Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25549 del 13/12/2016

Cassazione civile, sez. lav., 13/12/2016, (ud. 22/09/2016, dep.13/12/2016),  n. 25549

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. NAPOLETANO Giuseppe – Presidente –

Dott. TORRICE Amelia – Consigliere –

Dott. BLASUTTO Daniela – Consigliere –

Dott. DI PAOLANTONIO Annalisa – Consigliere –

Dott. TRICOMI Irene – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sui ricorso 5111-2012 proposto da:

I.M.A. C.F. (OMISSIS), + ALTRI OMESSI

– ricorrenti –

contro

I.N.P.S. – ISTITUTO NAZIONALE DELLA PREVIDENZA SOCIALE C.F.

(OMISSIS), ili persona del legale rappresentante pro tempore,

elettivamente domiciliato in ROMA, VIA CESARE BECCARIA 2, presso

l’Avvocatura Centrale dell’Istituto, rappresentato e difeso dagli

avvocati ELISABETTA LANNETTA, LUCIA POLICASTRO, giusta delega in

atti;

– controricorrente –

avverso la sentenza n. 78/2011 della CORTE D’APPELLO di MILANO,

depositata il 15/02/2011 r.g.n. 1170/2008 + altre 6;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

22/09/2016 dal Consigliere Dott. TRICOMI IRENE;

udito l’Avvocato RIZZOGLIO MIRCO GIOVANNI;

udito l’Avvocato FERRAZZOLI FRANCESCO per delega verbale Avvocato

LANZETTA ELISABETTA;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

MASTROBERARDINO PAOLA, che ha concluso per il rigetto del ricorso.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

1. Con la sentenza n. 78, del 15 febbraio 2011, la Corte d’Appello di Milano confermava le sentenze di primo grado (accogliendo solo l’appello avverso sentenze n. 2471 del 2007 e n. 176 del 2008 Tribunale di Milano, relativamente al capo concernente le spese di lite), riunite, con cui, rispettivamente dal Tribunale di Milano (sentenze n. 2471 del 2007, n. 176 del 2008, n. 535 del 2008, n. 2071 del 2008, n. 5125 del 2008 e n. 5368 del 2008) e dal Tribunale di Lodi (sentenza n. 303 del 2007), erano state rigettate le domande proposte con distinti ricorsi, rispettivamente, da B.L.M.V. e altri, D.C.M. e altri, Bo.Ni. e altri, G.A. e altri, A.L. e altri, Ar.Pa. e altri, Al.Ri. e altri, nei confronti dell’Inps di cui erano dipendenti, per ottenere la eliminazione della trattenuta indicata in busta paga come rivalsa contributiva.

2. La Corte d’Appello affermava che la trattenuta era prevista dalla L. n. 297 del 1982, art. 3, u.c., la quale reca disposizioni sia sul trattamento di fine rapporto (artt. 1 e 2), sia in materia pensionistica (art. 3).

Quest’ultima disposizione prevedeva l’aumento delle pensioni AGO soggette a perequazione automatica e, per far fronte a detti maggiori oneri, prevedeva altresì l’aumento delle aliquote contributive a carico dei datori di lavoro pari allo 0,30% dal 1982 ed allo 0,20% dal 1983 (penultimo comma), mentre all’ultimo comma disponeva che il datore doveva detrarre l’importo di detta contribuzione aggiuntiva dall’ammontare della quota del trattamento di fine rapporto del periodo corrispondente.

Il Giudice d’appello disattendeva la tesi dei lavoratori, secondo cui quest’ultima disposizione sulla trattenuta non era a loro applicabile in quanto destinatari, non già del trattamento di fine rapporto, introdotto dalla medesima L. n. 297 del 1982, ma della indennità di fine servizio, prevista dalla L. n. 70 del 1975 per il cd. parastato.

Osservava, infatti, che era irrilevante la distinzione tra TFR e indennità di fine servizio (ancorchè aventi sicuramente un diverso sistema di calcolo), perchè la trattenuta operata si riferiva al sistema pensionistico dei lavoratori dipendenti, AGO, applicato sia ai dipendenti dei datori di lavoro privati, sia ai dipendenti dell’Inps, e che, essendo finalizzata a far fronte ai maggiori oneri conseguenti all’aumento dei contributi, non poteva che valere per tutti, e cioè sia per i dipendenti destinatari del TFR, sia per i dipendenti destinatari dell’indennità di fine servizio, non rilevando, in materia pensionistica, il diverso regime di calcolo tra le due indennità.

