Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25584 del 10/10/2019

Cassazione civile sez. lav., 10/10/2019, (ud. 09/07/2019, dep. 10/10/2019), n.25584

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI CERBO Vincenzo – Presidente –

Dott. RAIMONDI Guido – Consigliere –

Dott. BLASUTTO Daniela – rel. Consigliere –

Dott. PATTI Adriano Piergiovanni – Consigliere –

Dott. PAGETTA Antonella – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 27384/2015 proposto da:

B.E., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA APPIA NUOVA 107,

presso lo studio dell’avvocato SIMONA DI MURRO, rappresentata e

difesa dall’avvocato GIUSEPPE GAROFALO;

– ricorrente –

contro

G.L., elettivamente domiciliata in ROMA, VIA RENO 21, presso lo

studio dell’avvocato ROBERTO RIZZO, che la rappresenta e difende;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 871/2015 della CORTE D’APPELLO di ROMA,

depositata il 15/05/2015 R.G.N. 7734/2010;

udita la relazione della causa svolta nella Pubblica udienza del

09/07/2019 dal Consigliere Dott. DANIELA BLASUTTO;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

CIMMINO Alessandro, che ha concluso per l’inammissibilità in

subordine rigetto;

udito l’Avvocato GIUSEPPE GAROFALO;

udito l’Avvocato ROBERTO RIZZO.

Fatto

FATTI DI CAUSA

1. Con ricorso al Tribunale di Latina, B.E. chiedeva che fosse accertata la natura subordinata del rapporto di rapporto di lavoro intercorso dal settembre 1989 al dicembre 2006 alle dipendenze di G.L., nonchè il suo diritto all’inquadramento nel IV livello c.c.n.l. studi professionali e la condanna della convenuta al pagamento della somma di Euro 132.626,99, oltre accessori e regolarizzazione contributiva, a titolo di differenze retributive tra il dovuto e i compensi percepiti, assumendo di avere osservato un orario di 40 ore settimanali dal settembre 1989 e di 22,5 ore settimanali dal 14 febbraio 2001 fino alla cessazione del rapporto.

2. Il Tribunale adito respingeva la domanda ritenendo insussistenti gli elementi caratterizzanti la subordinazione. In particolare, ravvisava la mancanza di prova in ordine al vincolo di orario e al potere direttivo della G., anche in ragione del rapporto di affinità intercorrente tra le parti, essendo la convenuta sorella del coniuge della B., poi deceduto.

3. B.E. proponeva appello, deducendo che non era dato comprendere se il rapporto di lavoro, protrattosi per diciassette anni, fosse stato qualificato come autonomo, subordinato, gratuito o di impresa familiare. Ribadiva di avere svolto mansioni di segretaria, che non richiedevano particolari direttive, in quanto semplici e ripetitive.

4. L’appello veniva rigettato dalla Corte di appello di Roma, con sentenza n. 171 del 2015. Premesso che la rivendicazione della ricorrente richiedeva che fossero dimostrati innanzitutto gli elementi caratterizzanti la subordinazione e l’osservanza dell’orario dedotto nella domanda, osservava la Corte territoriale, in sintesi:

– che tale onere non era stato assolto, in quanto nessuno dei testi aveva riferito della sottoposizione della B. al potere gerarchico, direttivo e organizzativo della G.;

– che tra le parti era intercorso un rapporto di lavoro autonomo, in quanto la B. si era occupata della registrazione delle fatture e dell’inserimento dei dati nel computer per le dichiarazioni dei redditi, provvedendovi con gestione autonoma;

– che, anche a voler ritenere non necessarie indicazioni continue, data la ripetitività delle mansioni, le prove testimoniali non avevano consentito di ritenere provata l’attività lavorativa della ricorrente per tutto il periodo dedotto in giudizio e neppure secondo l’orario di lavoro specificato nel ricorso introduttivo; infatti, i testi avevano riferito per periodi od orari molto limitati;

– in conclusione, non era stata dimostrata la continuità, nè la frequenza settimanale, nè l’orario giornaliero, con conseguente impossibilità di stabilire se fosse dovuta o meno una differenza rispetto ai parametri della contrattazione collettiva invocata.

5. Per la cassazione di tale sentenza da B. ha proposto ricorso affidato a due motivi, cui ha resistito la G. con controricorso.

6. Entrambe le parti hanno depositato memoria ex art. 378 c.p.c..

Diritto

RAGIONI DELLA DECISIONE

1. Il primo motivo denuncia violazione e falsa applicazione dell’art. 132 c.p.c. e dell’art. 432c.p.c. (art. 360 c.p.c., n. 3). Si sostiene la contraddittorietà e l’incomprensibilità della decisione, in quanto, se gli argomenti si incentrano sul difetto di prova per il riconoscimento delle differenze retributive, ciò sta a intendere che è stata riconosciuta implicitamente la subordinazione, della quale al tempo stesso si è negata la prova. Si deduce che, se il punto controverso riguardava unicamente l’esatta quantificazione delle spettanze, ben avrebbe potuto il giudice di merito ricorrere ad una liquidazione equitativa ex art. 432 c.p.c..

