Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25585 del 10/10/2019

Cassazione civile sez. lav., 10/10/2019, (ud. 09/07/2019, dep. 10/10/2019), n.25585

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI CERBO Vincenzo – Presidente –

Dott. RAIMONDI Guido – Consigliere –

Dott. BLASUTTO Daniela – Consigliere –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. PAGETTA Antonella – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 12609/2015 proposto da:

C.C., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA OSLAVIA 28,

presso lo studio dell’avvocato ROBERTO BOTTACCHIARI, che lo

rappresenta e difende;

– ricorrente –

contro

ENERGAS S.P.A., in persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliata in ROMA, CORSO TRIESTE 87, presso lo

studio dell’avvocato BRUNO BELLI, rappresentata e difesa

dall’avvocato FRANCESCO PALLESCHI;

– controricorrente –

e contro

N.G., T.C., C. ECO PETROL SERVICE

S.R.L.;

– intimati –

avverso la sentenza n. 295/2014 della CORTE D’APPELLO di POTENZA,

depositata il 08/05/2014, R.G.N. 126/2011;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

09/07/2019 dal Consigliere Dott. ANTONELLA PAGETTA;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CIMMINO Alessandro, che ha concluso per l’inammissibilità, in

subordine per il rigetto del ricorso;

udito l’Avvocato CARMELA CURCIO per delega verbale ROBERTO

BOTTACCHIARI;

udito l’Avvocato FRANCESCO PALLESCHI.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. La Corte di appello di Potenza, in parziale riforma della sentenza di primo grado, ha condannato C.C. e T.C., rispettivamente nella veste di legale rappresentante della datrice di lavoro Distribuzione Energie Lucane s.r.l. e di preposto all’impianto al quale era addetto N.G., al pagamento in favore di quest’ultimo della somma di 364.001,73, oltre accessori, a titolo di risarcimento del danno non patrimoniale conseguente ad infortunio lavorativo verificatosi in data (OMISSIS).

1.1. Il giudice di appello, respinta la eccezione di nullità del ricorso introduttivo per omessa notifica delle pagine 28 e 29, ritenuta provata la violazione di norme di sicurezza e di regole di comune esperienza nella produzione dell’evento, rilevato che non era stato contestato l’accertamento relativo ad un danno biologico permanente nella misura del 50%, ritenuto nella specie il danno biologico coincidente con il danno non patrimoniale, ha osservato che, essendo applicabile alla fattispecie in esame in ragione della data del verificarsi dell’infortunio il regime anteriore a quello introdotto dal D.Lgs. n. 38 del 2000, il C. ed il T. erano tenuti a corrispondere per l’intero tale danno calcolato sulla base delle tabelle in uso presso il Tribunale di Milano invocate dall’originario ricorrente.

2. Per la cassazione della decisione ha proposto ricorso C.C. sulla base di tre motivi; Energas s.p.a. ha resistito con tempestivo controricorso; gli altri intimati non hanno svolto attività difensiva.

3. Energas s.p.a. ha depositato memoria ai sensi dell’art. 378 c.p.c..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo C.C. deduce omesso esame di un fatto decisivo per il giudizio – rappresentato dalla incompletezza del ricorso introduttivo – che è stato oggetto di discussione tra le parti. Premette che la copia notificata del ricorso di primo grado era mancante delle pagine 28 e 29 e che, come già evidenziato nei propri scritti difensivi, tale mancanza configurava nullità insanabile del ricorso. Assume, quindi, che la affermazione della Corte di merito circa la intervenuta notifica dell’atto in forma integrale non trovava riscontro nelle risultanze processuali e che vi era stato omesso esame di tale profilo.

2. Con il secondo motivo parte ricorrente deduce violazione e falsa applicazione dell’art. 415 c.p.c., comma 4, che prescrive la notificazione del ricorso introduttivo nella sua interezza.

3. Con il terzo motivo deduce nullità del procedimento e della sentenza per violazione degli artt. 112,115,116 c.p.c. e art. 132 c.p.c., comma 4.

Premette di avere, nelle proprie difese, evidenziato che prima di accertare la entità del danno occorreva verificare il nesso di causalità tra la condotta datoriale e il pregiudizio dedotto non potendo il relativo giudizio essere vincolato dalla condanna riportata in sede penale attinente a violazioni formali. In questa prospettiva assume che la ricostruzione fattuale della Corte di merito, che aveva escluso il concorso di colpa del N. e attribuito valore dirimente alla circostanza che l’autocisterna dalla quale si era sprigionato l’incendio fosse stata parcheggiata per alcuni giorni su un piazzale esterno prima del ricovero in officina con conseguente aumento della temperatura del gas residuatovi all’interno e facilitazione della successiva deflagrazione, era errata in quanto riconosceva valore fondamentale ad una circostanza che al più poteva avere agevolato l’incendio ma non ne costituiva la causa. Lamenta quindi l’omesso specifico esame di risultanze e documenti processuali che indica analiticamente.

