessi moratori al tasso legale, non avendo fornito prova l’ENEL della pattuizione di interessi ultralegali nel contratto di somministrazione.

La sentenza di appello è stata impugnata per cassazione dal C. che ha dedotto, con cinque motivi, vizi di motivazione e vizi di violazione di norme sostanziali e processuali.

Hanno resistito con controricorso ENEL Distribuzione s.p.a. ed ENEL Servizio Elettrico s.p.a., quest’ultima succeduta alla prima per atto di scissione parziale a rogito notaio A. di Roma in data (OMISSIS).

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo il ricorrente deduce il vizio di omessa insufficiente e contraddittoria motivazione ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, nel testo vigente “ratione temporis”, anteriore alla modifica introdotta dal D.L. n. 83 del 2012, conv. in L. n. 134 del 2012, sostenendo l’applicabilità del termine di prescrizione quinquennale e la mancata tempestiva interruzione della prescrizione da parte di ENEL Distribuzione s.p.a., con conseguente prescrizione del diritto azionato dalla società.

Il motivo è inammissibile.

La Corte d’appello, premesso che il Tribunale aveva qualificato la domanda di condanna coma azione risarcitoria “ex contractu”, derivandone la applicabilità del termine prescrizionale decennale ex art. 2946 c.c., ha rilevato che la questione appariva superflua alla stregua dell’art. 2947 c.c., comma 3, atteso che la condotta del C. configurava la fattispecie criminosa prevista dall’art. 640 c.p. e art. 61 c.p., n. 7, ovvero dall’art. 625 c.p., nn. 2 e 7, trovando in ogni caso applicazione il più lungo termine prescrizionale previsto per tali reati. Inoltre il C., che aveva eccepito la prescrizione, non aveva fornito prova del momento in cui il procedimento penale svoltosi a suo carico era stato definito (con estinzione del reato per intervenuta amnistia, come è dato evincere nello “svolgimento del processo” della sentenza impugnata che riporta riassuntivamente – pag. 3 – la motivazione della decisione di prime cure) e dunque del momento in cui la prescrizione breve avrebbe nuovamente iniziato a decorrere, senza essere stata interrotta dagli atti di costituzione in mora prodotti in giudizio dalla società.

Tali argomenti posti a sostegno della decisione non vengono puntualmente investiti dal motivo di ricorso, che si palesa inammissibile in quanto:

