Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25575 del 30/11/2011

Cassazione civile sez. III, 30/11/2011, (ud. 21/10/2011, dep. 30/11/2011), n.25575

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE TERZA CIVILE

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. PREDEN Roberto – Presidente –

Dott. MASSERA Maurizio – Consigliere –

Dott. AMATUCCI Alfonso – Consigliere –

Dott. CARLEO Giovanni – Consigliere –

Dott. LANZILLO Raffaella – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

sentenza

sul ricorso 6138/2009 proposto da:

T.A. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in

ROMA, VIA VARRONE 9, presso lo studio dell’avvocato VANNICELLI

FRANCESCO, rappresentato e difeso dall’avvocato LAMANTIA Giovanna

giusta delega in atti;

– ricorrente –

e contro

MEIEAURORA SPA (OMISSIS), S.P.;

– intimati –

avverso la sentenza nn. 106/2008 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 18/01/2008; R.G.N. 1325/2004;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

21/10/2011 dal Consigliere Dott. RAFFAELLA LANZILLO;

udito il P.M., in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SGROI Carmelo, che ha concluso per accoglimento 1 e 2 motivo, p.q.r.

assorbito il 3 rigetto 4 e 5 motivo.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Nella causa di risarcimento dei danni conseguiti ad un incidente stradale, proposta da T.A., che viaggiava in sella ad una bicicletta, contro S.P. e la spa MEIE Assicurazioni, il Tribunale di Milano ha ritenuto di non poter ricostruire il fatto, addebitando la responsabilità ai due conducenti in ugual misura (art. 2054, comma 2). Ha condannato i convenuti al risarcimento della metà dei danni subiti dal T., quantificati in Euro 209.580,00, e quest’ultimo a pagare alla controparte Euro 2.467,00, sempre in risarcimento della metà dei danni.

Era dubbio, in particolare, se l’automobile avesse investito il ciclista da tergo, viaggiando nella sua stessa direzione, o se invece il ciclista provenisse dalla direzione opposta a quella dell’automobile ed avesse invaso la corsia di pertinenza di questa, come sostenevano i convenuti.

Nel giudizio di appello il T. ha prodotto sentenza del Tribunale penale di Monza, divenuta irrevocabile, che ha condannato il S. per lesioni colpose, ricostruendo le modalità dell’incidente conformemente alla versione dei fatti da lui resa, cioè nel senso che i due mezzi viaggiavano nella stessa direzione.

La Corte di appello di Milano ha confermato la sentenza di primo grado.

Il T. propone cinque motivi di ricorso per cassazione.

Gli intimati non hanno depositato difese.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1.- Con il primo motivo, deducendo violazione di varie disposizioni di legge e vizi di motivazione, il ricorrente assume che erroneamente la Corte di appello ha ritenuto inammissibile, perchè tardivamente proposta solo in sede di precisazione delle conclusioni, la sua domanda di risarcimento del danno esistenziale.

Fin dall’atto di citazione, infatti, egli ha chiesto il risarcimento di tutti i danni subiti, menzionando nelle argomentazioni difensive il grave pregiudizio che le ferite riportate nel sinistro hanno arrecato alla sua vita di relazione ed all’espressione della sua personalità.

Il ricorrente richiama la giurisprudenza di questa Corte secondo cui il danno esistenziale non costituisce voce autonomamente risarcibile, ma configura solo un aspetto dei danni non patrimoniali di cui il giudice deve tenere conto, nell’adeguare la liquidazione alle peculiarità del caso concreto (Cass. civ. 11 novembre 2008 n. 26972, n. 26973, n. 26974 e n. 26975).

Rileva che in sede di precisazione delle conclusioni egli ha solo quantificato (in Euro 200.000,00) l’importo a suo avviso dovuto in riparazione dell’aspetto esistenziale dei danni non patrimoniali subiti, ma che la domanda era stata inequivocabilmente formulata fin dall’inizio, nell’ambito della domanda di risarcimento dei danni non patrimoniali.

1.1.- Il motivo è fondato.

La Corte di appello ha erroneamente interpretato come domanda risarcitoria autonoma la quantificazione dell’aspetto esistenziale del danno non patrimoniale subito dal ricorrente, sulla premessa che il danno esistenziale costituisce autonoma voce di danno, distinta dal danno patrimoniale, dal biologico e dal morale, il cui risarcimento deve costituire oggetto di apposita domanda, non potendo ritenersi incluso nella generica richiesta di risarcimento di “tutti i danni diretti e indiretti e dei danni morali”, formulata con l’atto di citazione.

La giurisprudenza citata dal ricorrente ha chiarito, per contro, che i danni non patrimoniali di cui all’art. 2059 cod. civ., costituiscono un’unica voce di danno, che è però suscettibile di atteggiarsi con varie modalità e secondo molteplici aspetti, nei singoli casi: dal danno biologico, medicalmente accertabile, alle sofferenze fisiche ed emotive che concretizzano il c.d. danno morale;

ai pregiudizi di carattere estetico od alla vita di relazione, al c.d. danno esistenziale, ecc.).

Ciò significa che – nei casi simili a quello in esame, in cui le lesioni personali abbiano provocato un danno biologico – all’importo determinato in risarcimento di tale voce di danno deve essere aggiunta una somma idonea a compensare le eventuali conseguenze non patrimoniali ulteriori, ove ricorrano gli estremi del pregiudizio morale, esistenziale, estetico, ecc..