4. Il primo motivo di ricorso è articolato con modalità inidonee alla valida censura della decisione.

4.1. La sentenza impugnata ha accertato la avvenuta integrale notifica del ricorso introduttivo (sentenza, pag. 7 in fine). Tale accertamento non è correttamente censurato dal ricorrente che si limita a denunziare ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, l’omesso esame della circostanza relativa alla incompletezza dell’atto notificato e mostra di sovrapporre il piano dell’omessa pronunzia con quello dell’omesso esame (v. pag. 6, 1 capoverso ricorso).

4.2. Come è noto con l’arresto espresso da Cass., Sez. Un. 8053 del 2014, questa Corte, dopo aver chiarito i limiti del controllo sulla motivazione da parte del giudice di legittimità, ha evidenziato che l’omesso esame deve riguardare un fatto (inteso nella sua accezione storico-fenomenica e, quindi, non un punto o un profilo giuridico) principale o primario (ossia costitutivo, impeditivo, estintivo o modificativo del diritto azionato) o secondario (cioè dedotto in funzione probatoria). Ma il riferimento al fatto secondario non implica che possa denunciarsi ex art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, anche l’omesso esame di determinati elementi probatori: basta che il fatto sia stato esaminato, ancorchè – in astratta ipotesi – in modo errato o poco convincente, senza che sia necessario che il giudice abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie emerse all’esito dell’istruttoria come astrattamente rilevanti. A sua volta deve trattarsi di un fatto (processualmente) esistente, per esso intendendosi non un fatto storicamente accertato, ma un fatto che in sede di merito sia stato allegato dalle parti: tale allegazione può risultare già soltanto dal testo della sentenza impugnata (e allora si parlerà di rilevanza del dato testuale) o dagli atti processuali (rilevanza del dato extra-testuale).Sempre le S.U. hanno precisato gli oneri di allegazione e produzione a carico del ricorrente ai sensi dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6 e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, puntualizzando che il ricorso deve indicare chiaramente non solo il fatto storico del cui mancato esame ci si duole, ma anche il dato testuale (emergente dalla sentenza) o extra-testuale (emergente dagli atti processuali) da cui risulti la sua esistenza.

4.3. Tanto premesso la inammissibilità del motivo in oggetto scaturisce dal rilievo, dirimente, che la questione della mancata integrale notifica dell’atto introduttivo del giudizio di primo grado è stata espressamente presa in considerazione dalla Corte di merito la quale la ha esclusa con accertamento di fatto non adeguatamente censurato.

5. Il secondo motivo di ricorso è inammissibile per difetto di pertinenza con le ragioni che sostengono la decisione. La sentenza impugnata non contiene alcuna affermazione in diritto in contrasto con il disposto della norma richiamata in tema di necessità di integrale notifica del ricorso introduttivo ma si limita a dare atto dell’accertamento in ordine alla avvenuta integrale notifica del ricorso introduttivo. La illustrazione della censura, sostanzialmente non argomentata, non è conforme alla giurisprudenza di questa Corte secondo la quale la denunzia di violazione di norma di diritto deve investire l’attività ermeneutica diretta a ricostruire la portata precettiva della disposizione richiamata o la sussunzione del fatto accertato dal giudice di merito nell’ipotesi normativa e specificare le affermazioni in diritto contenute nella sentenza impugnata assunte a contrasto con le norme regolatrici della fattispecie e con l’interpretazione fornita dalla giurisprudenza di legittimità o dalla prevalente dottrina (Cass. n. 16038 del 2013; Cass. n. 3010 del 2012, n. 24756 del 2007, Cass. n. 12984 del 2006), oneri non assolti dalla odierna parte ricorrente.

6. Il terzo motivo di ricorso è anch’esso inammissibile.

6.1. In primo luogo la formale denunzia di violazione dell’art. 112 c.p.c., non trova corrispondenza nella illustrazione del motivo in esame. Parte ricorrente non individua, infatti, alcuna domanda autonomamente apprezzabile per la quale la pronunzia asseritamente omessa, si sia resa ineludibile. In relazione infatti alla questione della efficacia del giudicato penale nel giudizio civile (v. pagg. 6 e 7) che il ricorso sembra collegare alla dedotta violazione dell’art. 112 c.p.c., è lo stesso ricorrente il quale, nell’assumere che “la Corte di appello si è pronunziata svolgendo un esame parziale e contraddittorio della risultanze processuali” (v. ricorso, pag. 7, secondo cpv.), finisce con il riconoscere che tale questione è stata presa in considerazione come in effetti espressamente avvenuto (v. sentenza, pagg. 11 e sgg.) avendo la sentenza impugnata ampiamente argomentato, con puntuale confutazione dei rilievi formulati in seconde cure dal C., sulle ragioni dell’adesione prestata all’accertamento del giudice penale in ordine alla responsabilità datoriale per il prodursi dell’evento.