– il motivo non assolve al requisito di autosufficienza ex art. 366 c.p.c., comma 1, nn. 3 e 4, non specificando se la questione concernente la individuazione della norma sulla prescrizione breve – e non ordinaria – fosse stata ritualmente “riproposta” dalla parte vittoriosa in primo grado, ai sensi dell’art. 346 c.p.c., nella comparsa di costituzione in grado di appello: il ricorrente, infatti, si limita a riferire sul punto di essersi costituito in grado di appello chiedendo il rigetto della impugnazione e la “conferma della sentenza di primo grado” (cfr. ricorso pag. 3) – nè diversamente risulta dalla sentenza impugnata (cfr. in motivazione pag. 4-5) -, con la conseguenza che la statuizione del primo giudice concernente la norma sulla prescrizione applicabile alla fattispecie è coperta dal giudicato interno e non può essere rimessa nuovamente in discussione con il motivo di ricorso in esame – le “rationes decidendi” della sentenza d’appello impugnata non vengono sottoposte a critica con il motivo di ricorso, venendo la parte ricorrente a riproporre la medesima prospettazione dei fatti, già disattesa dal Giudice di merito, lamentandosi genericamente della valutazione degli elementi probatori compiuta dalla Corte territoriale, e contestando la qualificazione della domanda dell’ENEL come “risarcimento del danno” anzichè come domanda di “integrazione dell’importo dovuto” (argomento difensivo non perspicuo, risultando addirittura controproducente laddove si dovesse ricondurre, in ipotesi, la pretesa azionata alla domanda di adempimento contrattuale ex art. 1453 c.c., soggetta al più lungo termine di prescrizione ordinario, o che appare in ogni caso irrilevante nel caso in cui il ricorrente intendesse far valere la prescrizione breve ex art. 2948 c.c., comma 1, n. 4, atteso l’analogo termine prescrizionale previsto dall’art. 2947 c.c., comma 1): ne segue che il motivo, da un lato, difetta della specificità richiesta dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4 e, dall’altro, viene a richiedere alla Corte di procedere ad una nuova ed inammissibile rivalutazione delle emergenze istruttorie già valutate dal Giudice di appello (tali sono le dichiarazioni rese dai testi B. e Be. o b.: l’asserito errore commesso dal Giudice di appello nel ritenere riferito dai testi un fatto – consegna al C. delle chiavi della cabina del contatore- invece da quelli negato, avrebbe dovuto essere fatto valere con l’appropriato rimedio revocatorio) ovvero di nuovi fatti, allegati per la prima volta nel ricorso per cassazione (la Corte territoriale ha rilevato che “il C. non ha mai dedotto alcuna ragione giustificativa della drastica riduzione dei consumi”, sicchè del tutto nuova è l’allegazione secondo cui l’attività commerciale dal 1981 era in forte regressione a causa delle importazioni dall’estero), tanto al fine di pervenire ad una diversa ricostruzione della fattispecie concreta, attività questa che investe accertamenti di merito preclusi al Giudice di legittimità, attesi i limiti entro i quali è consentita la verifica dell’errore di fatto. Deve infatti ribadirsi il principio di diritto ripetutamente affermato da questa Corte secondo cui il motivo di ricorso per cassazione, con il quale la sentenza impugnata venga censurata per vizio della motivazione, non può essere inteso a far valere la rispondenza della ricostruzione dei fatti operata dal giudice del merito al diverso convincimento soggettivo della parte e, in particolare, non si può proporre con esso un preteso migliore e più appagante coordinamento dei molteplici dati acquisiti, atteso che tali aspetti del giudizio, interni all’ambito della discrezionalità di valutazione degli elementi di prova e dell’apprezzamento dei fatti, attengono al libero convincimento del giudice e non ai possibili vizi del percorso formativo di tale convincimento rilevanti ai sensi della disposizione di cui all’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5): in caso contrario, questo motivo di ricorso si risolverebbe in una inammissibile istanza di revisione delle valutazioni e dei convincimenti del giudice di merito, e, perciò, in una richiesta diretta all’ottenimento di una nuova pronuncia sul fatto, sicuramente estranea alla natura e alle finalità del giudizio di cassazione (cfr. Corte Cass. Sez. U, Sentenza n. 5802 del 11/06/1998; id. Sez. L, Sentenza n. 9233 del 20/04/2006; id. Sez. 3, Sentenza n. 9368 del 21/04/2006; id. Sez. U, Sentenza n. 24148 del 25/10/2013).

Il secondo motivo, con il quale il ricorrente deduce la falsa applicazione dell’art. 183 c.p.c., comma 5 (nel testo vigente “ratione temporis” anteriore alle modifiche del D.L. 14 marzo 2005, n. 35, art. 2, comma 3, lett. c-ter), conv. con mod. in L. 14 maggio 2005, n. 80), per non aver la Corte d’appello ritenuto tardiva la “eccezione di interruzione della prescrizione” non sollevata nei termini assegnati nella fase di trattazione, è inammissibile.