2. Con il secondo motivo si lamenta omesso esame circa un fatto decisivo per il giudizio (art. 360 c.p.c., n. 5) per avere la Corte territoriale erroneamente valutato le risultanze della prova testimoniale, confermando il giudizio espresso dal primo giudice secondo cui si sarebbe in presenza di un rapporto gratuito nell’ambito di una collaborazione familiare, pur a fronte del protrarsi della prestazione per una durata di oltre diciassette anni.

3. Entrambi i motivi sono inammissibili.

4. Quanto al primo motivo, a seguito delle modifiche introdotte dal D.L. 22 giugno 2012, n. 83, art. 54, comma 1, lett. b), convertito, con modificazioni, nella L. 7 agosto 2012, n. 134, non sono più ammissibili nel ricorso per cassazione le censure di contraddittorietà e insufficienza della motivazione della sentenza di merito impugnata, in quanto il sindacato di legittimità sulla motivazione resta circoscritto alla sola verifica della violazione del “minimo costituzionale” richiesto dall’art. 111 Cost., comma 6, individuabile nelle ipotesi – che si convertono in violazione dell’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4 e danno luogo a nullità della sentenza – di “mancanza della motivazione quale requisito essenziale del provvedimento giurisdizionale”, di “motivazione apparente”, di “manifesta ed irriducibile contraddittorietà” e di “motivazione perplessa od incomprensibile” (Cass. S.U. n. 8053 del 2014, nonchè, tra le tante successive, Cass. n. 23940 del 2017). I provvedimenti giudiziari non si sottraggono all’obbligo di motivazione previsto in via generale dall’art. 111, comma 6, Cost. e, nel processo civile, dall’art. 132 c.p.c., comma 2, n. 4 e tale obbligo è violato qualora la motivazione sia totalmente mancante o meramente apparente, ovvero essa risulti del tutto inidonea ad assolvere alla funzione specifica di esplicitare le ragioni della decisione (per essere afflitta da un contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili oppure perchè perplessa ed obiettivamente incomprensibile) e, in tal caso, si concreta una nullità processuale deducibile in sede di legittimità ai sensi dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 4 (Cass. 22598 del 2018).

4.1. Tutto ciò premesso, il primo motivo di ricorso, per ipotizzare un contrasto irriducibile tra affermazioni inconciliabili, sovverte l’ordine argomentativo sul quale la sentenza si fonda. Questa ha rimarcato, in diversi passaggi motivazionali, la natura onerosa della prestazione lavorativa resa dalla B. nello studio della cognata, qualificandola come di lavoro autonomo, compensato come tale durante tutto lo svolgimento del rapporto. Difatti, ha dato atto che la ricorrente aveva percepito dei compensi e al contempo ha evidenziato il difetto di prova degli indici sintomatici della subordinazione, primo fra tutti l’assoggettamento a direttive datoriali. Ha riferito che la B. si organizzava in modo autonomo e che non aveva dimostrato in giudizio (art. 2697 c.c.) nè la continuità, nè l’osservanza di un preciso orario di lavoro.

4.2. Costituisce requisito fondamentale del rapporto di lavoro subordinato – ai fini della sua distinzione dal rapporto di lavoro autonomo – il vincolo di soggezione del lavoratore al potere direttivo, organizzativo e disciplinare del datore di lavoro, il quale discende dall’emanazione di ordini specifici, oltre che dall’esercizio di una assidua attività di vigilanza e controllo dell’esecuzione delle prestazioni lavorative. L’esistenza di tale vincolo va concretamente apprezzata con riguardo alla specificità dell’incarico conferito al lavoratore e al modo della sua attuazione, fermo restando che ogni attività umana economicamente rilevante può essere oggetto sia di rapporto di lavoro subordinato sia di rapporto di lavoro autonomo. In sede di legittimità è censurabile solo la determinazione dei criteri generali ed astratti da applicare al caso concreto, mentre costituisce accertamento di fatto la valutazione delle risultanze processuali che hanno indotto il giudice ad includere il rapporto controverso nell’uno o nell’altro schema contrattuale (v. tra le tante, Cass. 2728 del 2010).

4.3 Il primo motivo sembra voler trarre argomenti, per ipotizzare il suddetto vizio di nullità della sentenza, dal fatto che la sentenza, motivando in ordine al difetto di prova circa le differenze retributive, avrebbe con ciò implicitamente riconosciuto la natura subordinata del rapporto, che costituisce il presupposto perchè possa procedersi all’esame di domande consequenziali. Tuttavia, tale assunto non si confronta con il decisum su cui la sentenza si fonda e cioè che, per il riconoscimento della subordinazione, occorre la prova in giudizio degli elementi strutturali della fattispecie e, ove siano rivendicate differenze retributive in ragione della diversa qualificazione del rapporto di lavoro, occorre altresì la dimostrazione dell’orario effettivamente osservato, oltre che la riconducibilità delle voci retributive rivendicate a quelle del parametro contrattuale invocato. Il motivo viola l’art. 366 c.p.c., n. 4, difettando di specificità rispetto alla ratio decidendi.

