Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25609 del 14/11/2013


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Civile Sent. Sez. L Num. 25609 Anno 2013
Presidente: ROSELLI FEDERICO
Relatore: TRIA LUCIA

SENTENZA

sul ricorso 14680-2011 proposto da:
SOCIETA’ ALCAGAS S.R.L. P.I. 00242610640, in persona
del legale rappresentante

Ero

tempore, elettivamente

domiciliata in ROMA, VIA VIGLIENA 2, -presso lo studio
dell’avvocato CISBANI FABIO, rappresentata e difesa
dall’avvocato ALFIERI MARCO, giusta delega in atti;
– ricorrente –

2013
2678

ricorso successivo senza n. di R.G.

SOCIETA’ ALCAGAS S.R.L. P.I. 00242610640, in persona
del legale rappresentante

Ero tempore, elettivamente

domiciliata in ROMA, VIA VIGLIENA 2, presso lo studio

Data pubblicazione: 14/11/2013

dell’avvocato CISBANI FABIO, rappresentata e difesa
dall’avvocato ALFIERI MARCO, giusta delega in atti;
– ricorrente successivo contro

– I.N.P.S. – ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA

rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliato
in ROMA, VIA DELLA FREZZA 17, presso l’Avvocatura
Centrale dell’Istituto, rappresentato e difeso dagli
avvocati SGROI ANTONINO, MARITATO LELIO, MITTONI
ENRICO, D’ALOISIO CARLA, giusta delega in atti;
controri corrente al ricorso e al ricorso successivo

avverso la sentenza n.

3934/2010 della CORTE

D’APPELLO di NAPOLI, depositata il 01/06/2010 R.G.N.
5871/2005;
udita la relazione della causa svolta nella pubblica
udienza del 25/09/2013 dal Consigliere Dott. LUCIA
TRIA;
udito l’Avvocato ALFIERI MARCO;
udito l’Avvocato SGROI ANTONINO;
udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore
Generale Dott. MARCELLO MATERA 2 che ha concluso per il
rigetto di entrambi i ricorsi.

SOCIALE C.F. 80078750587, in persona del legale

Udienza del 25 settembre 2013 — Aula A
n. 9 del ruolo — RG n. 14680/11
Presidente: Roselli – Relatore: Tria

1.— La sentenza attualmente impugnata respinge l’appello proposto da ALCA GAS s.r.l.
avverso la sentenza n. 319/2005 del Tribunale di Avellino che, previa riunione dei due ricorsi
introduttivi del giudizio, ha dichiarato inammissibile sia l’opposizione ad ordinanza-ingiunzione
emessa dal Direttore dell’INPS di Avellino proposta dalla società ricorrente sia l’opposizione a
decreto ingiuntivo della stessa società.
La Corte d’appello di Napoli, per quel che qui interessa, precisa che:
a) la presente fattispecie si contraddistingue per l’avvenuto smarrimento dei seguenti atti
processuali: 1) fascicolo di primo grado relativo al giudizio di opposizione a decreto ingiuntivo; 2)
fascicoli di ufficio e della parte appellante ALCA GAS s.r.1.;
b) non risultano, invece, essere mai mancati i fascicoli dell’INPS appellato;
c) in tale situazione, questa Corte, seguendo l’insegnamento della Corte di cassazione, ha
provveduto a concedere alle parti termine per poter procedere alla ricostruzione del fascicolo e degli
altri atti smarriti (verbali di udienza etc.);
d) quanto all’esame delle censure, con riguardo all’impugnativa della dichiarazione di
inammissibilità dell’opposizione a decreto ingiuntivo, deve essere affermata la correttezza del
riferimento alla data del 4 giugno 1998, sulla cui base il primo giudice ha ritenuto l’opposizione
stessa inammissibile per tardività, posto che la relativa notifica avvenne pacificamente il 24 aprile
1998;
e) la suddetta data è, infatti, quella che risulta dall’apposito timbro della Cancelleria del
Tribunale nonché dalla sottoscrizione del funzionario;
O nella descritta situazione è del tutto ininfluente la presenza di un timbro-data recante il
giorno 3 giugno 1998, priva di qualsivoglia sottoscrizione e rinvenuta — per affermazione della
stessa ALCA GAS — all’esterno della copertina del proprio fascicolo e non sull’atto di opposizione
medesimo o, almeno, sul foliario ad esso riferito che doveva contenere l’elenco degli atti contenuti
nel fascicolo;
g) dal pari irrilevante è il confuso e generico riferimento a “prassi” della Cancelleria del
Tribunale di Avellino in base alle quali il deposito degli atti urgenti diventerebbe un “procedimento
a formazione progressiva” distribuito in più giornate, con l’intervento di una pluralità di persone
(sconosciute e non identificabili);
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SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

