Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25547 del 13/12/2016


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Cassazione civile, sez. lav., 13/12/2016, (ud. 20/09/2016, dep.13/12/2016),  n. 25547

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE LAVORO

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DI CERBO Vincenzo – Presidente –

Dott. BRONZINI Giuseppe – Consigliere –

Dott. BALESTRIERI Federico – Consigliere –

Dott. LEO Giuseppina – Consigliere –

Dott. DE MARINIS Nicola – rel. Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

SENTENZA

sul ricorso 13891-2013 proposto da:

C.M. C.E. (OMISSIS), elettivamente domiciliato in ROMA,

VIA FLAMINIA 195, presso lo studio dell’avvocato SERGIO VACIRCA, che

lo rappresenta e difende unitamente all’avvocato CLAUDIO LALLI,

giusta delega in atti;

– ricorrente –

contro

A.T.P. – AZIENDA TRASPORTI PUBBLICI C.F. (OMISSIS);

– intimata –

Nonchè da:

A.T.P. – AZIENDA TRASPORTI PUBBLICI C.E. (OMISSIS), in persona del

legale rappresentante pro tempore, elettivamente domiciliata in

ROMA, V. G. AVEZZANA 2/E, presso lo studio dell’avvocato MASSIMO

CAMMAROTA, rappresentata e difesa dall’avvocato PAOLO SECHI, giusta

delega in atti;

– controricorrente e ricorrente incidentale –

contro

C.M. C.F. (OMISSIS);

– intimato –

avverso la sentenza n. 192/2012 della CORTE D’APPELLO di CAGLIARI,

SEZIONE DISTACCATA DI SASSARI, depositata il 15/06/2012 r.g.n.

96/2011;

udita la relazione della causa svolta nella pubblica udienza del

20/09/2016 dal Consigliere Dott. DE MARINIS NICOLA;

udito l’Avvocato VACIRCA SERGIO;

udito l’Avvocato SECHI PAOLO;

udito il P.M. in persona del Sostituto Procuratore Generale Dott.

SERVELLO GIANFRANCO, che ha concluso per il rigetto di entrambi i

ricorsi.

Fatto

SVOLGIMENTO DEL PROCESSO

Con sentenza del 15 giugno 2012, la Corte d’Appello di Cagliari, in parziale riforma della decisione resa dal Tribunale di Sassari, rigettava la domanda proposta da C.M. nei confronti dell’Azienda Trasporti Pubblici avente ad oggetto la conversione a tempo indeterminato dei quattro contratti a termine stipulati in successione tra le parti limitandosi a sanzionare l’illegittimità dei medesimi con il risarcimento del danno in misura pari a quattro mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto.

La decisione della Corte territoriale discende dall’aver questa ritenuto coperta da giudicato la statuizione relativa all’illegittimità dell’apposizione del termine, infondata l’eccezione di risoluzione del rapporto per mutuo consenso, vigente ed applicabile alla fattispecie, in luogo del D.Lgs. n. 368 del 2001 e nonostante la natura di ente pubblico economico dell’Azienda, il divieto di conversione posto dal D.L. n. 702 del 1978, art. 5, con riguardo ai comuni e province ed alle rispettive aziende e consorzi, dovuto ai sensi del diritto comunitario un ristoro per la mancata conversione del rapporto desumibile dalla previsione di cui alla L. n. 183 del 2010, art. 32.

Per la cassazione di tale decisione ricorre il C., affidando l’impugnazione a quattro motivi, poi illustrati con memoria, cui resiste, con controricorso l’Azienda, la quale a sua volta propone ricorso incidentale, articolato su due motivi, relativamente al quale il C. non svolge alcuna attività difensiva.

Diritto

MOTIVI DELLA DECISIONE

Con il primo motivo, il ricorrente principale, nel denunciare la violazione e falsa applicazione del D.L. n. 702 del 1978, art. 5, convertito nella L. 8 gennaio 1979, n. 3, come modificato dalla L. 7 luglio 1980, n. 299, nonchè della L. n. 142 del 1990, artt. 23 e 25, lamenta l’erroneità dell’interpretazione che del citato art. 5 ha accolto la Corte territoriale ritenendone la perdurante vigenza ed includendo nel suo ambito applicativo le aziende che, come quella alle cui dipendenze operava, risultavano costituite da enti locali.

Il secondo motivo, inteso a denunciare la violazione e falsa applicazione del medesimo art. 5 quanto alle previsioni di cui ai commi 6, 15, 17 e 18 e di conseguenza del D.Lgs. n. 368 del 2001 in una con il vizio di motivazione, ribadisce la medesima censura con specifico riguardo all’aspetto della perdurante vigenza della norma ed alla conseguente mancata applicazione alla fattispecie dell’istituto della conversione a tempo indeterminato del contratto a termine illegittimamente concluso.

Con il terzo motivo, inteso a denunciare la violazione e falsa applicazione della L. n. 183 del 2010, art. 32, anche in relazione alla L. n. 604 del 1966, art. 8, il ricorrente principale lamenta l’incongruità, anche rispetto al principio in materia fissato dalla giurisprudenza comunitaria di effettività del risarcimento conseguente alla perdita, per mancata conversione del posto di lavoro, della misura risarcitoria applicata sulla base di una valutazione equitativa che l’ordinamento vuole tarata sugli indicati parametri normativi.