3. Avverso detta sentenza i lavoratori indicati in epigrafe hanno proposto ricorso articolato in quattro motivi.

4. L’Inps ha resistito con controricorso.

5. Entrambe le parti hanno depositato memoria in prossimità dell’udienza pubblica.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

1. Con il primo motivo di ricorso è dedotta la violazione e falsa applicazione della L. n. 70 del 1975, art. 13, della L. n. 297 del 1982, art. 4, comma 6, in relazione all’art. 2110 c.c. (ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3).

2. Con il secondo motivo di ricorso è prospettata la violazione e falsa applicazione dell’art. 12, comma 2, e dell’art. 14 delle preleggi, nonchè dell’art. 3 Cost. (ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3).

3. Con il terzo motivo di impugnazione epongono i ricorrenti la censura di omessa e/o insufficiente motivazione circa un fatto controverso e decisivo per il giudizio, con riguardo all’esclusione da parte della Corte d’Appello dell’interpretazione letterale della L. n. 297 del 1982, art. 3.

4. Con il quarto motivo di ricorso è dedotta la violazione e falsa applicazione dell’art. 12, comma 1, delle preleggi, e degli artt. 1362 e ssg. c.c., in relazione alla L. n. 297 del 1982, art. 3 (ai sensi dell’art. 360 c.p.c., n. 3).

5. Con i quattro motivi di impugnazione, la cui trattazione deve essere congiunta in ragione della loro connessione, nel ripercorrere le argomentazioni della sentenza di appello e nel contestare l’interpretazione offerta dal giudice di secondo grado della disciplina che viene in rilievo, con plurime argomentazioni i ricorrenti si dolgono, nella sostanza, di non avere considerato che il trattamento di fine rapporto, introdotto dalla n. 297 del 1982, è ben diverso dalla indennità di fine servizio, di cui essi stessi tuttora godono, per cui non sarebbe loro applicabile la trattenuta, posto che la legge la mette a carico esclusivamente del trattamento di fine rapporto.

Ciò, in particolare, è ribadito nella memoria ove è richiamata la sentenza della Corte costituzionale n. 223 del 2012 sulla differenza tra TFR e TFS.

5.1. I motivi non sono fondati.

5.2. Sulla questione, questa Corte si è già pronunciata con l’ordinanza n. 4225 del 2012, cui adde l’ordinanza n. 16932 del 2014, alla quale si intende dare continuità, non ravvisandosi nelle pur articolate doglianze dei ricorrenti – come risultanti dal ricorso e dalla memoria che come si è detto richiama giurisprudenza costituzionale – argomenti per disattendere i principi enunciati in dette pronunce, con cui si è statuito che: “In tema di contribuzione aggiuntiva sulle quote di trattamento di fine rapporto, prevista dalla L. n. 297 del 1982, art. 3 è legittima la trattenuta operata dall’INPS a carico dei propri dipendenti, sebbene costoro siano soggetti alla disciplina dell’indennità di fine servizio, e non a quella del trattamento di fine rapporto, atteso che la contribuzione aggiuntiva è destinata a finanziare l’aumento delle pensioni di assicurazione generale obbligatoria a perequazione automatica, con la conseguenza che tutti gli iscritti all’AGO vanno a tal fine equiparati in quanto se uguale è il trattamento pensionistico, uguale deve essere l’onere contributivo”.

In tali pronunce è stato osservato – tra l’altro – che “non viene qui in applicazione la problematica sul computo di ciò che spetta alla fine del rapporto di lavoro, ma viene in applicazione una disposizione in materia previdenziale, precisamente in materia contributiva, che pone a carico dei dipendenti la trattenuta per cui è causa. Trattenuta che vale per “tutti” gli iscritti all’assicurazione generale obbligatoria, perchè è in corrispondenza dell’aumento della misura delle pensioni, aumento che deve trovare necessariamente copertura nell’aumento dei contributi, anche di quelli a carico dei dipendenti.

In relazione al carico contributivo pertanto, tutti gli iscritti all’AGO vengono equiparati: se uguale è il trattamento pensionistico uguale deve essere l’onere contributivo e non sarebbe logico discriminare solo in forza del diverso meccanismo di calcolo vigente in ordine al computo della indennità spettante alla fine del rapporto di lavoro, che nessuna connessione ha con il rapporto assicurativo” (ordinanze n. 4225 del 2012 e n. 4838 del 2013).

Pertanto, non è fondata l’originaria domanda avente ad oggetto l’eliminazione della c.d. rivalsa contributiva, e il ricorso deve essere rigettato.

6. Considerato che la giurisprudenza di legittimità sopra richiamata si è formata in epoca successiva alla sentenza impugnata, ricorrono i presupposti per dichiarare le spese del presente giudizio compensate tra le parti.

PQM

La Corte rigetta il ricorso. Compensa tra le parti le spese di giudizio.

Così deciso in Roma, il 22 settembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 13 dicembre 2016

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