h) va, quindi, dichiarata inammissibile la querela di falso proposta dalla società al fine di
privare dell’idoneità alla pubblica fede il suddetto timbro-data della Cancelleria del Tribunale
nonché la sottoscrizione del funzionario, attestanti che il deposito dell’opposizione de qua avvenne
il 4 giugno 1998;

1) va respinta, poi, la censura secondo cui il giudice di primo grado non avrebbe potuto
rilevare la tardività dell’opposizione perché con la fissazione dell’udienza di comparizione delle
parti a seguito del deposito dell’atto di opposizione avrebbe implicitamente e definitivamente
affermato la tempestività dell’opposizione stessa;
m) infatti, il decreto di fissazione d’udienza di cui all’art. 415 cod. proc. civ. ha natura
meramente ordinatoria e nulla dispone sul rapporto processuale che si instaura, essendo diretto a
realizzare il contraddittorio tra le parti;
n) non si comprende, quindi, come possa ipotizzarsi che esso possa contenere una decisione
implicita, inaudita altera parte, sulla ritualità dell’opposizione;
o) è esatto anche il capo della sentenza di primo grado relativo alla dichiarazione di
inammissibilità dell’opposizione all’ordinanza-ingiunzione proposta dalla società ALCA GAS, pur
essendo destinatario dell’ingiunzione medesima esclusivamente Gerardo Di Natale, nella sua
qualità di amministratore della società;
p) la conferma di tale statuizione — che è conforme alla consolidata giurisprudenza di
legittimità — rende superfluo l’esame delle altre censure relative all’asserita nullità dell’ordinanzaingiunzione, che quindi sono assorbite.
2.— Per la cassazione di tale sentenza la ALCA GAS s.r.1., analogamente a quanto fatto in
appello, propone due ricorsi distinti coevi, rispettivamente articolati, il primo, in quattro motivi e il
secondo in due motivi.
L’INPS resiste con controricorso.
MOTIVI DELLA DECISIONE
Preliminarmente deve essere disposta la riunione dei ricorsi, perché proposti avverso la
medesima sentenza.
I — Profili preliminari
1.- La ALCA GAS s.r.l. ha proposto due distinti ricorsi notificati nello stesso giorno e sorretti
da argomentazioni solo in parte coincidenti, in quanto rispettivamente riferiti l’uno alla parte della
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i) a ciò si perviene sul preliminare rilievo — doveroso al fine di rispettare il principio
costituzionale della ragionevole durata del processo, di cui all’art. 111, secondo comma, Cost. —
della valutazione negativa della idoneità della prova testimoniale richiesta al fine di privare di
efficacia probatoria il documento impugnato, nonché dalla prospettazione dei fatti offerta dalla
società;