6.2. Da tanto consegue la inconfigurabilità già in astratto del vizio formalmente denunziato in quanto, come chiarito da questa Corte, qualora si deduca in sede di legittimità un vizio di omessa pronunzia, per violazione dell’art. 112 c.p.c., è necessario, da un lato, che al giudice del merito siano state rivolte una domanda od un’eccezione autonomamente apprezzabili, ritualmente ed inequivocabilmente formulate, per le quali quella pronunzia si sia resa necessaria ed ineludibile, e, dall’altro, che tali istanze, nel ricorso per cassazione, siano riportate puntualmente, nei loro esatti termini, ovvero per riassunto del loro contenuto, con l’indicazione specifica, altresì, dell’atto difensivo e/o del verbale di udienza nei quali l’una o l’altra erano state proposte, onde consentire al giudice di verificarne la ritualità e la tempestività e la decisività delle questioni prospettatevi (Cass. n. 3845 del 2018, Cass. 25299 del 2014, Cass. n. 6361 del 2007).

6.3. E’ da escludere, inoltre, che la sentenza sia nulla per omessa motivazione, dedotta sub specie di motivazione apparente, posto che tale ipotesi sussiste allorquando pur non mancando un testo della motivazione in senso materiale, lo stesso non contenga una effettiva esposizione delle ragioni alla base della decisione, nel senso che le argomentazioni sviluppate non consentono di ricostruire il percorso logico-giuridico alla base del decisum; tale carenza non è ravvisabile in relazione alla decisione impugnata della quale è agevolmente ricostruibile il percorso logico-giuridico ed i presupposti di fatto che lo sorreggono, secondo quanto si evince dall’accertamento operato in relazione all’omissione di cautele doverose da parte della datrice di lavoro e dal nesso di causalità delle stesse con l’infortunio occorso al lavoratore.

6.4. Parimenti inammissibile la deduzione di vizio di attività del giudice di merito prospettato con riferimento agli artt. 115 e 116 c.p.c., avendo questa Corte chiarito che una questione di violazione o di falsa applicazione degli artt. 115 e 116 c.p.c., non può porsi per una erronea valutazione del materiale istruttorio compiuta dal giudice di merito, ma, rispettivamente, solo allorchè si alleghi che quest’ultimo abbia posto a base della decisione prove non dedotte dalle parti, ovvero disposte d’ufficio al di fuori dei limiti legali, o abbia disatteso, valutandole secondo il suo prudente apprezzamento, delle prove legali, ovvero abbia considerato come facenti piena prova, recependoli senza apprezzamento critico, elementi di prova soggetti invece a valutazione (Cass. n. 27000 del 2016), questioni neppure formalmente allegate dall’odierno ricorrente. In realtà le doglianze articolate, al di là della formale riconduzione ad un vizio di attività del giudice di merito, risultano inammissibilmente intese ad un diverso apprezzamento di fatto del materiale probatorio, apprezzamento precluso al giudice di legittimità (Cass. n. 24679 del 2013, Cass. n. 2197 del 2011, Cass. n. 20455 del 2006, Cass. n. 7846 del 2006, Cass. n. 2357 del 2004), dovendo ulteriormente evidenziarsi che l’accertamento di fatto alla base del decisum poteva essere incrinato solo dalla deduzione di omesso esame di un fatto decisivo, oggetto di discussione tra le parti, evocato nel rispetto del disposto dell’art. 366 c.p.c., commi 1, nn. 3 e 6 (Cass. Sez. Un. 8053 del 2014). Tale fatto non è configurabile nelle circostanze indicate a pagg. 8 e 9 del ricorso che appaiono intrinsecamente prive del carattere di decisività e non risultano evocate nel rispetto degli oneri prescritti dall’art. 366 c.p.c..

7. In base alle considerazioni che precedono il ricorso deve essere dichiarato inammissibile.

8. Le spese di lite vengono compensate nei confronti di Energas s.p.a. assumendo la notifica alla detta società del ricorso per cassazione non valore di “vocatio in ius” ma di mera “litis denuntiatio” (v. Cass. 5508 de 2016). Energas s.p.a. non è, infatti, parte nel rapporto processuale tra il C. e il N., investito dall’impugnazione, ma tale qualità ha assunto nella causa, scindibile, intrapresa dal N., avente ad oggetto la declaratoria di inefficacia ex art. 2901 c.c., della vendita di alcuni beni aziendali alla società Energas da parte della Distribuzione Energie Lucane s.r.l.., datrice di lavoro.

9. Sussistono i presupposti per l’applicabilità del D.P.R. 30 maggio 2002, n. 115, art. 13, comma 1 quater, nel testo introdotto dalla L. 24 dicembre 2012, n. 228, art. 1, comma 17.

PQM

La Corte dichiara inammissibile il ricorso. Compensa le spese nei confronti di Energas s.p.a..

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 9 luglio 2019.

Depositato in Cancelleria il 10 ottobre 2019

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