A tale scopo non occorre che il danneggiato proponga fin dall’atto di citazione una specifica domanda risarcitoria per ognuno degli aspetti di cui sopra, ma è sufficiente che manifesti inequivocabilmente la volontà di ottenere il risarcimento “di tutti i danni non patrimoniali”; sempre che specifichi, nelle argomentazioni difensive e nel corso del giudizio, i peculiari aspetti che tali danni abbiano concretamente assunto nel suo particolare caso, e sempre che tali aspetti possano considerarsi provati o risultino anche presuntivamente provati o comunque attendibili.

La sentenza impugnata deve essere su questo punto cassata.

2.- Con il secondo ed il terzo motivo, denunciando violazione dell’art. 651 cod. proc. pen., ed omessa, insufficiente o contraddittoria motivazione quanto all’accertamento delle modalità dell’incidente e delle responsabilità, il ricorrente lamenta che la Corte di appello non abbia tenuto conto del fatto che egli ha prodotto in giudizio, con la comparsa di risposta e di appello incidentale, copia autentica della sentenza n. 714/2004, letta in udienza il 15 marzo 2004 e divenuta irrevocabile il 1 giugno successivo, con cui il Tribunale penale di Monza ha ricostruito le modalità del sinistro nel senso che l’automobile condotta dal S. viaggiava nella stessa direzione del ciclista e l’ha investito sopraggiungendo alle sue spalle, ed ha condannato il S. ad otto mesi di reclusione per lesioni gravi, addebitando a sua colpa la responsabilità del sinistro.

Assume il ricorrente che la Corte di appello avrebbe dovuto riformare la sentenza di primo grado, nella parte in cui ha applicato la presunzione di cui all’art. 2054 cod. civ., comma 2, poichè detta sentenza si fondava sul presupposto dell’impossibilità di ricostruire il fatto, a fronte delle opposte dichiarazioni dei due conducenti, di cui il ciclista affermava che l’automobile era sopraggiunta alle sue spalle, mentre l’automobilista affermava che il ciclista proveniva dalla direzione opposta alla sua ed aveva invaso la sua corsia di marcia.

3.- Le censure sono fondate.

La sentenza penale di condanna del S. è stata emessa il 15 marzo 2004, prima della notificazione dell’atto di appello (avvenuta il 22 marzo 2004); è divenuta irrevocabile nel giugno 2004 ed è stata prodotta in giudizio dal T. con la comparsa di risposta contenente l’atto di appello incidentale.

Essa avrebbe dovuto essere presa in esame dalla Corte di appello, la quale avrebbe dovuto quanto meno indicare le ragioni per le quali ha ritenuto di potersi discostare dai relativi accertamenti.

E’ noto che, a norma dell’art. 651 cod. proc. pen., la sentenza penale irrevocabile di condanna ha efficacia di giudicato nel processo civile di risarcimento del danno quanto all’accertamento della sussistenza del fatto e della sua illiceità penale, e quanto all’affermazione che l’imputato lo ha commesso; mentre la valutazione della colpevolezza, ed in particolare dell’eventuale concorso di colpa della vittima, rimane riservata al discrezionale apprezzamento del giudice civile (Cass. civ. Sez. 3, 28 settembre 2004 n. 19387;

Cass. civ. Sez. 6/3, 14 luglio 2011 n. 14648, fra le altre).

La sentenza impugnata – confermando la sentenza di primo grado in punto responsabilità – ha formulato un giudizio incompatibile con gli accertamenti in fatto risultanti dal giudicato penale, poichè ha ribadito l’impossibilità di ricostruire le modalità dell’incidente – cioè in quale direzione viaggiassero l’automobilista ed il ciclista mentre il giudice penale ha positivamente accertato che l’automobile proveniva da tergo ed ha urtato la bicicletta, viaggiando nella sua stessa direzione.

Trattasi di contrasto su circostanze rilevanti ai fini del giudizio sulle responsabilità, poichè in base al suddetto accertamento, passato in giudicato, il concorso di colpa del ciclista – pur in astratto ipotizzabile – non poteva essere presunto, ma avrebbe dovuto essere motivato da una qualche infrazione da lui commessa.

Gli accertamenti in fatto contenuti nella sentenza penale imponevano cioè il riesame della controversia ed un nuovo giudizio sulle responsabilità.

4.- Il quarto motivo, che denuncia vizi di motivazione quanto all’accertamento della responsabilità del S. ed all’entità dei danni da lui subiti, risulta assorbito.

5.- Il quinto motivo, che censura il giudizio della Corte di merito circa l’importo delle spese di cura, è inammissibile sia per la genericità ed astrattezza del quesito, che non contiene la chiara indicazione del fatto controverso, nè l’indicazione delle ragioni per cui la motivazione sarebbe inidonea a giustificare la decisione (art. 366 bis cod. proc. civ.); sia perchè investe esclusivamente le valutazioni di merito in base alle quali la Corte di appello ha quantificato l’importo delle spese.

6.- In accoglimento del primo, del secondo e del terzo motivo, la sentenza impugnata deve essere cassata, con rinvio della causa alla Corte di appello di Milano in diversa composizione, affinchè decida la controversia uniformandosi ai principi di diritto di cui ai precedenti parr. 1.1. e 3 (evidenziati in corsivo).

1.- Il giudice di rinvio deciderà anche sulle spese del presente giudizio.

P.Q.M.

La Corte di Cassazione accoglie i primi tre motivi di ricorso;

dichiara assorbito il quarto motivo e inammissibile il quinto. Cassa la sentenza impugnata in relazione ai motivi accolti e rinvia la causa alla Corte di appello di Milano, in diversa composizione, che deciderà anche sulle spese del giudizio di cassazione.

Così deciso in Roma, il 21 ottobre 2011.

Depositato in Cancelleria il 30 novembre 2011

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