Al riguardo si ricorda che, in base al consolidato e condiviso indirizzo di questa Corte, il
ricorso per cassazione deve essere proposto a pena di inammissibilità con unico atto avente i
requisiti di forma e contenuto indicati dalla pertinente normativa di rito, sicché è inammissibile un
nuovo atto successivamente notificato a modifica od integrazione dell’originario ricorso, sia che
concerna l’indicazione dei motivi, ostandovi il principio della consumazione dell’impugnazione, sia
che tenda a colmare la mancanza di taluno degli elementi prescritti, quali l’esposizione dei fatti di
causa o la sintesi della questione di motivazione relativamente al fatto controverso, essendo solo
possibile — ove non siano decorsi i termini — la proposizione di un nuovo ricorso in sostituzione del
primo, ma non anche ad integrazione, né a correzione di un ricorso viziato che non sia ancora stato
dichiarato inammissibile. (vedi, fra le tante: Cass. 31 maggio 2010, n. 13257).
Nella specie, però, la proposizione del secondo ricorso, avvenuta tempestivamente, risulta
ammissibile, in quanto tale ulteriore e distinto atto di impugnazione — con il quale sono state
formulate censure, seppure in parte coincidenti con quelle formulate nel primo ricorso, comunque
formalmente dirette a contestare una parte delle sentenza diversa rispetto a quella cui si riferisce il
primo ricorso — non può apprezzarsi come atto meramente integrativo o correttivo dell’originario
ricorso per cassazione (vedi, per tutte: Cass. 31 maggio 2010, n. 13257; Cass. 11 maggio 2012, n.
7344; Cass. 27 settembre 2013, n. 22256), sicché è da escludere che la proposizione del primo
ricorso abbia comportato la consumazione del potere d’impugnazione.
Va, peraltro, rilevato che la “moltiplicazione” degli atti di impugnazione avverso la medesima
sentenza — che l’attuale ricorrente ha effettuato anche in appello, ancorché i giudizi riguardanti,
rispettivamente, l’opposizione a decreto ingiuntivo e l’opposizione all’ordinanza ingiunzione,
fossero già stati riuniti — ove, come nella specie, risulti priva di giustificazioni, è una pratica che
determina inutili aggravi organizzativi, suscettibili di incidere sulla concentrazione processuale e
quindi sulla durata del processo, che non solo sono elementi caratteristici del rito del lavoro, ma
rilevano, in generale, ai fini del rispetto del principio costituzionale della ragionevole durata del
processo — il cui ruolo fondamentale è riconosciuto anche dalla attuale ricorrente — e quindi
dell’eventuale applicazione della legge 24 marzo 2001, n. 89. Tale legge — introdotta nel nostro
ordinamento proprio per dotare l’Italia di un rimedio effettivo in caso di mancato rispetto del
termine di ragionevole durata del processo, di cui all’art. 6, paragrafo 1, della CEDU — è, infatti,
applicabile, com’è noto, anche alle violazioni conseguenti a inefficienze riconducibili a disfunzioni
generalizzate, riferibili all’intero settore della giustizia o anche a singoli rami di essa o a singoli
uffici giurisdizionali, tali da sfuggire, nell’immediato, alla possibilità di intervento dei singoli
operatori coinvolti, loro malgrado, nelle disfunzioni stesse (vedi, per tutte: Cass. 3 gennaio 2003, n.
8; Cass. 14 gennaio 2003, n. 358), salvo restando il rilievo da attribuire al dispendio temporale
ascrivile alla condotta processuale delle parti (vedi, di recente: Cass. 16 luglio 2012, n. 12161).
II — Sintesi dei motivi del primo ricorso

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sentenza impugnata riguardante l’opposizione a decreto ingiuntivo e l’altro alla parte riguardante
l’opposizione all’ordinanza ingiunzione.

1.— Il primo ricorso della società ALCA GAS s.r.l. si riferisce, come si è detto, alla parte della
sentenza impugnata relativa alla dichiarazione di inammissibilità dell’opposizione a decreto
ingiuntivo della stessa società ed è articolato in quattro motivi.