Il ricorrente incorre in evidente confusione tra la “eccezione di prescrizione” e la “eccezione di interruzione della prescrizione” (cfr. pag. 9 ricorso “…la eccezione di prescrizione doveva essere sollevata ai sensi dell’art. 183 c.p.c., comma 5, nei modi e termini di legge previsti da tale articolo”; riferendosi poi alla interruzione della prescrizione, ricorso pag. 10, “non vi è dubbio che trattasi di eccezione in senso stretto….la manifestazione della volontà della parte tende ad impedire o ad estinguere un rapporto giuridico che non può trovare accoglimento nel prosieguo del giudizio”), limitandosi a riportare una massima giurisprudenziale espressiva di uno degli orientamenti in conflitto, senza dare conto della sopravvenuta composizione del contrasto da parte di Corte Cass. Sez. U, Sentenza n. 15661 del 27/07/2005 che ha enunciato il principio di diritto secondo cui l’eccezione di interruzione della prescrizione integra un’eccezione in senso lato e non in senso stretto e, pertanto, può essere rilevata d’ufficio dal giudice sulla base di elementi probatori ritualmente acquisiti agli atti, sul presupposto che il fatto interruttivo, come considerato dalla legge (artt. 2943 e 2945 c.c.), produce ex se in via immediata l’effetto impeditivo della prescrizione estintiva del diritto eccepita dall’altra parte, inscrivendosi pertanto – come elemento negativo – nell’area degli stessi fatti costitutivi della eccezione di prescrizione oggetto della diretta cognizione del Giudice, ed in quanto tale, pertanto, rimane sottratto alla disciplina delle eccezioni in senso stretto, non conformandosi, come queste ultime, alla struttura del diritto potestativo che – per la produzione dell’effetto giuridico modificativo, impeditivo od estintivo del rapporto giuridico dedotto in giudizio, che il titolare intende conseguire – richiede una espressa manifestazione di volontà dell’interessato, assoggettata ai termini di decadenza prescritti dalle norme processuali (principio costantemente affermato dalla successiva giurisprudenza di legittimità: Corte cass. Sez. L, Sentenza n. 2468 del 06/02/2006; id. Sez. L, Sentenza n. 9053 del 16/04/2007; id. Sez. L, Sentenza n. 13783 del 13/06/2007; id. Sez. L, Sentenza n. 18250 del 12/08/2009; id. Sez. L, Sentenza n. 16542 del 14/07/2010; id. Sez. 3, Sentenza n. 18602 del 05/08/2013; id. Sez. 3, Sentenza n. 4548 del 26/02/2014).

Orbene, incontestata la rituale produzione in giudizio da parte di ENEL Distribuzione s.p.a. delle lettere di costituzione in mora del 21.11.1987, del 31.5.1994 e del 7.7.1998 (cfr. sentenza in motiv. pag. 7), la censura è inammissibile in quanto priva del supporto espositivo richiesto dall’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 4, non avendo il ricorrente addotto elementi a confutazione dell’argomento in diritto secondo cui colui nei confronti del quale viene sollevata una eccezione di prescrizione non ha l’onere di proporre una “controeccezione” di interruzione della prescrizione, ma soltanto di allegare e provare la sussistenza dell’atto interruttivo (cfr. Corte Cass. Sez. L, Sentenza n. 18250 del 12/08/2009), con l’ulteriore corollario al principio affermato dalle SS.UU. per cui il rilievo d’ufficio delle eccezioni “in senso lato” non è subordinato alla specifica e tempestiva allegazione della parte ed è ammissibile anche in grado di appello, dovendosi ritenere a tal fine sufficiente che i fatti risultino documentati “ex actis”, in quanto il regime delle eccezioni si pone in funzione del valore primario del processo, costituito dalla giustizia della decisione, che resterebbe svisato ove anche le questioni rilevabili d’ufficio fossero subordinate ai limiti preclusivi di allegazione e prova previsti per le eccezioni in senso stretto (cfr. Corte Cass. Sez. U, Ordinanza interlocutoria n. 10531 del 07/05/2013; da ultimo Corte Cass. Sez. U, Sentenza n. 2951 de/16/02/2016).

Il terzo motivo di ricorso concerne il vizio di violazione dell’art. 356 c.p.c., non avendo la Corte d’appello disposto la consulenza tecnica – peraltro richiesta da ENEL Distribuzione s.p.a. – ai fini della determinazione dei consumi di energia nel periodo oggetto della controversia.

