Sentenza Sentenza Cassazione Civile n. 25541 del 13/12/2016


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Cassazione civile, sez. VI, 13/12/2016, (ud. 12/10/2016, dep.13/12/2016),  n. 25541

LA CORTE SUPREMA DI CASSAZIONE

SEZIONE SESTA CIVILE

SOTTOSEZIONE 1

Composta dagli Ill.mi Sigg.ri Magistrati:

Dott. DOGLIOTTI Massimo – Presidente –

Dott. RAGONESI Vittorio – rel. Consigliere –

Dott. SCALDAFERRI Andrea – Consigliere –

Dott. BISOGNI Giacinto – Consigliere –

Dott. ACIERNO Maria – Consigliere –

ha pronunciato la seguente:

ORDINANZA

sul ricorso 3385-2015 proposto da:

H.S.E., elettivamente domiciliato in ROMA, VIA TORINO

7, presso lo studio dell’avvocato LAURA BARBERIO, rappresentato e

difeso dall’avvocato ANTONIA LAGO giusto mandato a margine del

ricorso;

– ricorrente –

contro

UFFICIO TERRITORIALE DEL GOVERNO, PREFETTURA DI VICENZA, C.F.

(OMISSIS), in persona del Prefetto pro tempore elettivamente

domiciliato in ROMA, VIA DEI PORTOGHESI 12, presso L’AVVOCATURA

GENERALE DELLO STATO, che lo rappresenta e difende ope legis;

– controricorrente –

avverso l’ordinanza n. 537/2014 del GIUDICE DI PACE di VICENZA,

emessa il 24/11/2014 e depositata il 27/11 /2014;

udita la relazione della causa svolta nella camera di consiglio del

12/10/2016 dal Consigliere Relatore Dott. VITTORIO RAGONESI;

udito l’Avvocato Maria Rosaria Damizia (delega verbale Avvocato

Antonia Lago) che insiste per l’accoglimento del ricorso.

Fatto

FATTO E DIRITTO

La Corte rilevato che sul ricorso n. 3385/15 proposto da H.S.E. nei confronti del Prefetto Vicenza il consigliere relatore ha depositato ex art. 380 bis c.p.c. la relazione che segue.

“Il relatore Cons. Ragonesi, letti gli atti depositati, ai sensi dell’art. 380-bis c.p.c. osserva quanto segue.

H.S.E. ha proposto ricorso per cassazione sulla base di un unico motivo avverso il provvedimento del giudice di pace di Vicenza depositato il 27.11.14 che ha rigettato il ricorso proposto avverso il decreto di espulsione emesso dal Prefetto di Vicenza.

L’amministrazione dell’Interno ha resistito con controricorso.

Con il motivo di ricorso il ricorrente lamenta la violazione del diritto all’unità familiare deducendo di essere convivente con il fratello cittadino italiano.

Il motivo è manifestamente infondato.

Come correttamente rilevato dal giudice di pace, al ricorrente è stata revocata la carta di soggiorno di lungo periodo per pericolosità sociale con provvedimento del Questore di Vicenza notificato il 6.6.14 e non impugnato dal ricorrente.

Tale provvedimento è quindi ormai definitivo, il che comporta che ormai l’accertamento di pericolosità non può più essere oggetto di controversia.

Tale accertamento rileva anche in questa sede ove è stato impugnato il decreto di espulsione.

Sul punto questa Corte ha già avuto modo di chiarire che il divieto di espulsione di cui al D.Lgs. 25 luglio 1998, n. 286, art. 19, comma 2, lett. c), costituisce condizione necessaria per il rilascio del permesso di soggiorno per motivi di coesione familiare, sicchè non opera qualora, per ragioni di pericolosità sociale, sia stato revocato il titolo di soggiorno dello straniero, anche se fondato sulla medesima condizione soggettiva produttiva dell’inespellibilità (nella specie, matrimonio con cittadina italiana). (Cass. 18553/14). Ciò vale a vanificare la censura del ricorrente secondo cui nel caso di specie il provvedimento di espulsione sarebbe emanato per soggiorno irregolare ai sensi del D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 13, comma 2, lett. b) e non ai sensi della lett. c) del medesimo comma e, cioè, per pericolosità sociale.

Nella fattispecie, infatti, ciò che rileva è il fatto che la pericolosità sociale, ormai accertata in via definitiva, consente l’espulsione del ricorrente facendo venir meno la condizione di inespellibitlità prevista dal medesimo D.Lgs., art. 19, comma 2, lett. c) e, cioè, convivenza con parenti entro il secondo grado o con il coniuge di nazionalità italiana e ciò qualunque sia la motivazione a base del decreto di espulsione.

Altresì manifestamente infondato appare il secondo motivo del ricorso con cui il ricorrente assume che il giudice di pace abbia basato la sua decisione sul D.Lgs. n. 30 del 2007, art. 20 il che certamente non è, avendo invece il giudice di pace basato la sua decisione sull’art. 19, comma 2, lett. c) TUI come risulta da diversi passaggi del provvedimento impugnato (pertanto la convivenza con le persone indicate dal D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 19, comma 2, lett. c) diventa irrilevante e non giustifica l’inespellibilità del soggetto (omissis) il ricorrente non può invocare in suo favore le ragioni d’inespellibilità previste dal D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 19, comma 2, lett. c) della valutazione di pericolosità che ha giustificato la revoca del permesso di soggiorno v. pag 4).

In conclusione ricorrono i requisiti di cui all’art. 375 c.p.c. per la trattazione in camera di consiglio.

PQM.

Rimette il processo al Presidente della sezione per la trattazione in Camera di Consiglio.

Roma 3.1.16.

Il Cons. relatore”.

Considerato:

che non emergono elementi che possano portare a diverse conclusioni di quelle rassegnate nella relazione di cui sopra;

che, in particolare, alla luce del più recente orientamento di questa Corte (Cass. 12071 del 2013), il parametro normativo della condizione ostativa al rilascio del permesso per coesione familiare (richiesto da cittadino straniero coniugato cin cittadino italiano) deve trarsi non dal D.Lgs. n. 286 del 1998, art. 13, comma 1, ma dal D.Lgs. n. 30 del 2007, art. 20, comma 1, ai sensi del quale oltre alle ragioni di ordine pubblico sicurezza dello Stato, da valutarsi in concreto, possono essere verificati gli “altri motivi di ordine pubblico e di pubblica sicurezza” (Cass. 18553/14);

che pertanto il ricorso va rigettato con condanna del ricorrente al pagamento delle spese di giudizio liquidate come da dispositivo.

PQM

Rigetta il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese di giudizio liquidate in Euro 1500,00 oltre spese prenotate a debito.

Così deciso in Roma, il 12 ottobre 2016.

Depositato in Cancelleria il 13 dicembre 2016

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