Si sostiene che la Corte territoriale non avrebbe tenuto conto della tardività della costituzione
nel giudizio di appello dell’INPS, avvenuta il 22 ottobre 2007, a fronte di un’udienza di discussione
fissata per il 26 ottobre 2007.
In ogni caso, la notifica del ricorso di primo grado effettuata dall’INPS sarebbe tardiva,
perché avvenuta oltre il termine di dieci giorni di cui al quarto comma dell’art. 415 cod. proc. civ.
1.2.- Con il secondo motivo si denuncia, in relazione all’art. 360, n. 3 e n. 5, cod. proc. civ.,
violazione e falsa applicazione di norme di diritto nonché omessa, insufficiente e contraddittoria
motivazione in relazione ad un fatto controverso e decisivo del giudizio.
Si censura la sentenza impugnata nella parte in cui avrebbe omesso di valutare e di motivare
adeguatamente in merito alla censura della società secondo cui il giudice di primo grado non
avrebbe potuto rilevare la tardività dell’opposizione perché con la fissazione dell’udienza di
comparizione delle partip seguito del deposito dell’atto di opposizione ) avrebbe implicitamente e
definitivamente affermato la tempestività dell’opposizione stessa.
1.3.- Con il terzo motivo si denuncia, in relazione all’art. 360, n. 5, cod. proc. civ., omessa,
insufficiente e contraddittoria motivazione in relazione ad un fatto controverso e decisivo del
giudizio.
Si rileva che la Corte d’appello, pur dando atto della particolarità della vicenda processuale
caratterizzata dal progressivo smarrimento di atti e fascicoli di causa, ha proceduto alla
ricostruzione degli atti in modo corretto dal punto di vista formale, ma senza fornire adeguata
motivazione sull’inutile esperimento delle ricerche che logicamente precedono la suddetta
ricostruzione.
1.4.- Con il quarto motivo si denuncia, in relazione all’art. 360, n. 4 e n. 5 cod. proc. civ.,
omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione circa un fatto controverso e decisivo del
giudizio nonché violazione e falsa applicazione dell’art. 113 cod. proc. pen.
Si contesta la statuizione con la quale la Corte partenopea ha dichiarato inammissibile la
querela di falso proposta dalla società al fine di privare dell’idoneità alla pubblica fede il timbrodata della Cancelleria del Tribunale nonché la sottoscrizione del funzionario, attestanti che il
deposito dell’opposizione de qua avvenne il 4 giugno 1998 e si sottolinea che lo smarrimento degli
atti e dei fascicoli ha impedito alla ricorrente di fornire tutte le prove complete del proprio assunto,
sicché avrebbe dovuto la Corte d’appello procedere d’ufficio a verificare, ad esempio, l’esistenza
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1.1.- Con il primo motivo si denuncia, in relazione all’art. 360, n. 3 e n. 4, cod. proc. civ.,
erronea e falsa applicazione dell’art. 435, secondo comma, cod. proc. civ., anche in relazione all’art.
415 cod. proc. civ. e dell’art. 436 cod. proc. civ.

presso la Cancelleria del Tribunale di Avellino dell’indicata “prassi” per il deposito degli atti
urgenti.
III — Sintesi dei motivi del secondo ricorso

2.1.- Con il primo motivo si denuncia, in relazione all’art. 360, n. 3 e n. 4, cod. proc. civ.,
erronea e falsa applicazione dell’art. 436 cod. proc. civ.
Replicando, sostanzialmente, le censure svolte nel primo motivo del precedente ricorso per
cassazione, si sostiene che la Corte territoriale non avrebbe tenuto conto della tardività della
costituzione nel giudizio di appello dell’INPS, avvenuta il 22 ottobre 2007, a fronte di un’udienza di
discussione fissata per il 26 ottobre 2007.
2.2.- Con il secondo motivo si denuncia, in relazione all’art. 360, n. 3 e n.5, cod. proc. civ.,
violazione e falsa applicazione di norme di diritto, omessa, insufficiente e contraddittoria
motivazione in relazione ad un fatto controverso e decisivo per il giudizio.
Si contesta la statuizione con la quale la Corte partenopea ha confermato la decisione del
primo giudice di inammissibilità dell’opposizione all’ordinanza-ingiunzione proposta dalla società
ALCA GAS, pur essendo destinatario dell’ingiunzione medesima esclusivamente Gerardo Di
Natale, nella sua qualità di amministratore della società.
Si sostiene, altresì, che sarebbe stata del tutto omessa la motivazione sulle altre censure
prospettate sul punto dalla società in appello in ordine alla nullità dell’ordinanza-ingiunzione per: 1)
omessa motivazione; 2) incompetenza territoriale del Direttore della sede INPS di Avellino, in
assenza di delega espressa del Presidente dell’INPS; 3) confusione del testo dell’ordinanza, in
particolare con riguardo al periodo cui si riferiva l’omesso versamento dei contributi in
contestazione; 4) mancata sottoscrizione dell’ordinanza stessa da parte del Direttore della sede
provinciale in argomento, data l’illeggibiltà della firma posta in calce all’atto; 5) mancata audizione
dell’opponente, che ne aveva fatto espressa richiesta.
IV — Esame delle censure
3. — I due ricorsi e i relativi motivi — da esaminare congiuntamente, data la loro intima
connessione — non sono da accogliere.
3.1.- Il primo motivo del primo ricorso e il primo motivo del secondo ricorso — di analogo
contenuto — sono inammissibili.
Infatti, con essi si deduce che la Corte territoriale avrebbe omesso di considerare la tardività
della costituzione in appello dell’INPS, ma — in contrasto con il principio di specificità dei motivi
del ricorso per cassazione, da intendere alla luce del canone generale “della strumentalità delle
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2.— Il secondo ricorso della società ALCA GAS s.r.l. si riferisce alla parte della sentenza
impugnata relativa alla dichiarazione di inammissibilità dell’opposizione ad ordinanza-ingiunzione
emessa dal Direttore dell’INPS di Avellino proposta dalla società ricorrente ed è articolato in due
motivi.