Il motivo è inammissibile laddove individua, erroneamente, come parametro normativo violato la disposizione processuale che regola esclusivamente le modalità di ammissione e di assunzione delle prove in grado di appello e non anche l’esercizio del potere discrezionale che consente al Giudice di appello di disporre l’ammissione di nuove prove o di rinnovare l’assunzione di prove già esperite in primo grado. Al riguardo è appena il caso di osservare che il mancato esercizio di tale potere, regolarmente sollecitato dalla parte, è censurabile in cassazione soltanto sotto il profilo della omessa od insufficiente motivazione su un punto decisivo della controversia quando la consulenza sia l’unico possibile mezzo di accertamento di un fatto determinante per la decisione (cfr. Corte Cass. Sez. 2, Sentenza n. 10938 del 09/12/1996). Ed infatti il principio secondo cui il provvedimento che dispone la consulenza tecnica rientra nel potere discrezionale del giudice del merito, incensurabile in sede di legittimità, va contemperato con l’altro principio secondo cui il giudice deve sempre motivare adeguatamente la decisione adottata in merito ad una questione tecnica rilevante per la definizione della causa, con la conseguenza che quando il giudice disponga di elementi istruttori e di cognizioni proprie, integrati da presunzioni e da nozioni di comune esperienza, sufficienti a dar conto della decisione adottata, non può essere censurato il mancato esercizio di quel potere, mentre se la soluzione scelta non risulti adeguatamente motivata, il mancato esercizio del potere è sindacabile in sede di legittimità sotto l’anzidetto profilo del vizio logico (cfr. Corte Cass. Sez. 3, Sentenza n. 20814 del 27/10/2004; id. Sez. 2, Sentenza n. 72 del 03/01/2011).

Nella specie la Corte territoriale ha ampiamente motivato in ordine alle ragioni del diniego di espletamento di consulenza tecnica, ritenendo che il lungo periodo di tempo trascorso dai fatti (risalenti agli anni 1982-1987) non consentiva di attribuire attendibilità ad una indagine che, sulla base della attuale situazione economica e delle attuali esigenze energetiche della struttura aziendale, modificatesi nel tempo, potesse fornire una indicazione corrispondente agli effettivi consumi non registrati, risultando maggiormente idonea a tal fine una ricostruzione degli importi dovuti effettuata attraverso la rilevazione dei consumi -debitamente registrati – nel periodo immediatamente antecedente alla manomissione del contatore.

Tale motivazione non viene idoneamente investita dalla censura con la quale il ricorrente si duole del mancato affidamento all’ausiliario di una indagine in ipotesi estesa anche alla “storia della società ed alla attività dalla stessa svolta….che aveva iniziato la sua fase di minor produzione” (indagine meramente esplorativa, come tale inammissibile: Corte Cass. Sez. 3, Sentenza n. 9060 del 06/06/2003; id. Sez. 3, Sentenza n. 3191 del 14/02/2006; id. Sez. 6 – L, Ordinanza n. 3130 del 08/02/2011): in considerazione della assoluta genericità dell’oggetto della indagine ed in assenza di alcuna critica al criterio di liquidazione equitativa applicato dal Giudice di appello, il motivo si palesa pertanto inammissibile.

Inammissibili per difetto degli elementi essenziali minimi della struttura del motivo di impugnazione per cassazione, di cui agli artt. 360 e 366 c.p.c., sono anche le censure formulate nel ricorso al n. 4) ed al n. 5), volte ad ottenere la cassazione della sentenza, rispettivamente, “perchè condannò alle spese” e “per altri motivi da dire e da allegare nei modi e termini di legge”.

In conclusione il ricorso deve essere dichiarato inammissibile e la parte ricorrente va condanna alla rifusione delle spese del giudizio di legittimità liquidate in dispositivo.

PQM

La Corte:

– dichiara inammissibile il ricorso e condanna la parte ricorrente alla rifusione delle spese del giudizio di legittimità, liquidate in Euro 5.200,00 per compensi, di cui Euro 200,00 per esborsi, oltre rimborso forfetario spese generali ed accessori di legge.

Così deciso in Roma, nella Camera di consiglio, il 14 ottobre 2016.

Depositato in Cancelleria il 14 dicembre 2016

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