5. Altresì inammissibile è la richiesta di procedere ad una liquidazione equitativa ex art. 432 c.p.c.. La valutazione equitativa della prestazione, rimessa al giudice del lavoro dall’art. 432 c.p.c., ha per oggetto il valore economico di questa e non la determinazione in ordine alla sua esistenza, esigendo la norma che sia certo il diritto e non sia possibile determinare la somma dovuta (Cass. 5603 del 2002, 5793 del 1987). Pertanto, alla valutazione equitativa delle prestazioni, prevista dall’art. 432 c.p.c., il giudice può far luogo quando sia certo il diritto, ma non sia possibile determinare la somma dovuta, essendo la liquidazione equitativa ammissibile, ai sensi dell’art. 432 c.p.c., solo quando il credito di lavoro, di cui sia certa l’esistenza, non possa essere determinato nel suo esatto importo (Cass. n. 3231 del 1985).

6. Con il secondo motivo, con cui si denuncia la violazione dell’art. 360 c.p.c., n. 5, la ricorrente sostanzialmente sollecita una inammissibile rivalutazione delle risultanze istruttorie e una diversa interpretazione delle stesse.

6.1. Con la sentenza n. 8053 del 2014 le Sezioni Unite hanno chiarito, con riguardo ai limiti della denuncia di omesso esame di una quaestio facti, che il nuovo testo dell’art. 360 c.p.c., comma 1, n. 5, consente tale denuncia nei limiti dell’omesso esame di un fatto storico, principale o secondario, la cui esistenza risulti dal testo della sentenza o dagli atti processuali, che abbia costituito oggetto di discussione tra le parti e abbia carattere decisivo (vale a dire che, se esaminato, avrebbe determinato un esito diverso della controversia). In proposito, è stato, altresì, affermato che, nel rigoroso rispetto delle previsioni dell’art. 366 c.p.c., comma 1, n. 6 e art. 369 c.p.c., comma 2, n. 4, il ricorrente deve indicare il “fatto storico”, il cui esame sia stato omesso, il “dato”, testuale o extratestuale, da cui esso risulti esistente, il “come” e il “quando” tale fatto sia stato oggetto di discussione processuale tra le parti e la sua “decisività”, fermo restando che l’omesso esame di elementi istruttori non integra, di per sè, il vizio di omesso esame di un fatto decisivo qualora il fatto storico, rilevante in causa, sia stato comunque preso in considerazione dal giudice, ancorchè la sentenza non abbia dato conto di tutte le risultanze probatorie (sent. 8053/14 cit.).

6.2. La censura di omesso esame di un fatto decisivo non corrisponde al parametro normativo e si risolve, invece, in una inammissibile richiesta di rivalutazione del merito della causa.

6.3. D’altra parte, questa Corte ha più volte affermato, anche nella vigenza del precedente testo dell’art. 360 c.p.c., n. 5, che l’esame dei documenti esibiti e delle deposizioni dei testimoni, nonchè la valutazione dei documenti e delle risultanze della prova testimoniale, il giudizio sull’attendibilità dei testi e sulla credibilità di alcuni invece che di altri, come la scelta, tra le varie risultanze probatorie, di quelle ritenute più idonee a sorreggere la motivazione, involgono apprezzamenti di fatto riservati al giudice del merito, il quale, nel porre a fondamento della propria decisione una fonte di prova con esclusione di altre, non incontra altro limite che quello di indicare le ragioni del proprio convincimento, senza essere tenuto a discutere ogni singolo elemento o a confutare tutte le deduzioni difensive, dovendo ritenersi implicitamente disattesi tutti i rilievi e circostanze che, sebbene non menzionati specificamente, sono logicamente incompatibili con la decisione adottata (v. tra le più recenti, Cass. n. 16056 del 2016; v. pure 17097 del 2010).

7. Il ricorso va dunque dichiarato inammissibile, con condanna di parte ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, liquidate nella misura indicata in dispositivo per esborsi e compensi professionali, oltre spese forfettarie nella misura del 15 per cento del compenso totale per la prestazione, ai sensi del D.M. 10 marzo 2014, n. 55, art. 2.

8. Sussistono i presupposti processuali per il versamento, da parte della ricorrente, di un ulteriore importo a titolo di contributo unificato, pari a quello dovuto, ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater. Il raddoppio del contributo unificato, introdotto dalla della L. n. 228 del 2012, art. 1, comma 17, costituisce una obbligazione di importo predeterminato che sorge ex lege per effetto del rigetto dell’impugnazione, della dichiarazione di improcedibilità o di inammissibilità della stessa.

P.Q.M.

La Corte dichiara inammissibile il ricorso e condanna la ricorrente al pagamento delle spese del giudizio di legittimità, che liquida in Euro 200,00 per esborsi e in Euro 5.000,00 per compensi professionali, oltre 15% per spese generali e accessori di legge.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza dei presupposti per il versamento, da parte della ricorrente, dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, il 9 luglio 2019.

Depositato in Cancelleria il 10 ottobre 2019

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