Va, infatti, osservato che l’invocazione dell’art. 360, n. 4, cod. proc. civ., se investe — sempre
che non si tratti di una invocazione meramente formale, ma reale — questa Corte del potere di
esaminare direttamente gli atti e i documenti sui quali il ricorso si fonda, in quanto il vizio
denunciato richiama un fatto processuale, quale, in ipotesi, il difetto di attività del giudice o delle
parti, idoneo a refluire nella nullità della sentenza o del procedimento — tuttavia comporta pur
sempre l’onere del ricorrente di rispettare il suindicato principio di specificità dei motivi del ricorso,
con riguardo al suindicato fatto processuale in contestazione (vedi, per tutte: Cass. 31 maggio 2011,
n. 11984; Cass. SU 11 aprile 2012, n. 5698; Cass. SU 3 novembre 2011, n. 22726).
La attuale ricorrente, invece, si è limitata a sostenere che la Corte partenopea non avrebbe
tenuto conto della suindicata tardività di costituzione dell’INPS nel giudizio di appello oltre che
della tardività della notifica del ricorso di primo grado effettuata dall’INPS, ma non indica gli
elementi necessari per porre questo Giudice di legittimità in condizione di verificare la sussistenza
dei vizi denunciati senza compiere generali verifiche degli atti, oltretutto nella specie
particolarmente gravose in considerazione dell’avvenuto smarrimento di numerosi atti processuali e
della rilevata “duplicazione” dei ricorsi da parte della attuale ricorrente, fin dal giudizio di appello.
3.2.- Il secondo motivo del primo ricorso non è da accogliere.
Le relative censure, infatti, oltre ad essere formulate in modo non conforme al citato principio
di specificità dei motivi del ricorso per cassazione al pari di quelle dianzi esaminate, si basano su un
presupposto erroneo, rappresentato dall’assunto secondo cui il decreto di fissazione dell’udienza di
comparizione delle parti a seguito del deposito dell’atto di opposizione a decreto ingiuntivo avrebbe
l’effetto implicito e definitivo di sanare l’eventuale tardività dell’opposizione stessa o di affermarne
la tempestività.
Va, osservato, al riguardo, che per costante e condiviso indirizzo di questa Corte il decreto di
fissazione di udienza attiene soltanto alla vocatio in jus e, quindi, alla corretta instaurazione del
contraddittorio, senza spiegare alcuna incidenza sul diritto sostanziale di difesa delle parti (vedi, per
tutte: Cass. 18 marzo 1993, n. 3226; Cass. 4 settembre 2012, n. 14786).
Pertanto, come esattamente ha rilevato la Corte partenopea, la fissazione dell’udienza di cui si
tratta non avrebbe mai potuto avere, di per sé, l’effetto di sanare la riscontrata tardività
dell’opposizione a decreto ingiuntivo, risultando incomprensibile “come possa ipotizzarsi” che il
decreto di fissazione in oggetto “possa contenere una decisione implicita, inaudita altera parte,
sulla ritualità dell’opposizione”.
Ne risulta del tutto destituita di fondamento la censura della ricorrente in quanto la Corte
territoriale ha adeguatamente valutato e motivato in ordine alla questione, sottolineando l’assoluta
erroneità dell’assunto della ALCA GAS, in piena conformità con la giurisprudenza di questa Corte.
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forme processuali” — non si offrono a questa Corte elementi sicuri per poter valutare la sussistenza
del vizio lamentato e del conseguente mancato esame di esso da parte della Corte territoriale,
attraverso l’agevole individuazione e reperimento degli atti processuali da quali risulterebbe la
prospettata tardività.