Il quarto motivo è inteso a censurare l’adozione in sè, ai fini dell’applicazione della misura risarcitoria, del parametro normativo dato dalla L. n. 183 del 2010, art. 32, in luogo delle norme recanti la disciplina comune del risarcimento del danno, gli artt. 1218, 1219, 1223, 1224, 1225 e 1226 c.c., dei quali si assume, pertanto, la violazione e falsa applicazione in una con il vizio di carente motivazione.

Dal canto suo, il ricorrente incidentale, con il primo motivo denuncia il vizio di motivazione in relazione alla statuizione della Corte territoriale di rigetto dell’eccezione di risoluzione per mutuo consenso.

Con il secondo motivo analogo vizio di motivazione è dedotto con riferimento alla statuizione relativa al risarcimento del danno sia in ordine all’an, per essere stato il diritto riconosciuto pur non in presenza di un utilizzo abusivo di una successione di contratti a tempo determinato, sia relativamente al quantum determinato a prescindere dall’allegazione e prova del pregiudizio in concreto subito.

I primi due motivi del ricorso principale, che, in quanto strettamente connessi, possono essere qui trattati congiuntamente, non meritano accoglimento in considerazione dell’orientamento accolto da questa Corte (vedi Cass. 18 giugno 2010, n. 14773 e, da ultimo, Cass. 1 agosto 2014, n. 17546 resa in controversia che vedeva parte la stessa A.T.P. e Cass. SS.UU. 19 dicembre 2014, n. 26939), cui il Collegio intende dare continuità, inteso a sancire la perdurante vigenza del D.L. n. 702 del 1978, art. 5, come convertito nella L. n. 3 del 1979, e, pertanto la nullità e la risoluzione di diritto dei rapporti costituiti a termine senza l’osservanza dei limiti posti dalla norma medesima (la straordinarietà dell’assunzione basata su eccezionali esigenze sopravvenute e destinata a protrarsi per un periodo non superiore a novanta giorni) presso aziende facenti capo ad enti locali, quand’anche qualificate enti pubblici economici ed assoggettate, quanto alla disciplina del rapporto di lavoro, al comune regime privatistico, qualificazione e regime insuscettibili di reagire sul principio costituzionale del reclutamento per pubblico concorso, predicabile con riguardo a qualsiasi soggetto avente rilevanza pubblica e di per sè ostativo all’operatività, nei confronti di quei soggetti, dell’istituto della conversione in contratti a tempo indeterminato di quelli illegittimamente costituiti a termine (cfr. Corte cost. n. 27 marzo 2003, n. 89).

Ciò posto, ne consegue l’infondatezza del primo motivo del ricorso incidentale, qui esaminato per la sua evidente priorità logica rispetto agli altri motivi formulati in entrambi i ricorsi, tutti attinenti al regime sanzionatorio applicabile in conseguenza dell’illegittimità dell’apposizione del termine, stante la congruità della motivazione in base alla quale la Corte territoriale ha rigettato l’eccezione proposta dall’A.T.P. relativamente all’intervenuta risoluzione del rapporto per mutuo consenso, motivazione comprensiva del decisivo riferimento alla nullità della clausola appositiva di un termine superiore ai 90 giorni, implicante, ai sensi dell’art. 5 citato, la risoluzione di diritto del rapporto di lavoro tra le parti.

Parimenti infondati risultano il terzo ed il quarto motivo del ricorso principale come anche il secondo motivo del ricorso incidentale, in considerazione dell’orientamento accolto da questa Corte a sezioni unite, con la recentissima pronunzia n. 5072 del 15 marzo 2016, estensibile per quanto sopra detto alla vicenda in questione, orientamento per il quale, in ipotesi di abuso del ricorso al contratto di lavoro a tempo indeterminato, abuso da intendersi in senso ampio, comprensivo cioè di qualsiasi ipotesi in cui il dipendente abbia subito l’illegittima precarizzazione del rapporto, questi ha diritto, operando il divieto di conversione a tempo indeterminato del rapporto medesimo, al risarcimento del danno con esonero dall’onere probatorio relativo nella misura e nei limiti di cui alla L. 4 novembre 2010, n. 183, art. 32, comma 5 e quindi nella misura pari ad un’indennità onnicomprensiva tra un minimo di 2,5 ed un massimo di 12 mensilità dell’ultima retribuzione globale di fatto avuto riguardo ai criteri indicati nella L. 15 luglio 1966, n. 604, art. 8.

Il ricorso va dunque rigettato.

Le spese seguono la soccombenza e sono liquidate come da dispositivo.

PQM

La Corte rigetta entrambe i ricorsi e compensa tra le parti le spese di lite.

Ai sensi del D.P.R. n. 115 del 2002, art. 13, comma 1 quater, dà atto della sussistenza, dei presupposti per il versamento da parte del ricorrente principale e di quello incidentale dell’ulteriore importo a titolo di contributo unificato pari a quello dovuto per il ricorso, a norma dello stesso art. 13, comma 1 bis.

Così deciso in Roma, nella Camera di Consiglio, il 20 settembre 2016.

Depositato in Cancelleria il 13 dicembre 2016

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