3.3.- Il terzo motivo del primo ricorso non è fondato.

a) in assenza di previsione di uno specifico procedimento nella disciplina del processo civile,
è possibile, per procedere alla ricostituzione di atti giudiziari, applicare analogicamente le
specifiche norme di cui agli artt. 112 e 113 cod. proc. pen. . L’applicazione analogica di tale
disciplina, estensibile anche al giudizio di cassazione, si lascia preferire a quella dettata da altre
disposizioni dell’ordinamento in generale per la ricostituzione di atti e documenti, ivi compresi
quelli giudiziari, come il r.d.l. 15 novembre 1925, n. 2071, atteso che esso si riferisce ad eventi
eccezionali di natura generale (Cass. 17 aprile 2010, n. 9269);
b) il suddetto art. 113 cod. proc. pen., prevede l’emissione di un provvedimento di natura
amministrativa (o ordinatoria), assolutamente privo di contenuto decisorio, che non realizza una
statuizione sostitutiva di quella già contenuta nel provvedimento mancante, ma interviene a
riprodurlo nella sua materialità e secondo il decisum che a quell’atto già apparteneva, restando
libero il giudice di individuare le modalità utili alla fedele ricostruzione dell’originario contenuto
dell’atto mancante, sia nella sua veste formale che nel suo contenuto decisorio e dovendosi
escludere che le valutazioni del giudice di merito circa la corrispondenza tra copia utilizzata ai fini
della ricostituzione e l’originale siano censurabili in cassazione ove non sia configurabile un vizio
della motivazione su un punto decisivo. In particolare, l’eventuale adozione da parte del giudice del
merito di modalità, meramente informali, per la ricostruzione del fascicolo processuale, ivi
compresi i verbali di udienza, possono, normalmente, essere considerate come semplici irregolarità,
inidonee a determinare invalidità processuali o lesioni del contraddittorio, sicché gli atti così assunti
possono essere legittimamente utilizzati per la decisione (Cass. 17 aprile 2009, n. 9240);
c) il ricorso per cassazione, col quale la parte, pur risultando edotta del contenuto del fascicolo
di controparte oggetto di ricostituzione e pur essendo in grado quindi d’indicare eventuali
documenti abusivamente introdotti, si limiti a denunciare, con motivo di carattere puramente
formale, la violazione del contraddittorio per avere il giudice di merito impiegato ai fini della
decisione il fascicolo ricostruito senza aver esplicitamente autorizzato la ricostruzione e senza aver
provocato il contraddittorio al riguardo, è inammissibile per manifesta infondatezza della censura
(Cass. 16 maggio 2012, n. 7648).
Dai suddetti principi si desume che il provvedimento con il quale il giudice stabilisce le
modalità di ricostituzione degli atti processuali mancanti ha natura amministrativa (o ordinatoria) ed
è assolutamente privo di contenuto decisorio. Esso, pertanto, è assoggettato al regime della
motivazione proprio degli atti amministrativi — che è diverso rispetto a quello tipico dei
provvedimenti giurisdizionali di tipo decisorio (vedi, da ultimo: Cass. 4 ottobre 2013, n. 22724) — e
non è pertanto suscettibile, per tale aspetto, di valutazione in sede di giudizio di legittimità ai sensi
dell’art. 360, n. 5, cod. proc. civ, diversamente da quanto ipotizzato dalla attuale ricorrente.
Infatti, la disposizione dell’art. 113 cod. proc. pen., assegna al giudice il compito di stabilire
con ordinanza le modalità di ricostituzione degli atti mancanti, ma non individua alcun vincolo di
contenuto e non prevede alcuna sanzione per eventuali vizi nella relativa attività di formazione,
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Come è noto, in base a consolidati e condivisi orientamenti di questa Corte:

purché la ricostituzione avvenga secondo le forme ritenute dal giudice conformi allo scopo per il
quale la procedura è prevista, come già avveniva anche sotto il vigore del precedente codice di
procedura penale, il cui art. 163 disciplinava, all’epoca, il procedimento di ricostituzione in oggetto
(Cass. pen. 13 gennaio 2009, n. 1207).
3.4.- Anche il quarto motivo del primo ricorso non è da accogliere.

Anche le doglianze mosse dalla ricorrente in riferimento all’art. 360, n. 5, cod. proc. civ., non
attenendo all’iter logico—argomentativo che sorregge la decisione — che, peraltro, risulta congruo e
chiaramente individuabile — ma si risolvendosi sostanzialmente nella prospettazione di un diverso
apprezzamento delle stesse prove e delle stesse circostanze di fatto già valutate dal Giudice del
merito in senso contrario alle aspettative della ricorrente stessa, si traducono nella richiesta di una
nuova valutazione del materiale probatorio, del tutto inammissibile in sede di legittimità.
In particolare dalla sentenza impugnata risulta che la Corte partenopea — con accertamento di
fatto, adeguatamente giustificato — ha affermato, con riguardo all’impugnativa della dichiarazione
di inammissibilità dell’opposizione a decreto ingiuntivo, la correttezza del riferimento alla data del
4 giugno 1998, sulla cui base il primo giudice ha ritenuto l’opposizione stessa inammissibile per
tardività, posto che la relativa notifica avvenne pacificamente il 24 aprile 1998, precisando che la
suddetta data è quella che risulta dall’apposito timbro della Cancelleria del Tribunale nonché dalla
sottoscrizione del funzionario. La Corte ha, pertanto, ritenuto del tutto ininfluente, nella descritta
situazione, la presenza di un timbro-data recante il giorno 3 giugno 1998, priva di qualsivoglia
sottoscrizione e rinvenuta — per affermazione della stessa ALCA GAS — all’esterno della copertina
del proprio fascicolo e non sull’atto di opposizione medesimo o, almeno, sul foliario ad esso riferito
che doveva contenere l’elenco degli atti contenuti nel fascicolo. La Corte ha altresì considerato
irrilevante il confuso e generico riferimento a “prassi” della Cancelleria del Tribunale di Avellino in
base alle quali il deposito degli atti urgenti diventerebbe un “procedimento a formazione
progressiva” distribuito in più giornate, con l’intervento di una pluralità di persone (sconosciute e
non identificabili).
Sulla base di tale premesse, la Corte d’appello ha dichiarato inammissibile la querela di falso
proposta dalla società al fine di privare dell’idoneità alla pubblica fede il suddetto timbro-data della
Cancelleria del Tribunale nonché la sottoscrizione del funzionario, attestanti che il deposito
dell’opposizione de qua avvenne il 4 giugno 1998, sul preliminare rilievo — doveroso al fine di
rispettare il principio costituzionale della ragionevole durata del processo, di cui all’art. 111,
secondo comma, Cost. — della valutazione negativa della idoneità della prova testimoniale richiesta
al fine di privare di efficacia probatoria il documento impugnato, nonché dalla prospettazione dei
fatti offerta dalla società.

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Premesso che l’invocazione dell’art. 360, n. 4, cod. proc. civ. presente nella rubrica del
motivo non ha alcun riscontro nell’ambito delle argomentazioni che sostengono il motivo stesso e,
quindi, risulta inammissibile.

a) affinché ad una data indicata su un timbro di un Ufficio giudiziario (nella specie:
Cancelleria) apposto su un atto processuale possa attribuirsi rilievo al fine del calcolo dei termini
processuali è di norma necessario che il timbro in oggetto sia quello proprio dell’Ufficio
competente e che vi sia la sottoscrizione (o almeno la sigla) sicuramente attribuibile al competente
addetto dell’Ufficio stesso, sicché i dati risultanti da simile timbro non possono, di norma, essere
smentiti da dati diversi indicati in un timbro-data, privo di qualsivoglia sottoscrizione rinvenuto
all’esterno della copertina del fascicolo della parte interessata e non sugli atti da questa depositati,
oltretutto in assenza di riscontri sul foliario ad essi riferiti, contenenti l’elenco degli atti contenuti
nel fascicolo stesso (arg. ex Cass. 10 novembre 2011, n. 23442 e Cass. 28 marzo 2011, n. 7063);
b) in tema di querela di falso, la formulazione dell’art. 221 cod. proc. civ., secondo cui la
proposizione della querela deve contenere, a pena di nullità, l’indicazione degli elementi e delle
prove poste a sostegno dell’istanza, indica in modo non equivoco che il giudice di merito davanti al
quale sia stata proposta la querela di falso è tenuto a compiere un accertamento preliminare per
verificare la sussistenza o meno dei presupposti che ne giustificano la proposizione, finendosi
diversamente dilatare i tempi di decisione del processo principale, in contrasto con il principio della
ragionevole durata del processo di cui all’art. 111, secondo comma, Cost. (Cass. SU 23 giugno
2010,n. 15169);
c) in particolare, nelle controversie di lavoro o di previdenza o assistenza obbligatoria la
proposizione della querela di falso rimane influenzata dalle esigenze di oralità, concentrazione ed
immediatezza proprie del rito del lavoro (Cass. 19 novembre 2010, n. 23482).
3.5.- Infine, anche il secondo motivo del secondo ricorso non è da accogliere.
Infatti, la Corte partenopea — nel confermare il capo della sentenza di primo grado relativo
alla dichiarazione di inammissibilità dell’opposizione all’ordinanza-ingiunzione proposta dalla
società ALCA GAS, pur essendo stato destinatario dell’ingiunzione medesima esclusivamente
Gerardo Di Natale, nella sua qualità di amministratore della società stessa — si è uniformata al
condivisibile e costante indirizzo della giurisprudenza di questa Corte (vedi, tra tante: Cass. 23
gennaio 1998, n. 648; Cass. 2 novembre 2001, n. 13588; Cass. 21 novembre 2001, n. 14635; Cass.
3 ottobre 2005, n. 19284; Cass. 9 maggio 2006, n. 10681; Cass. 29 agosto 2011, n. 17617), secondo
il quale, in tema di sanzioni amministrative, allorché l’ordinanza-ingiunzione sia stata emessa nei
confronti del solo rappresentante legale di persona giuridica, quest’ultima non è legittimata a
proporre opposizione ai sensi della legge n. 689 del 1981, artt. 22 e 23. Infatti, non è sufficiente a
conferire alla persona giuridica tale legittimazione il vincolo di solidarietà, ai sensi della medesima
legge, fra essa ed il proprio rappresentante, in quanto l’interesse giuridico — e quindi la
legittimazione — alla rimozione del provvedimento nasce solo dall’esserne stati destinatari diretti.
In altri termini, la legittimazione a proporre opposizione contro l’ordinanza-ingiunzione
irrogativa di sanzione amministrativa deriva non già dall’interesse di fatto che il soggetto ricorrente
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Ne deriva che la Corte partenopea ha valutato con scrupolo la situazione ed ha motivato in
modo ineccepibile la decisione assunta, che peraltro risulta conforme ai consolidati e condivisi
orientamenti di questa Corte secondo cui:

Nella specie risulta essere stato accertato inequivocabilmente che l’ordinanza-ingiunzione era
stata emessa nei confronti del Di Natale, quale legale rappresentante della ALCA GAS s.p.a., sicché
quest’ultima era sfornita della contestata legittimazione, per quel che si è detto.
Quanto alle altre censure — riguardanti prospettati vizi dell’ordinanza-ingiunzione medesima
che qui vengono riproposti — diversamente da quanto sostiene l’attuale ricorrente, la Corte d’appello
non ha omesso di motivare al riguardo, ma — con congrua e logica motivazione — ha considerato
tali censure assorbite, essendone divenuto superfluo l’esame per effetto della dichiarazione di
inammissibilità dell’opposizione all’ordinanza-ingiunzione.

V — Conclusioni
4.- In sintesi entrambi i ricorsi devono essere respinti. Le spese del presente giudizio di
cassazione — liquidate nella misura indicata in dispositivo — seguono la soccombenza.
P.Q.M.
La Corte riunisce i ricorsi e li rigetta. Condanna la società ricorrente al pagamento delle spese
del presente giudizio di cassazione, complessivamente liquidate in euro 100,00 (cento/00) per
esborsi, euro 4000,00 (quattromila/00) per compensi professionali, oltre accessori come per legge.
Così ciso in Rs a, nella camera di consiglio della Sezione lavoro, il 25 settembre 2013.

possa avere alla rimozione de provvedimento, bensì dall’interesse giuridico di cui lo stesso possa
considerarsi investito, quale destinatario del provvedimento, con la conseguenza che il vincolo di
solidarietà che esiste tra la persona giuridica ed il proprio rappresentante non comporta che la prima
possa considerarsi interessata, ai sensi del citato legge n. 689 del 1981, art. 22, a proporre
opposizione avverso l’ordinanza-ingiunzione emessa a carico del solo rappresentante legale, stante
l’autonomia delle posizioni dei soggetti obbligati in solido, nei confronti di ciascuno dei quali
sussiste l’obbligo della preventiva contestazione in funzione della successiva emissione
dell’ordinanza-ingiunzione, e l’insussistenza di qualsiasi litisconsorzio necessario tra coobbligati
solidali.

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